Liberazioni O Rifioriture

di Enea Solinas Enea Solinas

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Aspetti che cambiano, mutando il nostro sguardo e le nostre attitudini

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Un poeta piuttosto noto, che si definisce paesologo, suggerisce che occorre guardare ogni cosa come se fosse bella, e che se non riconosciamo questa qualità, significa che bisogna guardare meglio.

Sono affezionato alle abitudini. Che fissano le idee – talvolta le rendono ossessive. E si ostinano a guardare le medesime cose con sguardo diverso, via via più approfondito.

Eppure questo fa risaltare i nostri limiti, e ce li fa riconoscere. E anche i limiti hanno una loro bellezza, oltre che un’utilità. Orientano, deviano, impongono talvolta necessariamente uno sguardo diverso.

Ci costringono ad ammettere che abbiamo bisogno di cambiare aria, di evocare la pioggia, di recuperare dei significati che credevamo perduti.

Sono stato sempre poco incline alle manifestazioni di piazza, non amo le folle, e forse la mia inquietudine tende a farmi cercare il senso in un perenne peregrinare. Anche quando si tratta di partecipazione.

Sono abituato alla solitudine, ma ultimamente non la vivo bene, ne patisco alcuni effetti problematici.

Sono idealista e politicamente disorientato, intuendo ovunque discorsi inevitabilmente retorici con una intrinseca ideologia di fondo, più confusa e contraddittoria di quelle che coni loro limiti e definizioni caratterizzarono il secolo scorso.

Mi sono avvicinato ad un’organizzazione politica storica perché in questi anni l’ondata – oltre che virale – è destrorsa, conservatrice, o moderata. Di quella moderazione che alla lunga svilisce alcuni ideali. Ai quali sono molto affezionato, anche perché si combinano con la mia tendenza a fare astrazioni.

Apprezzo oggi più che un tempo una certa concretezza, e la semplicità che non si dà orizzonti predeterminati, ma non tradisce degli ideali di fondo.

Ho partecipato alla manifestazione in ricordo dei partigiani caduti per la libertà e all’adesione non-violenta per la Pace, in una delle molte manifestazioni che in tutta Italia sono state organizzate lo scorso 25 Aprile. In particolare e per scelta ho aderito all’ANPI, di cui sono iscritto da due anni, come convinto antifascista. In un’epoca di fascismi vecchi e nuovi e di semplificazioni che ingarbugliano la vita politica e civile, e sottintendono interessi particolari a detrimento dei beni comuni e di alcuni valori che fino a pochi decenni fa erano incontestabili, e appunto sentiti come patrimonio comune. Anni di sfascismo e consumismo, deterioramento e riformismi prototecnocratici ci hanno portato al triste panorama attuale. E per coerenza con un certo spirito che al contrario viene corroso e criticato da “ragionamenti” paradossalmente lesivi della dignità di una memoria che non confondeva idee e prese di posizione. Le polemiche sono note e c’è stato un dibattito in merito.

Constato una sempre maggiore limitatezza – più una costipazione – delle politiche pubbliche (che non vuol dire per forza centralizzate).

Noto un crescente dislivello tra le disparità socioeconomiche. E un appellarsi a soluzioni che contraddicono ideali generativi per la nostra Repubblica ed evidenziano invece una certa ideologia. Con buona pace a chi da anni denigra, annacqua o inebetisce i discorsi su questo tema alludendo o dichiarando che le ideologie non esistono più.

Ogni azione e pensiero ne rivela l’esistenza. Ogni scelta individuale o di appartenenza dichiara un’adesione, più o meno consapevole, più o meno convinta. I presupposti sono teorici e pratici e ci sono nessi tra i primi e i conseguenti. Importante accorgersene.

Sono sempre stato scettico ad un uso individualista delle tecnologie, specie quelle che hanno questo potenziale di abbattere confini e limiti, e di supporre una possibile sostituzione del luogo d’incontro e di scambio e di parola – l’agorà – in piazze o conciliaboli ristretti virtuali.

