Dal Piano Di Sotto

Davanti ad un foglio bianco senza trovare storie recenti interessanti, preferisco ricorrere al passato.

di Giuseppe RissonePiccole Storie Quotidiane

Davanti ad un foglio bianco – non di carta ma quello di word – sono pronto a scrivere una nuova piccola storia quotidiana, questa rubrica è nata circa 9 anni fa nella versione blog del nostro progetto e proseguita su questo sito. Ho raccontato di un supermercato senza logo; di un gruppo musicale spagnolo che suonava per strada – in una cittadina ligure – interrotto dall’intervento della polizia locale; della mia avversità verso l’uso esagerato del cellulare; degli incontri che alcune volte – viaggiando sui mezzi pubblici – si sono trasformati in amicizie; su questo periodo di clausura che mi costringe a ridurre al lumicino le attività sociali, e ancora ricordi e passioni personali mi hanno permesso di raccontare altre storie. Oggi di che cosa scrivo?
La domanda non trova immediata risposta, guardo – un po’ perso – il bianco foglio elettronico, di storie fresche non riesco a trovarne nemmeno una, è questo fa crescere un senso di tristezza, segnale che la mia socialità oggi non esiste. Però scrivere mi fa bene, mi rilassa, porta la mia mente fuori dalle quattro mura di casa. Così l’unico modo per raccontare l’ennesima piccola storia devo ricorrere al passato.
Siamo nella metà degli anni ‘60, la storia scorre tra i miei cinque anni sino ai tredici, abitavo in piccola palazzina di tre piani, io vivevo all’ultimo, al piano di sotto abitava un ex ferroviere di “terra” – si occupava del centro smistamento nella stazione di Porta Nuova a Torino – non sposato, grande tifoso del Toro, e buon giocatore di bocce, e cosa che ci fece incontrare, un amore smisurato per i gatti. Siamo nel quartiere definito all’epoca di Basse Lingotto e poi diventato negli anni ’80 Mirafiori Sud, a breve distanza due stabilimenti Fiat, tanto che a poche centinaia di metri correva – si fa per dire, era così lento che ci potevi camminare a fianco e volendo, senza troppa fatica, superarlo – il trenino che collegava le due grandi fabbriche, trasportando su vagoni bisarca le automobili “fresche” di produzione. Un quartiere cresciuto intorno alle fabbriche made in Fiat: case basse per operai, case alte per gli impiegati, un mercato coperto, una chiesa, tutto costruito con lo stesso stile. In contrasto con questa sorta di villaggio quasi perfetto, molte delle vie non erano asfaltate, per poter usufruire di un mezzo pubblico si dovevano percorrere diverse centinaia di metri, o addirittura passare in un altro comune – Moncalieri – dove lungo la lunga via Sestriere transitava un filobus.
Torniamo al protagonista della storia, quando il tutto inizia ha da poco compiuto i sessant’anni, di conseguenza poco più grande di mio padre, che di anni ne aveva 55, una sorta dì surrogato della figura del nonno, che non ho mai sperimentato, quello paterno morì nella 1^ guerra mondiale di spagnola, quello materno – anche lui ferroviere e nello specifico macchinista sulla Torino-Torre Pellice ancora con locomotive a vapore e poi sulla linea Torino-Milano – morì che avevo poco più di tre anni. Il mio vicino di casa si chiamava Domenico Roberto. E qui si pone il primo quesito, qual è il nome, qual è il cognome? Il nome di battesimo era Domenico, il cognome Roberto, da tutti chiamato Roberto come se fosse il suo nome, natio di Felizzano, in provincia di Alessandria.
Con lui ho fatto scoperte insperate, come ascoltare attraverso una radio a transistor, una rarità per quell’epoca, i programmi del primo canale della televisione ritrasmessi in modulazione di frequenza, non possedevo ancora l’apparecchio televisivo; ascoltare le canzoni dei cantanti di successo di quel momento – da Morandi a Rocky Roberts, da Bobby Solo a Nada – grazie ad un piccolo giradischi, costruire con pezzi di legno di recupero un fortino, e come detto l’amore per i gatti.
Per comunicare avevamo escogitato un metodo alquanto originale, a pensarci adesso avevamo inventato senza saperlo una sorta di Wattsapp primitivo, ai rispettivi termosifoni del tinello avevamo attaccato con una cordicella una forchetta, quando uno dei due voleva comunicare qualcosa, il primo sbatteva la posata sul radiatore, il segnale arrivava al secondo, questo avviso indicava che dovevamo darci appuntamento sul balcone e ricevere le comunicazioni: ho finito di pranzare, puoi scendere… ho comprato la colla oggi finiamo di assemblare il fortino… se tua madre ti autorizza puoi venire a pranzo da me… oppure ero io a dire… Roberto sali a prendere il caffè… Roberto vieni a fare merenda con me… spesso declinava questi inviti, preferiva che i nostri pomeriggi di giochi e musica si svolgessero nella sua abitazione. A proposito di musica, credo importante raccontarvi quello che fu un regalo, che segnò la mia vita, che mi portò ad amare la musica, anche se molto diversa da quella ascoltata in quegli anni. Un giorno mentre scendevo le scale di casa, sento provenire le note di Stasera mi butto di Rocky Roberts, una delle canzoni, senza sapere esattamente il perché, da me preferite in quegli anni, era abbastanza chiaro che la musica arrivava dall’alloggio di Roberto, suonai il campanello, è la