I Suoni Di Mathare

di Rino Sciaraffa

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Il viaggio lento attraverso i nostri sensi e la ricerca di ricordi che diventano memoria. Oggi li raccoglieremo attraverso il vocabolario dei suoni.  

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Nel mio precedente racconto ho preso spunto da una celebre canzone degli U2 con la quale ho iniziato a descrivere la geografia indistinta di una delle baraccopoli di Nairobi. L’esperienza di un viaggio non è solo uno spazio geografico su una cartina, nel suo incedere dal luogo di partenza al punto di arrivo. Quello che chiamiamo viaggio è piuttosto un migrare costante in un intreccio indistinto di esperienze plurisensoriali che hanno il potere di trasformare il ricordo in memoria. La memoria, rispetto al ricordo è quell’itinerario che la nostra mente fa nel rieducare i frammenti che perdiamo con il trascorrere del tempo. Il tempo affievolisce il senso preciso del susseguirsi degli eventi e della percezione dello spazio. Il ricordo del viaggio è quella a breve termine, la memoria è quello del lungo termine, dove si perdono i dettagli ma riemerge in una forma nuova, meno ricca di particolari ma più intensa. Tra ricordo e memoria si riequilibra la distanza fra ciò che è conservato nei nostri neuroni e quello che rimane nel cuore. Mentre viaggiamo ci accorgiamo che le sensazioni più vive del momento perdono intensità e diventano elemento nuovo e rielaborato, ma non per questo meno vivido dentro noi.

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Esiste quindi un viaggio nel viaggio in una dimensione che si dipana parallelamente in tempi distinti: quando siamo nei luoghi raccogliamo tutta una serie di esperienze che ci assorbono completamente, la memoria le rielabora e cerca di farle riemergere ma ad intensità diverse. Siamo tornati a Mathare perché la memoria che porto dentro è legata a quella plurisensorialità di cui ho fatto accenno. Il ricordo visivo ha perso diversi tasselli e rimane a fotogrammi sparsi ed a frammenti che si ricompongono magicamente se allineo le foto che ho sul computer o su un cellulare. Mi viene da pensare che abbiamo, con la tecnologia, perso il tocco e l’odore della carta fotografica che è superata nel tatto quotidiano dei nostri strumenti di lavoro e di vita. Credo che difficilmente si possa negare che il singolo click fotografico che voi stessi avete scattato, prima di rivederlo su uno schermo, possa corrispondere perfettamente a quanto il vostro ricordo aveva registrato. Forse non è così per i suoni, gli odori e forse il tatto di quanto ci circondava e che abbiamo sfiorato timidamente. Prima di portarvi dentro i suoni di Mathare vorrei portarvi nel suono delle parole, che per noi che scriviamo è lo strumento principe per rendere in immagini, al nostro lettore, quelle che sono le nostre esperienze del ricordo-memoria. Questo nome Mathare, con due consonanti forti, la T e la R, sembrano scandire ritmicamente il brulichio incessante di suoni accesi e martellanti di questo luogo. In lingua Kikuyu, Mathare, significa diramazione: in effetti, nel più classico dei “nomen onem” nella baraccopoli si odono suoni forti, intensi, indistinguibili tra voci umane e rumori del lavoro quotidiano. Dall’altra parte della città, quella più ricca, ci sono le voci dell’uomo soverchiate dai rumori dei mezzi di trasporto che segnano una diramazione fra chi vive della fatica fisica e chi ha quest’ultima allentata dalla forza della “tecnica”. Mathare è stato sempre luogo di rumori e di affanno essendo stata, in epoca coloniale, una cava dalla quale si ricavavano le pietre per le future costruzioni.

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La morfologia del terreno è stata cambiata dal lavoro pesante della miniera di pietre. Il terreno che in origine era lievemente ondulato si è trasformato in una conca, o meglio, in un girone infernale dantesco, che continua a far sprofondare di disperazione milioni di esseri umani. Il lavoro di pochi operai di allora, che costruirono i loro stazionamenti vicino alle cave, è diventato quell’agglomerato spaventoso che oggi è. I rumori si sovrappongono nella loro intensità e aritmicità: suoni di metallo, suoni pesanti e acuti che occultano le voci di chi ha un telo di tela o di plastica, steso sulla terra con poche mercanzie, e richiama l’attenzione di passanti che a loro volta si muovono con i loro carichi sulle spalle, avvolti con gli stessi materiali grezzi con cui sono sistemate le bancarelle a terra. Qualche rumore diverso lo si percepisce se ti avvicini ad improvvisati negozi/baracca di barbiere dove non puoi cogliere i suoni leggeri degli strumenti di lavoro ma percepisci quelli di una radio che trasmette musica, talvolta reggea, altre volte pop. Il vociare umano, il lavoro fisico di fabbri, falegnami, si mescola in attività che sembrano improvvisate sul momento: riparare una bici arrugginita, schiacciare bottiglie di plastica ed altri rifiuti, ammassare pietre in angoli della strada e modellarle con martelli e scalpelli. Il tutto in un confuso ed incessante stato perenne di fracasso che non termina quasi mai. Il rumore è costante e si distribuisce su tutto l’arco della giornata, presente in quasi tutti i giorni della settimana. Qualche sera in settimana o la Domenica, i rumori delle radio sono frammentati dalle funzioni religiose di qualche minuscola chiesa della baraccopoli. Dimentichiamoci luoghi in muratura per le chiese di Mathare, perché sono nuovamente baracche di metallo con precarie panche dove si siedono i fedeli ad ascoltare una funzione pentecostale. Quel suono di inni gospel, con il rumore di una batteria che prevale su altri strumenti e le vocalità di chi canta all’interno della chiesa-baracca è forse l’unico suono di una speranza desiderata ed invocata. Anche il “suono” dei nomi delle chiese sembrano allentare le tensioni vissute: Good Hope Church, Redemption Church, Good Shepherd, Living Waters; a leggerli sono suoni lievi di speranza, animata speranza, inseriti in una marea di suoni che parlano di quotidiana fatica di vivere, reale fatica di vivere. Dimenticavo, scusatemi, il brano che suggerirei quest’oggi? Mi viene in mente la canzone di Rino Gaetano, famosissima…. “Ma il cielo è sempre più blu”, perché in una strofa, ricorda… ”c’è chi vive in baracca…”

