Mathare

di Rino Sciaraffa

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Dove le strade non hanno un nome

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L‘occhiello è la traduzione di uno dei brani che più mi piacciono degli U2, gruppo rock irlandese. L’hanno scritta dopo che Bono, cantante della band e sua moglie Ali, trascorsero un periodo di volontariato in Etiopia. Il viaggio che vi propongo è un po’ più a Sud, percorrendo la linea costiera in cui il “Continente addormentato” si affaccia prima sul mar Arabico e poi sull’Oceano Indiano. Arriviamo in Kenya e ci rechiamo nella sua capitale, Nairobi. La città trae nome dalla lingua Masai, che letteralmente significa “luogo dell’acqua fredda”, ma essa ha anche un nomignolo allettante per i turisti: “Green City in the Sun” (Città verde sotto il Sole).

E’ una delle città più grandi dell’Africa ed è crocevia turistico per le sue coste e le aree interne dove molti turisti, da diverse parti del mondo, vengono per ammirare i grandi parchi naturali. Centri commerciali, grattacieli, strade affollate sono il contrasto visivo più vivo rispetto alla distesa di lamiere nelle quali vivono circa due milioni di persone, in una caotica area dove “le strade non hanno nome”. Non solo le strade sono anonime, ma le baraccopoli di Mathare e Kibera sono segnate, nelle cartine ufficiali della città come enormi aree grigie, ovvero senza toponomastica e delimitazioni grafiche delle aree edificate. In effetti sono spazi non censiti in cui una umanità indistinta e anch’essa senza nome, vive confusamente nel paradosso di “esistere”, ma al contempo di “non esistere”.

Il viaggio che vi propongo è in una “isola che non c’è”, ripercorrendo un luogo utopico cantato da un altro grande rocker nazionale, Edoardo Bennato, ma che di utopico o di ideale ha ben poco. L’esperienza di un viaggio è spesso accompagnata da panorami, suoni, colori, rumori, ed anche volti e questo può essere vero anche nei luoghi più desolanti della terra. Il panorama di lamiere ammassate, suddivise da canali irrigui che delimitano spazi nei quali si nascondono gli spazi di esistenze dimenticate. I suoni? Si anche quelli molto particolari: c’è il rumore del lavoro fatto di chi cerca di dare una normalità alla propria vita con qualcosa che possa assomigliare ad un lavoro, parrucchiere, fabbro, riparazioni di bici, fruttivendolo. Ci sono i suoni vocali dei bambini che saltellano a piedi nudi a zig-zag evitando di bagnarsi i piedi nell’acqua maleodorante. Ci sono i rumori di chi ha, dentro spazi angusti, la propria quotidianità come lavarsi e cucinare. I colori sono solo quelli degli abiti stesi su fili che cercano di catturare qualche raggio di sole che penetra negli ammassi indistinti di ondulati rugginosi. I volti? Uguali a tutti gli altri volti della terra con i tratti somatici tipici delle aree geografiche che li abitano. In quel luogo, il mio, viene definito “mzungu” che per chi abita lì significa solo “uomo bianco/europeo”. Mi hanno detto che è l’estrapolazione del verbo, in lingua locale, “Kuzunguka”, che significa semplicemente “girare intorno”. Non ho avuto il coraggio di approfondire perché da un verbo cosi simpatico come il “girare intorno” si sia trasformato in un aggettivo-sostantivo che è diventato sinonimo di una appartenenza etnica. Viaggiare, in parole povere, è girare intorno a se stessi, per scoprire luoghi e spazi nuovi, senza dimenticare che anche gli altri, intorno a te, girano e si muovono cercando di capire e di capirti. Mi oriento non famigliare a quel contesto di vita, estraneo non solo per appartenenza etnica, alieno a quel mondo, lontano da ogni possibile comprensione, anche io distinguibile per lingua, colore della pelle, abbigliamento e pertanto identificabile, ma sia io che loro sappiamo di essere distanti, circoscritti dal nostro reciproco anonimato, nell’essere vicini fisicamente ma lontani esistenzialmente.