musica tacque improvvisamente… ho sentito Stasera Mi Butto, arrivava da casa tua… figurati ti sbagli… risalgo le scale e dopo pochi secondi la canzone risuonò ancora più forte, accompagnata dalla voce di Roberto che mi invita a scendere. Entrai in casa, e piazzato sul frigorifero, ecco un fiammante giradischi, con a fianco una custodia in pelle, all’interno quasi una ventina di 45 giri, ricordo oltre a Rochy Roberts, Nini Rosso, Nada, Gianni Morandi, I Camaleonti, The Rokes, Jimmy Fontana, Adriano Celentano, Bobby Solo… Rimasi senza fiato, mi spiegò subito che quello era un regalo per me, però avrebbe custodito lui il giradischi, e solo lui poteva maneggiare i piccoli vinili, ma potevo andare ad ascoltarli quando volevo, quando diversi anni dopo comprai un mangiadischi, molti di quei 45 giri mi furono regalati.
Roberto possedeva anche una discreta collezione di coppe e trofei, tutti vinti nei tornei di bocce, una di queste, di notevoli dimensioni, mi fu donata, potete immaginare con quell’oggetto di acciaio tra le mani, quali e quante situazioni ho potuto inventare, sognando di essere un campione, di far vincere le squadre del mio cuore.
È potrei continuare all’infinito, aggiungo che oltre ai pomeriggi trascorsi a giocare con i gatti, a lavorare con il traforo, giocare a carte, con in sottofondo la radio oppure la musica emessa dal giradischi, facevo letteralmente i capricci per poter pranzare con lui, il suo piatto forte, che amo tutt’oggi, erano delle semplici tagliatelle con burro e formaggio.
Nel 1971 i miei genitori decisero di cambiare casa, trasferendosi in un appartamento leggermente più grande – ma ancora senza una stanza tutta per me… sic.. – ad un paio di isolati dalla precedente. Sapevo e ne soffrii non poco, che gli appuntamenti con Roberto si sarebbero diradati, non possedendo un telefono, diventava difficile concordare con lui degli appuntamenti, con molta insistenza riuscivo ad ottenere una sua visita, sempre più rare, e priva di quella strana sensazione di vivere una favola, di andare a casa sua nemmeno a parlarne, mia madre si sarebbe tagliata un dito piuttosto che farmi fare tre isolati da solo, di accompagnarmi nemmeno, salvo rarissime volte. Un pomeriggio si presentò nella mia nuova abitazione con uno strano involucro, scherzando gli domandai se mi aveva portato un pacco di grissini giganti, lui tifoso granata mi regalò una bandiera della Juventus – non che ne fossi tifoso, direi simpatizzante – cosa che mi sorprese e emozionò non poco, tra l’altro per trovare quella bandiera credo abbia fatto diverse ricerche, in quell’epoca il merchandising era praticamente inesistente.
Nell’estate del 1974 lasciò la vita terrena, ero in vacanza al mare con mia madre, ricevemmo una telefonata da mio padre, Roberto era mancato la sera prima, giorno della finale dei mondiali di calcio, mia madre inizialmente non mi disse nulla, poi non riuscendo nemmeno lei a trattenere l‘emozione mi disse tutto, le lacrime sgorgarono irrefrenabili accompagnate da urla e da una crisi di nervi, volevo assolutamente partire per Torino e partecipare al funerale, ma fu impedito, un impedimento che non ho mai – nemmeno oggi – perdonato.
Al mio ritorno i vicini mi raccontarono che Roberto si sentì male e chiese aiuto, ma non ci fu nulla da fare, il farmacista, il dottor Sennacheribbo – non è un cognome di fantasia ma quello reale del farmacista, esercizio ubicato nella casa a fianco, esistente ancora oggi e gestito dalle figlie e dai nipoti del dottore, scomparso nel 1995 – mi raccontò che il giorno prima gli propose di vedere insieme la finale dei mondiali – Roberto non possedeva la televisione – tra l’Olanda e i padroni di casa della Germania Ovest. Roberto declinò l’invito dicendo che si sentiva stanco.
Roberto, quando usciva di casa, era sempre molto elegante, il fazzolettino nella giacca non mancava mai, capelli impomatati con la brillantina, occhiali scuri, appassionato di gialli e di film dello stesso genere, amava scherzare con tutti, e fumava parecchio, ma forse per il fatto di vivere da solo, e forse per altre stranezze, che per me non erano tali, era fonte di pettegolezzi e maldicenze.
Dopo alcuni anni, il fratello minore, mi consegnò una medaglia d’oro che Roberto vinse in una gara di bocce, la più grande e preziosa che possedeva, un regalo anche questo inaspettato, quella medaglia l’avevo vista diverse volte, era passata in disparate occasioni tra le mie mani, sempre sotto la vigile sorveglianza di Roberto… attento a non farla cadere, riprendere quella medaglia tra le mani, è stato come riabbracciare quel nonno speciale.
Ho appena pigiato sulla tastiera il “punto” che chiude questa storia, e un dubbio mi assale, forse ho già raccontato questa storia, forse con altre parole, con altri ricordi, o no? Lascio alla memoria di voi lettori dare la risposta.
Roberto non è mai scivolato via dalla mia memoria, e ne sono certo, sarà da qualche parte ad accudire i suoi amati gatti e a giocare a bocce, con la sigaretta accesa, e forse ci sarà vicino a lui il dottor Sennacheribbo che gli racconterà la finale dei mondiali del 1974.

⇒ Foto: Giuseppe Rissone ≈ Prossimo Appuntamento: Lunedì 1 marzo

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