Cantore E Maestro D’Ironia

Andrea Camilleri: cantore di storie che ci sono entrate nel cuore, insuperabile maestro d’ironia, animo sensibile, ma graffiante.

Ben ritrovati a tutte e a tutti, da un’estate che mi auguro sia stata rigenerante e portatrice di nuove energie per affrontare l’autunno e, ahimè!, le giornate che poco per volta si accorciano sempre più. Ci siamo salutati a metà luglio e, subito dopo il nostro congedo, un ben più triste commiato ha conosciuto il mondo della letteratura italiana. E’ morto Andrea Camilleri, cantore di storie che ci sono entrate nel cuore, insuperabile maestro di ironia, animo sensibile e, nello stesso tempo, graffiante. Alcuni di voi magari appartengono al mio stesso genere, quello onnivoro, che, quando s’innamora perdutamente di un autore, ne divora tutta la produzione. Altri magari conoscono Camilleri solo per i romanzi che hanno per protagonista Montalbano ed è comunque un’ottima cosa. Altri, e di questo ne sono sicura, perché così è per una delle mie più care amiche, apprezzano l’uomo Camilleri, il suo pensiero e il suo impegno civile, ma non sono mai riusciti a leggerne i libri, respinti dalla particolarissima lingua, una commistione di italiano e siciliano, che il maestro aveva creato.

Ebbene, confesso: è successo anche a me al mio approccio con Camilleri. Circolava per casa “ La gita a Tindari “, appartenente alla serie dedicata a Montalbano. Lo presi, lessi una pagina e lo richiusi, esclamando: “ Non ci capisco niente! “. In quel momento non ricordavo quella che è una verità riconfermata, per me, negli anni e cioè che c’è un tempo per ogni libro. Che se, ad una prima lettura, ci sentiamo respinti da un libro, molto probabilmente non è il momento giusto per leggerlo ed è facile che, a distanza di mesi o anni, proprio quel libro diventi per noi uno dei più cari in assoluto. In quel momento pensai solo: “ Mi spiace, ma Camilleri non fa per me. “ . Quanto mi sbagliavo!

A distanza di qualche anno una persona a me molto cara, e alla quale è impossibile dire di no, mi rifilò in mano “ La scomparsa di Patò “ prima di partire per una settimana in montagna. Il libro che pensavo avrei faticosamente centellinato capitolo dopo capitolo al termine delle passeggiate, una volta raggiunta la cima, mi ritrovai a divorarlo in una sola sera. Cominciai a leggerlo e non riuscii più a staccarmi fino ad arrivare all’ultima pagina. Lì è scoppiata la scintilla che mi fece innamorare di Camilleri e da quel momento ne lessi avidamente ogni scritto. E , per la fredda cronaca, la famosa “Gita a Tindari”, che tanto mi aveva destabilizzato, è in assoluto, per me, uno dei migliori romanzi con protagonista Montalbano. E quello strano miscuglio d’italiano/siciliano mi è diventato talmente familiare che non di rado mi capita d’intercalare come fossi il commissario di Vigata! Per questo motivo, a chi di Camilleri conosce solo Montalbano o a chi non lo conosce ancora, consiglio la lettura de “La scomparsa di Patò”, sicura che possa replicare la magia capitata con me.

La storia è ambientata a Vigata, immaginario comune della Sicilia, trasfigurazione letteraria di Porto Empedocle, paese natale di Camilleri. Il 21 marzo 1890, durante la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, il ragioniere Antonio Patò, direttore della banca di Trinacria e interprete nel ruolo di Giuda, scompare nel nulla proprio durante la messinscena. Sparizione volontaria? Omicidio e relativo occultamento di cadavere? Qualche guaio nella gestione della banca? C’è un coinvolgimento della mafia? Nessuna spiegazione viene esclusa a priori e le congetture si moltiplicano. Questa la fredda cronaca concernente la trama.

La vera genialità di Camilleri nel confezionare questo giallo sta nel tipo di narrazione. Non esiste una voce narrante, interna o esterna agli eventi, che ci illustra quanto accaduto e quanto deve ancora accadere. Noi lettori dobbiamo orientarci nella vicenda ricostruendola grazie ad un puzzle composto da lettere, articoli di giornali, dispacci, verbali d’interrogatorio, scritte sui muri, manifesti. Tutti diversi l’uno dall’altro nel registro stilistico e resi anche graficamente con caratteri tipografici differenti. Si passa dal linguaggio ufficiale e pomposo delle forze dell’ordine alle sgrammaticate lettere anonime, dal linguaggio burocratico dei verbali all’essenzialità del graffito. Se, all’inizio, questo modo di narrare può risultare ostico per chi legge, pagina dopo pagina si viene quasi irretiti da questo modo di procedere e si percepisce quanto si sia divertito lo stesso Camilleri nella composizione di questo puzzle.

Il giallo della scomparsa viene analizzato da svariati punti di vista ed ognuno di essi fa emergere un modo diverso d’interpretare la realtà. Ad un tratto ci accorgiamo che la scomparsa del ragionier Patò scende quasi in secondo piano e diventa il pretesto, per Camilleri, per indagare i legami all’interno della società: le relazioni fra le diverse istituzioni , civili e religiose, il rapporto con il teatro, il clima di superstizione diffuso negli strati più bassi, una certa forma di bigottismo permeante tutta la società. Indagine sempre condotta con sguardo bonario e una gran dose d’ironia ed umorismo, perché si ride, si ride tanto e si ride con buon senso in quest’avventura tardo-ottocentesca. Che, in realtà, come solo sa fare la vera letteratura, parla non solo del passato, ma anche e soprattutto del nostro presente.

P.S.: la foto di copertina ha per protagonista la mia copia de “La scomparsa di Patò” in una vecchia edizione Mondadori. Ora è stata recentemente ristampata per Sellerio, a mio parere personale un’ulteriore perla per questo romanzo già di per sé imperdibile!

SARA MIGLIORINI

Foto: Sara Migliorini

Il bradipo legge ritorna giovedì 16 ottobre

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