Grazie Nonna Germana

di Andrea Sbaffi

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Articolo pubblicato il 23 maggio e scelto dall’autore per la riproposta estiva

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U2, Pop Mart Tour (Aeroporto dell’Urbe, Roma, 18/09/1997)

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L’estate volgeva al termine e, probabilmente a Torre Pellice durante il Sinodo Valdese di fine agosto, dove la diaspora familiare convergeva per riuscire a passare almeno qualche giorno insieme, scopro che mio fratello Manuel è stato “precettato”, non si è mai capito perché solo lui… (!), per accompagnare il cugino quattordicenne Giovanni al concerto degli U2 del mese successivo a Roma.

Bene, mi dico…, ma nessuna/o ha pensato a me?!?!?

Mettendo in atto un’abile operazione di lobbying, riesco ad impietosire la nonna Germana, che già aveva gentilmente offerto gli altri due biglietti, ed ottenere un terzo accredito!

Ci troviamo, così, quel pomeriggio di settembre a partire a piedi in direzione dell’Aeroporto dell’Urbe sulla via Salaria a Roma, giusto a tre chilometri da casa di mia nonna: il modo migliore per raggiungere lo spazio scelto per l’evento, in quanto l’unico in grado di accogliere i quasi 60mila spettatori, il cui afflusso aveva già congestionato da ore la città e i suoi trasporti pubblici e privati.

Gli U2 erano, in quegli anni, probabilmente il gruppo rock di maggior richiamo a livello mondiale e, infatti, per l’unica altra data italiana del Pop Mart Tour, era stato scelto il Campo Volo di Reggio Emilia, in grado di ospitarne ben 150mila.

Ad aprire i due concerti italiani, erano stati chiamati i Prozac+ e i Casino Royale, senza dubbio due fra i gruppi più rappresentativi del panorama nazionale del tempo.

Il lungo percorso, che in parte abbiamo ricordato anche su queste pagine, dopo gli album degli esordi e la consacrazione al LiveAid del 1985 era stato caratterizzato dai due album della piena maturità (The Joshua Tree del 1987 e Achtung Baby del 1991), grazie alla collaborazione con Brian Eno, e da Zooropa nel 1993, a cui era seguito un tour mondiale caratterizzato dalla sperimentazione di un nuovo approccio all’evento-concerto, inteso come uno spettacolo a 360° e non limitato alla “semplice” esecuzione dei brani di repertorio (vedi il duetto con Lou Reed per la sua Satellite of Love dove l’artista newyorchese appariva solo in video sul maxischermo).

Dopo aver ulteriormente sperimentato, ancora con la sapiente regia di Brian Eno, nel 1995 nell’album Original Soundtrack 1, non pubblicato come U2 ma con lo pseudonimo The Passengers, dato che i brani si discostavano notevolmente dalla produzione del gruppo (vengono proposti come ipotetiche colonne sonore di film, fra le quali ricordiamo Miss Sarajevo in duetto con Luciano Pavarotti, qui nella versione dal vivo al Pavarotti & Friends), finalmente nel 1997 esce il nuovo album Pop, seguito dal tour del nostro concerto.

E’ un album, allo stesso tempo, di rottura e continuità col recente passato della band: a Brian Eno subentra come principale produttore Howie B e le influenze Trip Hop si possono avvertire in diversi brani del disco, principalmente per l’uso massiccio di campionamenti, già introdotti nei due album precedenti, ma in questo caso estremizzati, in linea coi cambiamenti in atto nel panorama musicale.

Su tutte, ne è un esempio Mofo, il brano di apertura del concerto.

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Da quel momento, sarà una sapiente sequenza in alternanza fra brani del nuovo album e vecchi classici della band (vedi qui la scaletta completa): alcuni brani del nuovo album, come la ballad Staring at the Sun, sono in completa continuità con il precedente percorso della band, mentre altri in scaletta sono piacevoli sorprese, come Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me, potente colonna sonora di un Batman cinematografico di un paio di anni prima.

