Alice Pan In Viaggio Verso L’isola Delle Meraviglie Che Non C’era Due Volte

Ebbene sì, sembra una mattana, ma bisogna riconoscerlo. Peter Pan aveva una sorella e la sua storia è stata quasi sempre censurata, travisata o più umanamente è caduta nell’oblio. Un prete anglicano nonché matematico dotato di un sense of humour spiccatamente surreale ne offrì una versione ridotta alle sue protette, le giovani Liddell sisters. Di quella versione non è rimasta traccia se non in alcuni frammenti di diario segreto (conservati gelosamente come fossero rarissimi e introvabili reperti archeologici).

Una tra le fanciulle aveva lo stesso nome della sorella di Peter Pan. Si chiamava Alice, e dopo un inesausto ricalcolo dei calcoli e dei giochi di parole, il buon Dodgson, ne trasse una storia, invero assai differente da come l’aveva improvvisata a voce, durante una gita. Egli, oltre che di logica e matematica, era appassionato di fotografia e s’intendeva di scrittura con la luce. Per evitare fraintendimenti si limitò al più economico utilizzo di carta e penna, cercando, talvolta invano, di non intingere quest’ultima nel veleno. Nelle varie trascrizioni, infatti, non sempre riuscì nell’impresa. Ne conseguì che le sue opere richiedettero un corredo grafico d’incisioni e disegni, piuttosto che di fotografie.

Egli fu poi osannato da un sacco di famiglie, comunità, vittorie e sconfitte e rendicontazioni e perequazioni, insomma i sommi capi di epoca vittoriana. Il conseguente processo di beatificazione lo consacrò col nome che ancora oggi fa da nume tutelare e ispiratore di questa rubrica: Lewis Carroll. Persino i Beatles – durante un transitorio stato di lucidità creativa – ebbero da ridire su questo fantomatico disinformatore e alternatore della realtà. Ci specularono su con un album per nulla bianco, piuttosto multicolore, dall’evocativo titolo di Magical Mystery Tour. Blasfemie pop a parte, i Beatles continuarono a essere famosi. Intervistato riguardo a questioni comunitarie e religiose, lo stesso John Lennon dichiarò – con malcelata modestia – che, in effetti, Gesù Cristo era famoso quasi quanto i quattro scarafaggi di Liverpool. Il ché lascia intuire quanto fossero realmente ecumenici e soprattutto protestanti i fab four. Protestavano contro tutti i mali del mondo a suon testi pieni d’inni all’amore universale, alla liberazione, e al potere dell’immaginazione creativa: dei pazzi scellerati di cui ancora oggi si odono le cantilene. Di più: degli imperterriti realisti, privati della ragion sufficiente necessaria a mantenersi, più che giovani e in forma, lucidi e crudeli.

James Matthew Barrie – che di Peter Pan era il padre letterario e seppe poi raccogliere e rappresentarne le istanze sociali in un mondo cinico e baro, alla disperata ricerca d’indicibili possibilità evolutive – all’epoca non era che un giovine teatrante scalcagnato che si stava cimentando il più possibile per portare in scena l’arte pubblica par excellence: l’ipocrisia.

Ma di Barrie e del suo gruppo di adulteratori in questa sede non c’importa un fico secco (scusate l’eufemismo). A onor del vero, anche di Lewis Carroll non c’importa un fico secco (ricusate l’eufemismo).

Quindi esauriti i convenevoli e decapitati i sedicenti autori di queste immortali opere d’arte, andiamo alla ricerca del personaggio rimosso, che non ha nemmeno bisogno di mettersi alla ricerca di un autore per esprimersi, essendo particolarmente folle il suo estro.

In effetti, anima sensibile per vocazione naturale, Alice Pan respirava a colpi di flauto a canne (o se preferite e siete filologi della mitologia, mediante Siringa). Non aveva alcun bisogno di chiedere aiuto a Trilly – smorfiosa, vezzosa e irritante fatina che rendeva tutto volatile ed evanescente con le sue polveri sottili, inquinando bronchi, trachee e maree altalenanti o swinganti che dir si voglia.

Viveva nell’isola di Alcatraz e aveva in mente un’unica idea: rendere quell’isola un posto abitabile, confortevole e consono alla comunità locale, tanto colorita quanto spaesata dalle politiche del governo (sia quello Californiano che quello federale). Per tale motivo (già di per sé melodioso, ovvero melo + odioso) con la sua voce leggermente nasale e chioccia invocava e rielaborava da par suo la sottaciuta mancanza fondamentale di quel microcosmo umano: la fiducia nell’umanità intrinseca, a ogni essere vivente, anche non umano, anche vegetale, persino minerale o intergalattico, purché parte dell’ambiente circostante. Essendo altrettanto ben provvista di stupefacenti capacità di persuasione e sensibilizzazione, la sua strategia (di un nitore e trasparenza sconvolgente, addirittura scandaloso) consisteva in una lenta, progressiva e fatale iniezione di fiducia a coloro che, chiusi in quell’isola infernale, colma di muffe e di pantani, si lamentassero delle condizioni inique e sfavorevoli o della carenza di luminosità.