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Mentre viaggio fra queste strade-non strade, anche io senza nome per loro, se non con un appellativo indistinto, che mi associa ad altri uomini per il colore della mia pelle, percepisco l’estraneità esistenziale, l’anonimato e tutto il paradosso di vite che per istanti brevi o meno brevi si incrociano e si osservano ma che non potranno conoscersi a fondo, perché ciascuno di noi, forse nel proprio spazio di vita, vive in strade “senza nome”.

Ecco che questo mio primo viaggio con voi, non ha voluto essere una descrizione, forse triste e malinconica di uno dei più terribili luoghi sulla Terra. Ho voluto accompagnare il mio “anonimo” lettore nella riflessione di come siamo ciascuno di noi, nel proprio viaggiare in spazi che possiamo descrivere dalle nostre sensazioni e percezioni, rimane anch’esso in un’anonimia, seppur anche gli altri ci descrivano attraverso le proprie categorie di pensiero e le proprie percezioni. Ecco che il paradosso nella vita e che siamo tutti indefinibili-definiti, in un ossimoro concettuale che sposta la nostra identità ad immagini e proiezioni di essa e che per noi, anche gli altri sono identificati con percezioni individuali. Qui il paradosso ulteriore del viaggio che ci spinge in luoghi non conosciuti per conoscerli e ci muoviamo verso mete che sono solo istantanee di ciò che non ci appartiene per esperienza. Ecco che il viaggio, in parole povere, è una sintesi di ciò che è complesso, che cerchiamo di sintetizzare con alcune coordinate che fanno parte delle nostre idee ed esperienze. Vorrò raccontate luoghi, in parole povere, perché rappresentano la normale sintesi che facciamo, viaggiando, di ciò che riusciremo solo a percepire. Forse è proprio questo che ci affascina del viaggio, il tempo e lo spazio, che per antonomasia sono le coordinate essenziali della nostra esistenza ma che sono, in senso non solo astratto, molto più grandi di noi e per questo affascinanti.

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Il Mondo In Parole Povere ritorna martedì 18 ottobre 

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6 Comments

  1. Alessandro Dipietro Reply

    I volti? Uguali a tutti gli altri volti della terra con i tratti somatici tipici delle aree geografiche che li abitano.
    Mi ha colpito molto questo passaggio; un uguaglianza di tratti somatici che racchiude sogni, sogni e speranza che ogni uomo ha e che non possono essere riservati solo, almeno nei desideri più profondi, a chi ha la possibilità (o più possibilità) di vederli realizzati. Questa uguaglianza testimonia della grande ingiustizia della povertà. Ogni uomo ne avrebbe diritto… Grazie, non è stato un articolo ma un esperienza.

  2. Rino Sciaraffa Reply

    Grazie Alessandro per il tuo commento. Grazie perchè hai arricchito una mio piccolo passaggio e lo hai fatto egregiamente.

  3. Gian Reply

    Quando eravamo ancora un blog avevamo pubblicato il racconto del mio viaggio in Kenia per inaugurare un acquedotto nella regione del Meru. In quelle pagine raccontavo della mia esperienza al World Social Forum del 2007 svoltosi proprio a Nairobi. Tralascio i particolari,se vuoi puoi ricercare le pagine del racconto. Quello che invece mi ha fatto ritornare alla mente il tuo articolo è stato quello che avevo definito l’odore della miseria che avevo sentito quando mi ero recato a Kibera per una marcia organizzata dal gruppo Abele e ad una messa celebrata da padre Alex Zanotelli. Lasciando quei luoghi con la certezza che, se fossi ritornato l’anno successivo avrei trovato il 50% dei bambini visti l’anno prima,ma sostituiti purtroppo da altrettanti.
    E poi c’è ancora chi etichetta come clandestini queste persone che emigrano nella speranza di una vita migliore. Purtroppo è la nostra storia.

  4. Rino Reply

    Grazie Gian del tuo commento. Vorrei leggere il tuo articolo. Nei miei prossimi articoli cercherò di parlare proprio di odori e suoni.
    Ancora grazie … ed a presto!

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