Digressione Manzoniana

di Guido Bertolusso pixaby.com


La digressione manzoniana sui danni delle traduzioni


Sospendo per un attimo il racconto sulle vicende di Eva e apro qui, su questa pagina, una digressione manzoniana, e scusatemi il paragone ardito.

Gli anonimi redattori, che dalla tradizione orale riportarono i primi testi scritti sulla religione, spacciarono brillantemente nel corso dei secoli la “fonte” indicandola come “religione rivelata” cioè discesa e dettata direttamente a voce dall’essere superiore e supremo a un suo portavoce: Mosè per gli Ebrei e poi per i Cristiani e Maometto per i Musulmani, ma lui dice che fu l’arcangelo Gabriele a ispirarlo.

E qui arrivato, da sempre mi chiedo: ”la parola Bibbia significa libro” e Corano vuol dire “lettura o recitazione salmodiata”, il nome dell’arcangelo Gabriele significa “Potenza di Dio” o “Dio è forte” per gli Ebrei, è “Dio è la mia forza” o “Dio è il mio eroe” per l’Islam, entrambe i testi parlano di Adamo ed Eva più o meno allo stesso modo, narrano di un Abramo e dei suoi discendenti, entrambe riconoscono, seppure in modo diverso, una Maria e un Gesù di Nazareth, ci sono analogie pensieri concetti e precetti simili se non uguali, insomma raccontano molte cose in comune, ma allora perché si fanno guerra cruenta e sanguinaria da secoli?

E ancora, cristiani e musulmani sono entrambi antisemiti… Da sempre ce l’hanno con il Popolo del Libro, il Popolo Eletto! L’unica mia certezza è che l’arcangelo Gabriele doveva essere un po’ confuso se prima si annuncia alla Madonna e poi, più o meno 600 anni dopo, ispira Maometto, oppure era un opportunista democratico di centro con un piede nel PD e un altro nella Lega..

Prima di inoltrarci troppo nelle vicende successive che ci riporteranno a Eva, è bene spiegare una cosa importante: i traduttori possono essere portatori ignari di sventure o reazionari sovversivi.

Certo all’epoca di cui stiamo narrando non doveva essere facile riportare  un testo dell’antico aramaico passando  dall’ebraico e poi al greco per finire in latino, anche se tu eri un erudito alessandrino chiuso nella biblioteca con altri sessantanove colleghi e dovevi tradurre il Vecchio Testamento  a mano con piume d’oca e inchiostri naturali; compito questo, si dice, eseguito alla perfezione, tanto che quella che è chiamata “La Bibbia dei Settanta”, tradotta in greco per la prima volta, è stata considerata l’opera di settanta scrivani, chiusi nella antica biblioteca di Alessandria d’Egitto, cuore pulsante della cultura di allora, separati tra di loro, ma che tradussero contemporaneamente ed esattamente i testi senza che ci fosse nemmeno una virgola di differenza tra i vari elaborati, un vero miracolo se penso alle mie copiature a scuola durante i compiti in classe!

Ma santo cielo, mi dico! Traducendo alcuni paragrafi: è mai possibile che tu non ti sia chiesto come sia possibile far passare un cammello dalla cruna di un ago? Hai rovinato la vita di decine di teologi e filosofi a te posteriori intenti a capire e decifrare la metafisica trascendentale del cammello. E poi  che cosa centra un camelide con l’arte della sartoria?

Marco e Matteo dicono: ”è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio”, certo il ricco è grasso per antonomasia e avrebbe le sue belle difficoltà, ma può pagare, eccome se può pagare, e Martin Lutero nel 1517 ne ha fatto della simonia una questione in 95 tesi che non finisce mai.

Comunque a farla breve alcuni ipotizzano che il termine “cammello” si debba tradurre come “fune” o “gomena” e questo è di più facile comprensione; la parola aramaica “gamal” può significare sia corda che cammello e i termini greci antichi corrispondenti a fune (kàmilos) e cammello (kàmelos) sono molto simili e gli amanuensi non conoscevano ancora l’uso degli occhiali da vista o il T9. Per cui, per errore di trascrizione, nei più antichi manoscritti del Vangelo di Matteo (il Sinaitico, il Vaticano 1209 e l’Alessandrino, Mt19:24) compare la parola greca per “cammello” anziché quella per “fune”. I “camalli” genovesi si arrogano il diritto di dire che nei vangeli qualcuno avesse già pensato a loro.

Oppure, in alternativa, sembra che una delle porte della Gerusalemme antica, prima della distruzione delle sue mura da parte dei babilonesi, si chiamasse per forma o per dimensioni “Cruna”, adibita al  solo passaggio di pedoni e non per le più ingombranti carovane con bestiame al seguito che transitavano attraverso varchi maggiori, per cui allegoricamente una persona ricca e quindi carica di beni e averi non ci passava agevolmente, mentre pare che un cammello ci potesse passare: o troppo ricco il ricco o troppo magro il cammello, fate voi! Nel Talmud  la stessa espressione è riferita all’elefante, ma sta a indicare una cosa impossibile o esagerata.

Lo stesso discorso vale per “le corna di Mosè”. Su quella statua, famosa anche per il “perché non parli ?” e la relativa martellata al ginocchio di marmo, che Michelangelo scolpì per il mausoleo sepolcrale di papa Giulio II della Rovere intorno al 1450 nella Basilica di san Pietro in Vincoli, appare un bel paio di corna tra i riccioli del profeta.

