Aspetti Musicali
Nel Pensiero Filosofico Antico

di Andrea Musso

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Scienza & musica nel mondo classico

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Il vasto ed articolato passo intitolato “De musica” che Quintiliano inserisce nelle “Istituzioni oratorie” introduce un argomento di straordinario interesse: l’organizzazione del cosmo assimilata ad una struttura razionale che imita la disposizione dei rapporti intervallari tra i suoni della lira. Si tratta di una questione controversa ed il retore romano cita come fonte fondamentale il Timeo di Platone, filosofo che lascia ampio spazio a dissertazioni musicali all’interno del proprio pensiero esprimendo una grande deferenza per la dottrina pitagorica. Il testo di Quintiliano così si esprime: Non vi è dubbio che uomini illustri per sapienza furono appassionati di musica. Tanto è vero che Pitagora ed i suoi seguaci divulgarono l’opinione, certamente loro tradita da filosofi precedenti, che il mondo ha la stessa struttura e conformazione della lira, e non contenti di quella “concordia di dissonanze”, da loro detta Armonia, attribuirono a questi movimenti anche il suono. Platone, per esempio in alcuni passi, ma soprattutto nel Timeo, non può essere inteso se non da quanti abbiano attentamente assimilato anche questa parte della sua dottrina. Il termine che maggiormente richiama la nostra attenzione è “Armonia”, sostantivo che nel mondo antico racchiude un elevato numero di significati, oltre a quelli musicali, ovviamente.

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Secondo la scuola pitagorica chiamata in causa dal retore la musica detiene una posizione centrale nella cosmogonia e nella metafisica ed è proprio a queste argomentazioni cui fa riferimento Quintiliano, pur essendo molto parsimonioso di spiegazioni. Il concetto di “Armonia” che costituisce l’apice della speculazione filosofica è sì un concetto musicale, ma solo per analogia e per estensione, essendo il suo primo significato metafisico. Secondo i pitagorici l’armonia è concepita come unificazione di contrari. Il filosofo Filolao afferma infatti: L’armonia nasce solo con i contrari, perché l’armonia è l’unificazione di molti termini mescolati, ed accordo di elementi discordanti. In relazione a questo principio il concetto di armonia risulta estensibile all’universo concepito come tutto. Secondo il filosofo greco Aezio Pitagora fu il primo a denominare cosmo la sfera delle cose tutte in virtù dell’ordine che racchiude in essa. Si tratta di un ordine dinamico, infatti l’universo è in perenne movimento ed il moto degli astri e delle forze che li muovono si compongono di un tutto armonico. Se il cosmo è armonia anche l’anima è armonia per i pitagorici. Aristotele nella Politica afferma, probabilmente chiamando in causa i Pitagorici, che molti sapienti identificano l’anima con il concetto di armonia o ritengono che l’anima abbia armonia. Nell’Anima riprende lo stesso tema spiegando che i pitagorici considerano l’armonia la mescolanza e la sintesi di contrari e ritengono che di contrari sia composto il corpo. Si tratta di una dottrina che, per quanto ampiamente attestata da tutte le fonti antiche, non è condivisa da Aristotele.

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I medesimi concetti trovano riscontro nel Fedone e nel Timeo. Quintiliano si limita a sfiorare l’argomento essendo consapevole della complessità della questione. Un interesse maggiore verso il problema è riscontrabile in Cicerone il quale tuttavia, pur dimostrando di essere in possesso di una solida preparazione filosofica, preferisce cautelarsi ricordando la difficoltà e l’oscurità della materia.

Lo stesso Cicerone in un passo delle “Tusculanorum disputationes” affronta il problema della definizione del termine Armonia. Ma queste cose che ho elencato fin ora, cuore, sangue, cervello, soffio, fuoco, sono definizioni comuni; le seguenti furono per lo più sostenute dai singoli filosofi, però prima da molti degli antichi ed in seguito da Aristosseno, musico e filosofo allo stesso tempo, che definì l’anima come una tensione del corpo stesso analoga a quella che nel cantare e nel suonare la lira si chiama con una parola greca armonia, così secondo la natura e la configurazione del corpo nel suo complesso si produssero i vari movimenti, come nel canto i suoni. Egli non si discostò dal suo mestiere di musico, e tuttavia diede una definizione il cui valore aveva già esposto e spiegato molto tempo prima Platone. E’ evidente il tono di rimprovero nei confronti di Aristosseno che subisce l’accusa di non essere riuscito nel definire l’armonia ad affrancare la definizione dalle argomentazioni musicali.

