Bianca

Timori, domande, riflessioni, su cosa ci sta accadendo, su come cambierà la socialità, sul lavorare da casa.

⇒ di Giuseppe Rissone Piccole Storie Quotidiane

Bianca, nessun riferimento al film di Nanni Moretti del 1984, bianca è – era – un’intenzione, quella di pubblicare questa rubrica senza nemmeno una parola, una pagina bianca, mentre i nostri luoghi di residenza sono stati appena “colorati” dalle “nuove” regole governative. Non so se vivete le mie stesse sensazioni, questa clausura, necessaria e allo stesso tempo inquietante – e come sostiene Corrado Augias non usiamo il termine lockdown – mi condiziona e destabilizza.

Dico questo perché sono tornato da poche settimane a svolgere il mio lavoro da casa, a tempo pieno, in Smart working(?) Home office(?) Telelavoro(?), e così le relazioni sociali si assottigliano ancora una volta, nessuna storia si genera nella mia mente, e questa rubrica non ha ragion d’essere senza le esperienze vissute quotidianamente. L’unica tipologia di scrittura che riesco a realizzare è quella di concepire storie surreali, dove mascherine, distanziamento, pandemia, coprifuoco, contagi, tamponi, sono termini che possono rimanere fuori dal foglio. Le scrivo per puro piacere personale, una sorta di allenamento delle dita sulla tastiera e di allenamento del muscolo cerebrale.

A proposito di lavoro da casa, ho avuto modo di leggere un interessante e condivisibile articolo a firma di Miguel Gotor dal titolo “I diritti dello smarth worker” e pubblicato sul settimanale L’Espresso del 4 ottobre, l’estensore sostiene che questa modalità ha il problema che tende a distruggere più posti di lavoro di quanti ne riesca a crearne e, per di più, con una qualità dei diritti inferiore, Gotor così conclude il suo articolo: sono in tanti a temere che questi cambiamenti rivoluzioneranno il loro modo di lavorare… e quindi la possibilità di incidere sulle sorti della propria vita… un’inquietudine antica che ha iniziato a circolare tra noi come un nuovo virus e spetta alla buona politica trovarne il vaccino. Con questo non dico che lavorare da casa sia del tutto negativo, diciamo che aiuta a ridurre i contagi, ma allo stesso tempo consideriamolo un periodo transitorio e non definitivo, o quantomeno regolamentiamolo per il futuro.

Quando tutto questo è iniziato, non mi sono mai schierato dalla parte dei negazionisti, ho però scritto alcuni mesi fa che il tutto mi sembrava poco più di un’influenza da cui sì proteggersi ma senza esagerazioni, a distanza di mesi mi devo ricredere, quindi – per il poco che contino le mie parole – proteggetevi, sapendo che così facendo proteggete anche gli altri.

Ho letto con interesse a attenzione gli articoli usciti negli ultimi mesi su questo sito che trattano dell’argomento pandemia, ne condivido buona parte, così come i commenti postati da voi lettori. Sono diverse le cose che non mi convincono – e allo stesso tempo non sono totalmente contrario – in merito ai vari Dpcm emanati, trovo che in alcuni casi generano confusione, e poi sono stufo di vedere questi balletti e giochetti tra Stato – Regioni – Comuni – a tratti stucchevoli e dannosi, visto che facciamo parte – almeno sulla carta – di una stessa comunità. Gradirei dopo sette mesi di pandemia, che le regole fossero chiare, cercando non solo di rispondere in modo sanzionatorio a chi le trasgredisce, ma utilizzando anche metodi educativi e persuasivi. Detto questo, ad oggi abbiamo pochi strumenti per difenderci, adottiamoli senza sé e senza ma, evitando però di sostenere che siamo sulla stessa barca, siamo nello stesso mare ma su barche diverse.

Torniamo alla pagina bianca, ho il fondato timore che il mio vissuto quotidiano non riuscirà a produrre delle storie, sono quasi certo che sarò assente da questo pagine per un lungo periodo, almeno per quanto riguarda questa rubrica. In attesa che qualcosa accada vi lascio due suggerimenti, un incontro, una riflessione.

