Nonostante Il Free Jazz…

di Andrea Sbaffi

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Billy Higgins, Umbria jazz, Perugia (17/07/1998)

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Perché raccontare di un concerto di cui, devo confessarlo, dopo 25 anni ho ricordi piuttosto sfumati? Ci sono tantissime ragioni, in effetti più di contorno che strettamente legate all’evento musicale…

Prima di tutto, l’ormai consolidata consuetudine di andare comunque a Perugia nei giorni di Umbria Jazz, non sempre riuscendo a programmare per tempo e a prenotare i concerti principali, come in questa complicata estate del 1998, che seguiva la conclusione della lunga malattia di mio padre.

Nonostante tutto, a maggior ragione in questo caso, non potevamo mancare all’edizione del 25° anniversario! Speravamo in una grande festa come cinque anni prima, nell’edizione del ventennale, con tutti i concerti gratis: purtroppo, il festival era già stato acquisito dall’Heineken, multinazionale poco incline a simili romanticismi…

Eravamo, quindi, partiti senza un programma preciso, confidando di riuscire a trovare posto almeno per qualche concerto nelle location cosiddette “minori”, ad esempio i teatri perugini, il cui programma era articolato in più eventi quotidiani. Abbiamo provato ad andare ad uno dei tre concerti che Ornette Coleman avrebbe tenuto con Charlie Haden e Billy Higgins al Teatro Morlacchi, ovviamente Sold Out…

Coleman è stato il principale esponente di una vera e propria corrente jazzistica, il Free Jazz, caratterizzata da una totale libertà di improvvisazione e sorta come reazione a un certo supposto consolidato manierismo dell’Hard Bop, evoluzione del Be Bop degli anni ‘50: il movimento prese il nome proprio dal suo album del 1960 Free Jazz: A Collective Improvisation e coinvolse, negli anni seguenti, esponenti di spicco del panorama jazzistico, come John Coltrane, Archie Shepp, Max Roach e lo stesso Charlie Mingus, su tutti. Per certi versi, un’esperienza analoga a quella che successivamente avrebbe caratterizzato il movimento Punk nello scenario Rock della seconda metà degli anni ‘70…

Per fortuna, nella migliore tradizione jazzistica, gli artisti coinvolti in un progetto ne portano avanti altri paralleli, ottimizzando i propri spostamenti in giro per il mondo, e il batterista Billy Higgins era in cartellone anche con un intrigante String Quartet per un paio di eventi pomeridiani, non ricordo se nello stesso Morlacchi.

Di Higgins abbiamo già accennato a proposito dei musicisti che avevano partecipato nel 1986 al film ‘Round Midnight: nato nel 1936, ha preso parte a molte delle formazioni più significative a partire dagli anni ‘50, diventando uno dei protagonisti assoluti di oltre quarant’anni di Jazz.

E’ impressionante vedere (nel vero senso della parola, grazie a una sorta di mappa concettuale) la sterminata rete di collaborazioni di cui si può trovare riscontro a questo link, scoperto proprio cercando in rete maggiori informazioni.

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Higgins è ricordato principalmente come batterista, ma è stato anche cantante e polistrumentista (chitarra e archi): questa versatilità, insieme al percorso nell’ambito del Free Jazz, hanno spesso stuzzicato la sua curiosità nella sperimentazione di formazioni decisamente atipiche, come questo String Quartet, ovvero composto da batteria ed archi.

Ricordo perfettamente il suo ingresso sul palco con una tunica bianca per sedersi dietro alla batteria, palco disadorno degli strumenti più familiari (piano, contrabbasso, etc…) e completato solo dalle sedie su cui avrebbero preso posto gli archi che lo accompagnavano.

Anche in questo caso, non è stato certo un concerto “semplice”… Pur comprendendo anche standards conosciuti, una parte importante era riservata all’improvvisazione, soprattutto della batteria: chiaro che per me fosse interessante e intrigante ascoltare uno dei mostri sacri dello strumento, di cui ricordavo tante performance (nei dischi) e da cui avevo cercato di carpire tecnica e sensibilità, ma quella volta confesso di aver un po’ faticato ad entrare in piena sintonia.

Avevamo trovato posto in un palco, insieme a Manuel e Federica, che intanto ci aveva raggiunti a Perugia: era la prima volta che andavamo ad un concerto insieme e, probabilmente, ero più preoccupato di ciò che accadeva fra noi, piuttosto che dell’esibizione che avveniva sul palco…

Diciamo che si trattava di priorità, credo ben valutate, visto che nei 25 anni successivi abbiamo condiviso gioie e dolori, nella quotidianità della famiglia che siamo stati capaci di creare, nonostante l’avessi trascinata ad un concerto davvero un po’ ostico…

Quest’anno, a 25 di distanza, l’edizione era quella del cinquantenario: sarebbe stato bello tornare a Perugia dopo tanti anni…, ma devo confessare che, oltre all’oggettiva difficoltà di prevedere anche solo un week-end in Umbria, rimango sempre più perplesso dalle scelte degli organizzatori nella definizione dei concerti, soprattutto quelli del Main Stage. Negli ultimi anni, Umbria Jazz si è trasformata in un festival musicale come tanti altri, strizzando l’occhio a proposte che poco o niente hanno a che fare con il Jazz: senza nulla togliere ad artisti come Bob Dylan, Ben Harper o Mika (per citare alcuni dei concerti previsti quest’anno), mi sembra che stia prevalendo una scelta di omologazione che porterà a snaturare il significato di una rassegna che, in cinquant’anni di storia, ha fatto diventare nell’immaginario di tutte/i noi Perugia la capitale del Jazz in Italia.

Spero di sbagliarmi e continuerò ad avere voglia di tornare a Perugia per respirare aria di Jazz ad ogni angolo di strada…

Appuntamento a settembre con un nuovo articolo: Branford Marsalis Quartet, Umbria Jazz, Perugia (10/07/1999)

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Foto: Andrea Sbaffi

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Io C’Ero ritorna a settembre

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