Nel progettare ed eseguire l’opera Michelangelo si fidò della traduzione di san Gerolamo, del IV-V secolo d. C., dal greco ebraico della Bibbia “dei Settanta” al latino della Bibbia chiamata poi “Vulgata” e accettata fino ad oggi; in questa Girolamo racconta come Mosè scese dal Sinai con le famose “tavole della Legge” tra le mani e portando sul capo un bel paio di corna, d’altronde lui era stato via quaranta giorni e chissà cosa avevano fatto nel frattempo la moglie e la concubina.

Purtroppo per noi l’alfabeto “quadro” ebraico è privo di vocali e la distinzione tra le parole è ottenuta con l’uso di vari e diversi toni vocali di emissione delle stesse  che ne determinano così il significato: “Karan” (raggi) e “Karen” (corna) si scrivono allo stesso modo “Krn”, ma si pronunciano in modo differente, e Gerolamo in stile pretesco le ha interpretate malignamente a modo suo! Come già aveva continuato a tradurre male dal greco al latino la parola fune con quella cammello…

Se la vita mi basterà mi piacerebbe parlare in seguito anche della figura di qualche papa: vi basti per il momento sapere che Giulio II era chiamato il “papa guerriero” o, anche, “il papa terribile”, non male per un vicario di Cristo, ma altri ne han fatte comunque di peggio, di molto peggio.


Apostata Per Vocazione ritorna venerdì 11 febbraio


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3 Comments

  1. Michele Reply

    Buongiorno Guido,
    leggo sempre volentieri la sua rubrica, che seppur con leggerezza trasmette spunti interessanti. Colgo il suo tratto ironico e non mi ingarbuglio in una discussione teologica, di cui non avrei le minime competenze, se non quelle di un credente e lettore – non assiduo – del Libro. Le traduzioni spesso hanno combinato grandi pasticci, alle volte credo utilizzate per far credere vere alcune regole, come se fossero state dettate da Dio o da Gesù Cristo. Per il resto come ben lei sa, la Bibbia è ricca di parabole, metafore, cose indicano una cosa per indicarne un’altra. La questione del cammello, credo sia già stata risolta nella traduzione di Liuzzi e nella riveduta in uso nelle chiese protestanti italiane, è il termine esatto, come anche lei sottolinea, è corda e non cammello, anche se in questo caso poco cambia, si riferisce sempre a qualcosa che dalla cruna non passa. Questo passo così tradotto non crea grossi problemi, diverso è quando si fa dire cose alla Bibbia che la stessa non dice. Esempio: il matrimonio come unica condizione per una coppia di avere rapporti sessuali, condanna dell’omosessualità, non è forse una condanna della violenza sessuale e della pederastia? E potrei continuare. Gradirei avere un suo pensiero, anche se da una posizione da apostata!

  2. Umberto Scopa Reply

    non so se la mia lettura abbia un fondamento teologico, ma ho il sospetto che mentre la corda e il cammello decidono su chi di loro deve passare … è un attimo e passa il ricco…. Scusate se ho sotterrato il livello del dibattito, un saluto….

  3. Luca Menniti Reply

    Le traduzioni continuano a creare problemi anche ai giorni nostri, persino quando si tratta di banali traduzioni dall’Inglese all’Italiano. Qualche anno fa, su un sito internet, ho visto che un prodotto veniva definito “nail polish” in Inglese e “chiodo polacco” in Italiano. Evidentemente, il traduttore (forse un computer?) non aveva tenuto in debita considerazione il contesto: su quel sito si vendevano prodotti cosmetici, non ferramenta; pertanto si trattava di uno smalto per unghie, non di un chiodo polacco: “nail” indicava l’”unghia”, non il “chiodo”, e “polish” voleva dire “lucidante”, non “polacco”.
    Ora cambio argomento e parlo dei testi sacri.
    Per onestà intellettuale, premetto che io sono agnostico con una forte tendenza all’ateismo – sulla scala di Richard Dawkins mi colloco sul livello 6 – pertanto io guardo ai testi sacri dal punto di vista di una persona che sostanzialmente non crede in Dio.
    Secondo il mio modesto parere, le narrazioni che sono alla base della mitologia greca, della Bibbia o di qualsiasi altra religione, sono state create da esseri umani che hanno espresso le loro opinioni e la cultura del loro tempo e, probabilmente, queste narrazioni hanno subito alcune modifiche quando sono state messe in forma scritta, in base alle opinioni di chi scriveva e al clima culturale di quel momento. Anche l’interpretazione dei testi sacri varia da individuo a individuo e da epoca a epoca. Nella Bibbia, per esempio, posso leggere tutto e il contrario di tutto: basta scegliere quale parte guardare e come interpretarla. Per fare un esempio concreto e contemporaneo sul modo di intendere il cristianesimo, basti pensare che alcuni vogliono accogliere i migranti a braccia aperte richiamandosi ai valori cristiani, mentre altri evocano le radici cristiane dell’Europa per respingere i migranti. Molte persone scelgono inconsapevolmente come interpretare un testo sacro, altre, invece, decidono in modo deliberato, per il proprio tornaconto.
    Potrei dire tante cose sulle religioni, ma qui mi fermo: altrimenti dovrei scrivere un testo lungo come un libro.

    Luca M.

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