Supermercati Del Sociale

di Laura Rissone

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Evitare il supermercato della solidarietà, scelta obbligata e non solo per questa rubrica…

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Come riprendere il cammino – fatto di interviste – di questa rubrica? Una domanda che mi sono posta prima della ricerca delle realtà da intervistare, come avere la certezza di non imbattermi in associazioni e/o cooperative che si qualifichino sociali/solidali nascondendo in realtà forme puramente commerciali se non addirittura fraudolente. Recentemente mi è stato raccontato di pseudo associazioni che usano nomi di personaggi famosi – compresi quelli deceduti – per raccolte fondi che di trasparente non hanno nulla.

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Il mondo della solidarietà sia sotto forma di associazioni e/o cooperative è un mondo ricco di splendidi progetti, ricchi di storia, sorti come si usa dire “sul campo” “sulla strada”, altre, di costituzione più recente non hanno spesso questo retroterra/esperienza/storia, ad avvalorare il mio personale timore nel scegliere le realtà giuste mi vengono in aiuto le parole – tratte da un’intervista del febbraio scorso sul settimanale Riforma – di Salvatore Cortini, direttore del Centro «Casa Mia – Emilio Nitti» a Ponticelli (Na) – opera della chiesa metodista sorta tre anni dopo il sisma del 1980. Queste le parole estratte dall’intervista: Oggi siamo di fronte a quella che io chiamo la realtà “dei supermercati del sociale”: tanti soggetti, anche conosciuti a livello nazionale, che arrivano sul territorio proponendo mille attività, anche molto innovative e creative. Il problema è che però spesso non si conosce realmente il territorio, si lavora in maniera autonoma, autoreferenziale e, quando si esauriscono i fondi, l’intervento sociale non ha continuità e i ragazzi e le famiglie sono lasciati soli. Occorre conoscere maggiormente il territorio per elaborare progetti che rispondano realmente ai bisogni della gente.

Ecco il supermercato del sociale, non è una mia invenzione o suggestione, esiste davvero, come nel campo ecologista esiste il greenwash anche in quello sociale e solidale esiste la solidarietà di facciata che fa tanto moda ma dietro nasconde ben altri fini, diversi collaboratori e redattori di questo sito hanno avuto a che fare sia professionalmente che per scelta politico/ideale con questo mondo, sarei piacevolmente interessata al loro pensiero su questo problema.

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Dopo questa lunga introduzione alla nuova stagione, dal prossimo appuntamento riprenderanno le interviste che caratterizzano questa rubrica, prima di scegliere quali saranno le realtà intervistate ho analizzato bene la loro storia, e sono certa di aver scelto chi non partecipa al supermercato della solidarietà ma è radicato nel territorio in cui opera.

Piccola nota di colore, sono certa di aver letto, non ricordo la fonte, che Massimo Troisi ha frequentato, forse con i suoi fratelli, al tempo delle scuole elementati, Casa Mia di Ponticelli.

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Foto: pixabay.com

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Gli Altri Siamo Noi ritorna lunedì 23 ottobre

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4 Comments

  1. Enea Solinas Reply

    Logiche da supermercato del sociale sono state adottate e assorbite da una larga fetta del terzo settore (che di suo non include solo cooperative sociali e associazioni, il cosiddetto privato sociale – già di suo questo nomignolo è un indicatore delle non politiche pubbliche) . Aggiungo che se già prima della riforma (dell’ allora PD renziano) la situazione era piena di compromessi e contraddizioni, oggi tali logiche sono media e norma. Il problema rischia di diventare – se già non lo è – strutturale. Le organizzazioni per competere, smettono di fatto di cooperare e analizzare o provare a cambiare il territorio seguendo quella che in termini novecenteschi era La Base, collettività politica. Questioni burocratiche e gerarchie impongono cause di forza maggiore.
    E nel fiorire di progetti nessun apporto realmente creativo. Se mai innovazione tecnologica con conseguente deriva e anomalia di un modo di relazionarsi e confrontarsi che spesso era premessa alla cooperazione.
    Qui mi autodenuncio. E ammetto da vetero idealista o nostalgico, che mi sono arreso – per vero e proprio esaurimento – alla constatazione storica politica.
    E prevale, non certo indifferenza, ma diffidenza con la ricaduta che avverto e preferisco limitare ogni implicazione, in modo quasi altrettanto alterato e contraddittorio. Da animale sociale, individualista più che comunitario.
    Sento profondo disagio verso questo mainstream sociale e culturale e al tempo stesso impotenza.
    Mi auguro che nel suo piccolo, questa rubrica cerchi esempi più resistenti e al tempo stesso edificanti.

  2. caterina oddenino Reply

    Mi rendo conto della realtà sociale che obbliga la cittadinanza ad assoggettarsi a formalità pesanti e burocratiche; le innovazioni fanno fatica ad emergere ed esiste, latente (ma vivo e in azione) nel sottobosco, il compromesso politico che fa parte di una quotidianità scontata.

  3. Laura Rissone Reply

    Vi ringrazio per i vostri commenti, aggiungo due cose:
    – una mia amica lavora in una cooperativa sociale e mi racconta le riduzioni al minimo del personale, dove l’educatore si ritrova a fare di tutto per tenere in vita l’attività;
    – spero di trovare come dice giustamente Enea esempi “resistenti e edificanti” cosa non semplice, approfitto dei lettori, se qualcuno vuole segnalarmi delle realtà sarò ben felice di prenderle in consisiderazione.

  4. Laura Reply

    Ricevo dal direttore di Casa Mia, Salvatore Cortini, che ringrazio, questa precisazione: Massimo Troisi non frequentò il Centro Casa Mia ma Casa Materna di Portici già Opera della chiesa Metodista iniziata dalla famiglia Santi. A frequentare Casa Materna non fu la sorella .

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