Kingston Town

di Rino Sciaraffa

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Il lato oscuro del paradiso

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Dalle località più turistiche ed iconiche del Paese, dai veri e propri paradisi locali, ritorniamo nella capitale della Giamaica, Kingston, città dalle molteplici sfaccettature: grattacieli, sedi di multinazionali.

La baia dove sorge Kingston fu zona agricola ed è solo dopo il sisma del 1692, il quale distrusse Port Royal, che apparve l’embrione di quell’agglomerato di case, rifugio di poveri terremotati, dal quale si sviluppò la città che conosciamo oggi. Port Royal divenne il più grande porto commerciale dell’isola nel ‘600 ed una delle città in mano ai pirati, fu il luogo del loro in rifugio e del loro riparo.

Dalle alture prossime alla città, si ammira il suo porto naturale, con i suoi commerci ed anche i suoi spazi di vita. Il suo lungomare è luogo piacevolissimo e vivacissimo. Il centro storico con i suoi grattacieli adombra quello che, solo qualche chilometro dopo, diventa il lato oscuro di questo paradiso. Dietro le pendici verdeggianti spuntano i sobborghi più degradati della città.

Kingston è una città conosciuta come una delle più pericolose al mondo.

Quest’area è chiamata New Kingston che a disprezzo dell’aggettivo “nuovo” ne è, invece, la parte peggiore. Le periferie di ogni megalopoli nel mondo possono ospitare sia i quartieri più prestigiosi, sia il contesto peggiore che si possa trovare in un insediamento umano: il nuovo che non è sempre il meglio. All’ombra dei grattacieli nasce un dedalo di vie nascoste. Volutamente nascoste. Perché, dopo i frastuoni della vita, si devono nascondere le strade che si portano appresso i sogni spezzati …e questi non possono convivere sotto le luci abbaglianti.

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Lussi e miserie non rimangono intrappolati, hanno solo due modi diversi di manifestarsi al mondo. Ladruncoli e mendicanti, spacciatori e trafficanti di ogni genere vivono in simbiosi, una lontana simbiosi. C’è chi la miseria la subisce per un gioco del destino e c’è chi della miseria fa, con la violenza, il suo modo di gridare al mondo la propria esistenza.

Armi e droga, mischiati alla corruzione della politica e delle forze dell’ordine, convivono in una sorta di fusione sostanziata di illegalità e apparente legalità, quella che sceglie di vivere alla stregua di novelli pirati, uomini che non veleggiano per mari ma che intendono le strade come dei porti e le baracche come dei galeoni.

Il mare non è turchese, ma grigio asfalto che si macchia di sangue, di strisce di gomme d’auto, di bossoli di pistola e pesanti odori di gas di scarico.  Alla luce del sole si insinua l’oscurità della violenza umana in un contrasto stridente nel quale si cela l’eccesso della brama, la ferocia di una bestialità interiore, primitiva ed oscura, un istinto animale che reclama una propria realtà.

Nella più squallida forma di povertà si ostenta ricchezza, non quella sfacciata e reale dei capi narcos ma quella più grezza degli “operai di quartiere” della malavita, quella che porta jeans scadenti, collane ed anelli d’oro, quella che ha moto di grande cilindrata e fondine di pistole messe in bella evidenza. Luoghi che diventano impenetrabili. Una voluta ermeticità, per non penetrare il disastro esistenziale. 

Le atmosfere reggae e odorose di ganja, si eclissano in sonorità violente di parole che scivolano velocemente nel trap, le cui ritmiche sono l’apoteosi di un odio interiore verso la vita e verso le vite altrui. Il paradiso ha il suo lato oscuro, dove ad eclissarsi è la vita, per la quale il detto “mors tua vita mea” è paradigma della legge non scritta nella quale ogni umanità perde significato.

Foto: pexels.com

Il Mondo In Parole Povere ritorna martedì 28 maggio

 

 

 

18 Comments

  1. Rossana Zanetti Reply

    Ancora una volta hai reso immaginabile ciò che tutti sanno ma pochi vedono. Sono i paradossi della vita. Grazie per questi tuoi racconti.

  2. Roberto Reply

    Mi associo al commento della signora, o signorina, Rosanna e ti ringrazio per caricarci a bordo delle tue parole e farci viaggiare assieme a te.

    Ti voglio bene.

  3. Sara Barbieri Reply

    La capacità di far vivere il racconto al lettore non è da tutti, soprattutto su argomenti come questo. Grazie per questo viaggio fatto attraverso i tuoi occhi sensibili.

  4. Daniele Arconti Reply

    Grazie per questi viaggi nel cuore del disagio e della mancanza di speranza.
    Il male è insito nel cuore dell’uomo e non devi fare niente per farlo venire fuori. Viene da sé.
    Al contrario il bene va ricercato e perseguito e spesso è una lotta.
    Una lotta tra due regni in conflitto.

  5. Franca Reply

    Il paradiso ha il suo inferno, una simbiosi umana, che alberga dentro di noi e che si manifesta al di fuori creando queste realtà così lontane seppur confinanti. Inutile volerle nascondere e, con una nota di pessimismo, combattere, l’inferno c’è ed è lì dove l’umanità viene reclusa, recintata, nonostante tutto chi vuole allontanare questa umanità, non ha gli anticorpi per contrastare il suo inferno. Grazie Rino.

  6. Paolo Reply

    Letto sta sera tutto di un fiato. Fai riflettere sul nuovo, sul marginale, su quello che è nuovo e che è invece periferia della vita.
    Grazie, ti leggo sempre con piacere
    Paolo

  7. Filippo Privitera Reply

    Un detto popolare recita “tutto il mondo è paese”, quasi a voler significare che ovunque, sempre e comunque, l’intersecarsi di esperienze e vissuti produce contrasti che con migliaia di sfumature cangianti avvolgono, ricoprono, attraversano e percorrono i pensieri ed i ricordi di chi, come te, caro Rino, riesce a coglierne con maestria i significati più profondi, accompagnando i lettori in caotici scenari, senza smarrirsi e con la certezza di sapersi orientare tra il bene ed il male, mantenendo la libertà di scegliere in quale parte vivere.

    1. Rino Reply

      Caro Filippo,
      anche il tuo commento è pieno di importanti riflessioni. Ti ringrazio di cuore, davvero!!!

  8. Aldo Palladino Reply

    Caro Rino, il tuo articolo reca magistralmente il titolo”Il lato oscuro del paradiso”. La descrizione di quella società dai forti contrasti mi ha riportato alla mente il discorso di Martin Luther King in “I have a dream” che ci mette davanti alla prospettiva di un mondo migliore che sorge dalle macerie della follia umana. Credo che la speranza debba prevalere sempre su tutte le nostre illusioni, che il lato luminoso del paradiso possa avere il sopravvento su quello oscuro. Grazie. È sempre bello leggere quello che scrivi.

    1. rino Reply

      Grazie Aldo,
      che bella la tua riflessione su MLK. Diciamo che sognare un mondo diverso diventa sempre più utopico, ma almeno, realisticamente possiamo sognarne uno almeno migliore.

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