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Cicerone pertanto ritiene che Aristosseno debba lasciare le argomentazioni filosofiche al maestro Aristotele e continuare a dedicarsi all’insegnamento del canto. Cicerone è al corrente della duplice attività di Aristosseno (musicus idemque philosophus), tuttavia predilige e ricerca maggiormente la componente filosofica. Torna però sempre nelle “Tusculanarum disputaziones” a parlare dell’anima sfruttando argomenti di natura musicale per giustificarne l’esistenza. Mentre egli ammette che noi possiamo riconoscere una melodia dalle distanze intervallari dei suoni, la cui variata combinazione genera anche diversi canti, non riesce tuttavia a vedere come la posizione degli arti ed il movimento del corpo possa essere armonico, quando manca l’anima. Ciò che Cicerone disapprova in Aristosseno è l’accentuazione dell’importanza della percezione uditiva nell’esprimere un giudizio sulla musica. Aristosseno si allinea certo con l’esperienza dei suoi predecessori, Damone, Platone, Aristotele, tuttavia conferisce un nuovo orientamento all’estetica musicale antica, mettendo per la prima volta seriamente in discussione la subordinazione della musica e della teoria musicale alla filosofia. Come ha accuratamente osservato Enrico Fubini nella sua autorevole pubblicazione “L’estetica musicale dall’antichità al settecento” (pagina 51 e seguenti), Aristosseno non giunge ad una contrapposizione tra udito ed intelletto, ma approda forse ad una sintesi eclettica in cui l’interesse degli aspetti intellettuali della musica si orienta verso la percezione sensoriale. La polemica di Cicerone verso Aristosseno si fonda sulla grande deferenza verso il pensiero platonico- aristotelico che non ammette deroga, né può essere messo in discussione. Allo scrittore non fa difetto il senso artistico e nemmeno quello musicale. Ciò spiega la sua spiccata propensione a ricorrere all’arte dei suoni ogni qualvolta si presti ad argomentare le proprie tesi. Effettivamente sono numerosi i luoghi in cui protagonista è la musica. Il brano di Cicerone che rappresenta una pietra miliare è il “Somnium Scipionis” in cui discorre diffusamente della musica in relazione all’armonia degli astri. In questo passo si trova una sintesi degli argomenti inerenti la dottrina formulata dai pitagorici riportata da Quintiliano. I seguaci di Pitagora applicarono all’astronomia ed al movimento dei corpi celesti le leggi armoniche da loro ritrovate nell’acustica.

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Come è noto, secondo i Pitagorici, il concetto di armonia si completa con quello di numero, tema assai discusso e sotto molti aspetti oscuro, tuttavia è proprio la natura del numero che ci salvaguarda da quanto è oscuro ed ignoto. Nulla sarebbe comprensibile, né le cause in sé né le loro relazioni, se non ci fosse il numero e la sua sostanza. Ciò costituisce il cardine della dottrina pitagorica e, secondo tale corrente, armonia e numero sono rilevati proprio dalla musica. Secondo Filolao, i rapporti musicali esprimono nel modo più tangibile ed evidente la natura dell’anima universale, pertanto i rapporti tra i suoni, esprimibili in numero, possono essere assunti come modello della stessa armonia del cosmo. Il concetto di musica dunque assume chiaramente i connotati astratti, tanto da non coincidere più con la musica nel senso corrente del termine. Musica o armonia non è più soltanto quella prodotta dal suono degli strumenti, ma lo studio teorico degli intervalli musicali o la musica prodotta dagli astri che ruotano nel cosmo secondo leggi numeriche e proporzioni armoniche. I seguaci di Pitagora immaginarono così che le sfere celesti con il loro movimento emettessero suoni la cui intensità ed altezza variasse a seconda della distanza di ciascuna sfera dal centro, e non dalla sua velocità di rotazione, determinando così accordi armonici e note musicali, dalla più alta, prodotta dal moto del cielo stellato, alla più bassa, derivata dal movimento della sfera lunare. La terra era immobile e le note risultavano in numero di sette in ossequio alla sacralità della cifra che non doveva in alcun modo essere violata. Cicerone riporta poi nello stesso passo una curiosa notizia relativa alla sordità provocata dalla musica celeste agli abitanti di una zona detta Catadupa, nome di origine greca che significa “Che cade con fragore” ed indicante la prima cateratta del Nilo tra le isole di Elefantina e di File. L’incredibile notizia trova riscontro nella “Storia naturale” di Plinio e nelle “Questioni naturali” di Seneca. L’esempio spiega come agli uomini comuni sia preclusa la possibilità di cogliere l’armonia generata dal moto rotatorio dell’intero universo. Si tratta di un privilegio consentito solo a Pitagora. Un aspetto significativo è poi dato dal fatto che non si parli tanto di suoni quanto piuttosto e propriamente di intervalli. Cicerone si schiera a favore delle tendenze pitagorico-platoniche che considerano l’intervallo come rapporto numerico e pertanto simbolo e causa del suono. A conclusione dell’analisi delle dotte testimonianze ci conforta il fatto che nella tradizione greca poi trasmessa ai romani la musica costituisse uno dei pilastri del sapere. Non si trattava dunque di una semplice forma d’arte, ma di una vera e autentica disciplina autorevole quanto l’astronomia, la matematica, la medicina e la letteratura. Un insegnamento da applicare ai nostri giorni nella formazione del pensiero.

Foto: scuola.net

A Suon Di Musica ritorna mercoledì 5 giugno

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