L’Arminuta

di Sara Migliorini

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Un percorso di crescita doloroso e commovente, un romanzo toccante e una protagonista difficile da dimenticare

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Eccoci di nuovo insieme dopo una pausa estiva che mi auguro sia stata rigenerante. Vorrei ricominciare parlandovi proprio di una delle mie letture estive. Quando la destinazione delle vacanze è stata decisa e la meta delle peregrinazioni è ricaduta sull’Abruzzo, ho cercato una lettura che mi riconducesse a quella regione. Mi sono trovata, quindi, tra le mani “L’arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, scrittrice di Penne, paese di mattoni arroccato su un’altura e inserito tra i borghi più belli d’Italia.

Già il titolo rimanda all’Abruzzo. In dialetto l’arminuta significa la ritornata e la voce narrante è quella di una ragazzina di tredici anni, la cui vita viene stravolta dall’oggi al domani e il cui nome non viene mai svelato per l’intero romanzo.  Quelli che lei ha sempre considerato come i propri genitori la riconducono un giorno alla sua vera famiglia, restituita come fosse un pacco indesiderato. Abituata alla vita in città, in una località di mare, figlia unica, amata e viziata, il cui unico pensiero era dividersi tra scuola, nuoto e corsi di danza, la protagonista viene catapultata in una realtà anni luce lontana da quella conosciuta. In un paesino di montagna, dove a malapena si comprende l’italiano ed è il dialetto la lingua comune, l’arminuta incontra i suoi veri genitori, scopre di avere uno stuolo di fratelli e sorelle e di dover presto fare i conti con una situazione familiare ai limiti dell’indigenza, dove si fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. Da una vita in cui il futuro si intravedeva roseo e già scritto, l’arminuta si ritrova a dover lottare con le unghie per resistere ai soprusi dei fratelli che non l’accettano e conquistarsi il diritto di poter continuare gli studi.

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In mezzo a tutte le difficoltà della vita quotidiana c’è, però, un tarlo che divora i pensieri della protagonista. Quale sentimento può spingere una mamma a lasciare la propria figlia di sei mesi nelle mani di una cugina e ad accettare il fatto che sia cresciuta da altri? Quale sentimento può spingere una mamma adottiva a restituire la stessa bambina dopo tredici anni? Sentendosi rifiutata due volte, da quella che credeva essere sua madre e da quella che non riesce ancora a considerare madre, l’arminuta cerca di mettere insieme i pezzi della propria anima per trovare posto nel mondo degli adulti.

“Ripetevo la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo.“

Quale potenza in queste poche, semplici parole. La scrittura della Pietrantonio scarna, asciutta, che nulla concede al pietismo ci regala una protagonista vera, che lotta per venire a capo di un’identità da ricostruire giorno dopo giorno. Sullo sfondo si delinea l’affresco di una terra, l’Abruzzo, fotografia di un intero paese, che tenta di affrancarsi dalla povertà, dove la fatica di procurarsi il pane da portare in tavola fa apparire duri e privi di sentimenti, ma dove c’è altrettanta umanità pronta ad emergere alla prima occasione. Un romanzo breve, ma che rimarrà a lungo impresso nei cuori con la sua indomita protagonista.

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Il Bradipo Legge ritorna mercoledì 19 ottobre 

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4 Comments

  1. Giuseppe Rissone Reply

    Se avete letto il libro, quello è la cosa primaria, v’invito a vedere anche la versione cinematografica con la regia di Giuseppe Bonito

  2. Paolo Santangelo Reply

    Grazie Sara se il libro sarà appassionante anche solo la metà della tua recensione, sarà sicuramente stupendo.
    Ma non è che anche tu Sara hai scritto qualcosa? Sei troppo brava

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