Suggerimenti: inizio con una trasmissione televisiva di TV2000 dal titolo Le poche cose che contano, ideata da Simone Cristicchi e da don Luigi Verdi, tre serate dove il cantautore e il fondatore della Fraternità di Romena, accompagnano lo spettatore in un’atmosfera rarefatta, gentile, e senza tempo, attraverso parole e musica. Trasmesso in tre serate dalla Tv della Conferenza Episcopale Italiana, da protestante ho apprezzato le parole, a volte inusuali e forti, del sacerdote; e le canzoni, come le poesie scelte. Uno spazio fuori dai rumori, dalle urla, dalla crisi pandemica, una piccola oasi dove farsi catturare da spiritualità e cultura, e dove la parola lentezza è tornata più volte, dandole dignità e spazio nella vita di tutti i giorni. Sul sito dell’emittente potete rivedere tutte le puntate. Nello scorso mese di settembre è venuto a mancare un grande della cultura laica, Philippe Daverio, di cui potete vedere un video qui sul nostro sito. Daverio parla di tante cose, testimone di un modo libero di essere colti, inutili e meravigliosi. Parla anche della differenza tra la parola bellezza e la pitagorica armonia.

Incontri: ho avuto la necessità di far svolgere alcuni piccoli interventi di riparazione nella mia abitazione, inizialmente ha prevalso il timore che far entrare uno sconosciuto poteva essere pericoloso, poi mi son detto che era sufficiente mettere in pratica tutte le precauzioni, e così è stato. Ho avuto la gradita sorpresa di aver a che fare con gentilezza, disponibilità e onestà, dote ultima non sempre caratteristica di chi entra nelle nostre case per riparare un guasto o sistemare qualcosa che si è rotto.

Riflessione: Privilegiate ciò che è cosiddetto inutile, recuperate alcune attività per orientarvi in questo tempo sospeso dal Coronavirus, attività libere, e generatrici di libertà spirituale, come la lettura, la musica, la scrittura, piccoli lavori manuali, e non accettate l’idea che i saperi umanistici e, più in generale tutti i saperi che non producono profitto, siano inutili. Esistono saperi fini a sé stessi che – proprio per la loro natura gratuita e disinteressata, lontana da ogni vincolo pratico e commerciale – possono avere un ruolo fondamentale nella coltivazione dello spirito e nella crescita civile e culturale dell’umanità. All’interno di questo contesto, considero utile tutto ciò che ci aiuta a diventare migliori. L’utilità dei saperi inutili si contrappone radicalmente all’utilità dominante che, in nome di un esclusivo interesse economico, sta progressivamente uccidendo la memoria, le discipline umanistiche, le lingue classiche, l’istruzione, la libera ricerca, la fantasia, l’arte, il pensiero critico e l’orizzonte civile che dovrebbe ispirare ogni attività umana. Nell’universo dell’utilitarismo, infatti, un trapano vale più di un film, un computer più di un libro, un cacciavite più di una canzone, è facile capire l’efficacia di un utensile mentre è sempre più difficile comprendere a cosa possano servire la musica, la letteratura o l’arte, ma non arrendetevi a questa logica, ed in particolare in questo tempo buio.

E dopo questi “lasciti”, sento la necessità di porgervi delle domande: Come riuscite a conciliare sicurezza e socialità? Questo isolamento forzato rischia di farci diventare degli esseri asociali più di quanto già lo siamo? In che modo riuscite ad isolarvi dalle tragiche notizie di ogni giorno? Cosa fate per rendere questo periodo meno terribile e angosciante? Dalle domande che vi ho posto mi par chiaro che ho paura, paura non solo per la mia salute, ma timore di non poter più fare delle cose che mi stanno particolarmente a cuore. Attendo i vostri racconti, che potrebbero riempire le mie prossime pagine bianche.

⇒ Foto: Laura Rissone≈ Prossimo Appuntamento: Lunedì 7 dicembre

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