A prescindere dalla scaletta (che, comunque, vi invito a ripercorrere, anche grazie ai link proposti), anche per noi, nell’insolita veste di tutori del quattordicenne, trovarsi in un carnaio di sessantamila persone era un’esperienza nuova…: il palco davanti a noi, caratterizzato da un simbolico enorme arco giallo (simulacro di una nota catena di fast-food…) e un maxi-schermo grande come un campo da calcio in verticale, ci proiettava in una dimensione inaspettata.

Si trattava del primo grande evento, non solo musicale ma anche mediatico, al quale assistevamo e la sensazione di stordimento rimase persistente per alcuni giorni…

Credo che si sia trattato di un grande concerto, forse uno “dei grandi concerti” a cui ho assistito: ero già rimasto affascinato dai video del tour di Zooropa di quattro anni prima e l’aspettativa per questo nuovo tour era stata pienamente soddisfatta: una band matura, con un sound pieno e preciso, pienamente consapevole e condotta da un’istrionico Bono Vox (Paul David Hewson), coadiuvato dalla vera anima musicale del gruppo, il chitarrista e tastierista The Edge (David Howell Evans), e dalla base ritmica forse più incisiva, insieme a quelle dei Nirvana e dei Peral Jam…, degli anni ‘90 (Adam Clayton e Larry Mullen Jr., peraltro vero fondatore del gruppo nel lontano 1976).

Che altro dire…. Questo è uno dei gruppi che ha fatto la storia del rock!

Facendo un salto avanti nell’attualità, e riallacciandomi all’ultimo articolo, è di quest’anno l’ultimo album della band: un quadruplo(!) che ripercorre la carriera del gruppo con arrangiamenti completamente nuovi, spesso acustici, dichiaratamente consoni alla nuova sensibilità di ormai sessantenni dei suoi componenti.

Songs of Surrender è un coraggioso (e, a mio parere, riuscito) esercizio di contestualizzazione all’attuale natura del gruppo, che ci racconta la felice consapevolezza che canzoni meravigliose non debbano essere necessariamente cristallizzate nel tempo, ma possano essere fatte proprie e riadattate, in base alle nuove sensibilità, in primis dei loro stessi compositori.

Nessuno pretende che le “nuove” versioni sostituiscano le precedenti: credo che il gruppo ne sia ben consapevole, ma abbia fatto una precisa scelta di trasparenza ed onestà, dichiarando implicitamente che, per loro, i moti di rivolta e le istanze di sperimentazione del passato, devono essere attualizzati e fatti propri anche da coloro che avranno voglia di entrare in sintonia con l’attuale sensibilità della band: ciascuna/o potrà decidere quale versione le/gli sia più vicina.

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Resta il fatto che una delle band simbolo del rock abbia ritenuto di ribaltare la propria storia, denunciando la difficoltà di suonare a raffica brani scritti a venti o trent’anni, che a sessanta non possono che risultare manieristici e, tutto sommato, anacronistici.

Sono brani che, nelle loro versioni originali e dal vivo, restano consegnati alla storia, ma personalmente apprezzo il coraggio di dichiararne la lontananza da quello che la band è ora, decenni dopo che sono stati composti: non vengono assolutamente rinnegati, ma vestiti di un abito nuovo, più consono a un quartetto di ragazzi di provincia che sono diventati, forse loro malgrado, vere e proprie rockstar planetarie.

Diceva Ivano Fossati, presentando in uno dei suoi live, pubblicato solo quattro anni prima di questo concerto, la canzone E di nuovo cambio casa: “una vecchia canzone, con un vestito tutto nuovo…”

Prossimo appuntamento con il concerto di Herbie Hancock & Wayne Shorter, Teatro Verdi, Firenze (21/10/1997).

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Foto: Andrea Sbaffi

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Io C’ero ritorna martedì 3 ottobre

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