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Foto: sdg-education.net

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Il Mondo In Parole Povere ritorna martedì 15 novembre

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17 Comments

  1. Franca Pilotto Reply

    La bellezza di un viaggio è che non finisce mai e questo racconto lo sottolinea e ne fa capire l’intensità che ti ha lasciato, regalando a chi lo legge la continuazione che ti accompagna ancora oggi.

  2. Eduardo Mondola Reply

    Il tema del viaggio raccontato attraverso la memoria che permette anche al lettore di rielaborare le parole scritte sulla base del proprio vissuto e fare un viaggio tutto suo. Grazie alle tue parole ho viaggiato anche io a Mathare e sono stato infastidito dal rumore udito e da quello del silenzio di chi permette ancora a gente di vivere in quelle condizioni. E poi il fastidio si è mutato in speranza, la stessa che riempie i cuori di chi, nonostante tutto, spera ancora e canta la propria fede verso un Cielo che non resterà in silenzio. Grazie Rino.

  3. Marcello Cannatella Reply

    “Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva forte la memoria delle meta da cui é tornato “..

    Ci sono dei viaggi che rivivi dentro ogni giorno.
    Ci sono viaggi che hanno la capacità di plasmarti dentro.

    Grande racconto di un pezzo di Mondo che accende ogni volta la nostra introspezione.

    1. Rino Reply

      Grazie a te caro Roberto. Si, hai colto il senso del mio piccolo pezzo. Ogni viaggio contiene in se molti viaggi…il più profondo è quello dentro di noi.

  4. Giuseppe Longo Reply

    “C’è chi vive in baracca” è una realta che va oltre il nostro vivere quotidiano occidentale. Le ho viste anch’io le baracche ma non a Mathare ma a Bulawayo (Zimbabwe), dove ho vissuto in missione con la mia famiglia per 6 anni; dove nella zona rurale la gente vive con quello che trova e si costruisce la propria dimora, la propria vita. Se ci ripenso a quelle sensazioni che ho provato mi danno un senso di malinconia e tristezza. Credo che noi occidentali dovremmo ricordarci un pò più spesso che c’è gente non molto lontano da noi che vive alla giornata e non sa se domani potrà mangiare e/o dare da mangiare ai propri figli. Ma grazie Rino per averci ricordato il significato di ricordo e memoria. Spero che i viaggi che facciamo non restino solo dei ricordi ma che si ravviva la memoria di quella che è stata un’esperienza indimenticabile nella nostra vita e che ci aiuti a pensare, pregare e aiutare coloro che vivono in tali situazioni. Cercare di non essere egoisti ma piuttosto venire incontro a coloro che sono dimenticati e abbandonati al loro destino, perchè tutti gli esseri umani hanno il diritto di vivere e crescere in modo dignitoso. Concludo con le parole che Gesù ci ha lasciato nel vangelo di Marco 12:31: . Che Dio ci aiuti!

  5. Rino Reply

    Concordo con te. Il senso di questi miei brevi scritti sono quelli di ravvivare una memoria interiore che non si esaurisce nel compatire ma nel riflettere.

  6. Simone Gastaldi Reply

    Grazie al tuo racconto ho provato, anche se in piccola parte la sensazione dei rumori, delle voci e di come le persone vanno avanti e vivono le loro vite nonostante non abbiano praticamente quasi nulla. Mi insegna soprattutto a non lamentarmi troppo della mia vita in quanto ho la possibilità di scegliere tra le comodità a me disponibili, mentre altre persone la vivono semplicemente (e credo anche meglio di noi)non avendo questa grande fortuna della scelta.
    Non sono mai stato in questi posti ma credo che almeno una volta nella vita dovremmo fare questa esperienza per essere d’aiuto più che a loro, a noi stessi perché potremmo ricevere dei grandi insegnamenti di vita. Grazie Rino per aver condiviso questo racconto semplice ma pieno di sensazioni, ricordi e insegnamento.

  7. Filippo Privitera Reply

    M eraviglioso
    A ttraversare e percorrere
    T erritori e luoghi sconosciuti a chi tutto
    H a
    A vuto e nulla
    R icorda in quanto vuoto di… Memoria.
    E sistere e vivere dovrebbero insegnarci che
    IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU. Grazie Rino

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