Con una certa constatazione mi rendo conto che pur utilizzando poco i social network – o soltanto alcuni e per lo più per diletto, ne sono avviluppato. E uno dei recuperi che più mi appassionano è il ritorno o la reinvenzione di agorà che non espletino solo funzioni burocratiche o amministrative, ma propongano e favoriscano una reale socialità partecipativa. Diversa da quella di un tempo, distante anni luce da quella che ci rende tutti complici di mascheramenti comodi e algoritmi che traducono idee, opinioni, informazioni in dati e input pronti per essere codificati e inseriti nel flusso speculativo e omologante dei dispositivi di massa di ultima generazione (quelli che con utilità e rischio frammentano e isolano in una iperconnettività indefinita).

Eluderli o non utilizzarli è un’utopia antistorica. Capirne i meccanismi e utilizzarli dando più risalto allo stare insieme concreto, vivo e partecipato è un buon compromesso.

Altro fluire e altro movimento e azione che tende alla concretezza, la sana disillusione che le cose vengano predisposte sula base di politiche Top-Down.

Proprio questi luoghi di partecipazione (via, piazze, associazione, luoghi d’incontro fattivo), dimostrano il risvolto rigenerativo e le possibilità di reinventarsi e di rimettere in gioco sguardi, limiti, orizzonti. Politiche dal basso che non si adagiano terra-terra, ma rifioriscono, e come arbusti o fiori s’innalzano e mettono radici.

Sono queste abitudini e riscoperte che rappresentano e vivo in modo particolarmente sentito come liberazioni e rifioriture, senza la presunzione di equipararmi a chi la lotta (anche armata e per necessità e altruismo, non per legittima difesa o contrapposizione di diversi interessi) l’ha vissuta, l’ha patita, l’ha compiuta.

Uno dei meccanismi è il rimbalzo di medesimi termini e parole che decontestualizzate, e prese troppo alla leggera, confondono molte questioni. Distraggono dall’approfondire cause diverse, riconoscimenti anche delle reali similitudini. Abbassano la volontà o la capacità di porsi in modo critico alle scelte che vengono adottate da chi detiene posizioni di potere e che dovrebbe interpretare questi ruoli con maggiori responsabilità e non sulla base di una logica di dominio.

Attivarsi e procedere, ciascuno coi propri tempi, ma usufruendo di questo contagio progressivo è una risorsa che relativizza anche tante ostinazioni e dissipa idee fisse o abitudini entro le quali ci si assenta dalla vita pubblica, o la si condivide per assuefazione alla modalità privata e individuale.

Il ché non ci rende né partecipi, né – come è mia attitudine – schivi e solitari. Quanto piuttosto ignari, isolati e sempre più ignoranti e disinformati.

È una strana primavera nella quale abbondano i disincanti. Ma gli incanti a volte sono delle malie, che annebbiano le coscienze. Queste liberazioni sono piccole testimonianze – che qui accenno appena – di ripresa e di ristoro.

Senza attendere che i ristori e le riprese vengano decise in modalità Top-Down.

In queste distinzioni e in questi recuperi c’è qualcosa che rifiorisce e incanta nuovamente, ma come è diverso l’orizzonte, e come aiuta a riconciliarsi rispetto alle ferite – da non disconoscere – subite o inflitte, in un tormento di parole scagliate come giavellotti.

Quando l’egida di Atena – dea della saggezza e protettrice della polis che per antonomasia fece fiorire il dialogo e il riconoscimento della differenze – non si limita a pietrificare con la testa di Medusa incastonata e ancora potente nelle sue palpebre dischiuse. Ma da momenti remoti, lunghi disseminati in varie aree del mondo, o differenti periodi storici prende la mira e tiene alto il giavellotto.

Senza scagliarlo, ma solo ammonendoci con forza e incoraggiandoci a resistere e anche ad agire.

Mala tempora currunt…

Ma anche nei tempi bui accadono cose che ci destano a nuova fioritura e ci liberano. Occorre essere non sprovveduti, e messo l’animo in pace, darsi d’animo e guardare avanti. La pace accadrà, quando la guerra cederà il posto al conflitto. Quello dialogico. Non sarà eterna – non facciamoci illusioni, e mostrerà i segni della distruzione e avrà in sé i semi di nuove cause. Ma forse per tempo sapremo arrestarci all’alzata di scudi e il giavellotto di Atena non si isserà a minacciare un obiettivo, un fine, come scardinamento persuasivo dalla necessità e dall’angoscia. 

Da rovine e disastri possono (in)sorgere piazze e desideri.

Anche questi sono segni di primavera.


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