A parte ciò, la rimanenza di questo suo agire non erano che effetti collaterali, elementi accessori, per rendere esteticamente più gradevole e ancor più decorosa e abitabile l’isola di Alcatraz, rifugium peccatorum maccheronicum. In quell’isola, i detenuti erano condannati a vivere la propria vita senza appellarsi a facili escapismi o ad altrettanto vani solipsismi centrifughi o ignifughi. Ogni sorta di sorte era ben accetta, se accettata (o troncata) al punto giusto. Un fato molto distante dal destino toccato a suo fratello Peter o ad Alice Liddell, cavia dei malumori renali del matematico Dodgson (in preda a calcoli da sottrarre e addendere ai già provati calembour surreali e linguistici).

In fondo, alla fine della fiera delle creatività espresse ed espletate, il risultato poteva benissimo essere così considerato e descritto, come fosse una mappa, ancorché parziale: a circa metà strada tra l’incrocio posto a circa metà strada tra la stella Alfa e la stella Omega e il corrispettivo incrocio posto a circa metà strada tra la prima stella (rossa) a sinistra, e la terza stella (verde) a destra, in un punto imprecisato e lampeggiante (giallo) corrispondente al semaforo che invia segnali d’attenzione (più che di pericolo), invitando e al doveroso riguardo dello stato d’animo subcosciente, sulla piazza (fragile e cristallina) retrostante l’iride e la pupilla (in perenne movimento da traffico onirico), emergeva dagli abissi una piccola isola, sospinta da un vulcanismo di ritorno, uguale e contrario all’analfabetismo di ritorno. Piccola solo in apparenza, in realtà colma di sentieri (ovvero sentimenti + pensieri, questa di crasi – NB: non crisi, crasi!!! – è già stata espressa nelle avventure pedestri di due settimane fa) e di abitanti dall’aria stravagante e/o inquieta.

Ricordiamo, tra gli altri: bimbi sperduti che si nutrivano di comunisti spaesati o all’ultima spiaggia ideologica, dandosi arie da poeti; brucaliffi in crasi di astinenza (astigmatismo + impertinenza: è una crasi po’ forzata, mi rendo conto, ma non mi è venuto meglio di così… e sto scrivendo, come si suol dire, a rotta di collo); pirati dai cappelli addobbati da piume di struzzo, pavone, e altri accessori della fashion del cattivo gusto, come le cinture di coccodrillo costate qualche milione di lacrime salate dal gusto marino di iodio. Ma anche viole, violini primi, secondi, violoncelli di contorno, e contrabbassi, clarinetti e fagotti di dessert, caffè e ammazzacaffè. E ancora oboi, oboi d’amore, boa, boe d’amore, pitoni e anaconde amazzoniche, amazzoni, centauri, onocentaure, idre, ipogrifi, ippopotami, ippodromi, tritoni e qualche ostrica, qualche gambero, un paio di acciughe sotto sale, e ad altri frutti di mare. Badate bene: acciughe non alici: meglio non confondere le acque. E poi c’erano anche altre orchesse e orchestre: come dimenticare quelle con le viole, calendule, rose, lillà, gelsomini, giacinti, asfodeli, iris, dentedileone, denteditigre, dentedipantera e linguedigatto, occhidilince, e gli immancabili narcisi. Tutti astrusi ed efflorescenti compaesani che parlavano la silenziosa lingua dei profumi primaverili.

Ebbene, inebriati (inebetiti + escoriati) da questi vezzi e olezzi, ben rivitalizzati dopo aver devitalizzato ogni dentedelgiudizio che si rispecchiava male nello stagno della stagnazione stagflazione, o nello sguardo sociale del temporaneamente estraniato di turno, gli abitanti di Alcatraz poterono sentirsi liberati dalle consuete e convenzionali modi d’intendersi e fraintendersi, riuscendo altresì a ritrovare il contatto con la realtà (resa + beltà), rendendo più esaltante l’incerta stagione concertistica.

L’importante – ripeteva tra sé e sé Alice Pan – è continuare a giocare, con tutte le responsabilità del caso (casa + naso). Occorreva, infatti, tanto aver fiuto che dare i giusti rifiuti (urbani), senza stare a subodorare i cattivi odori di parole fuori luogo o fuori tempo massimo. Al minimo si potevano portare indietro le lancette dell’orologio digitale touchscreen.

Occorreva mettere un po’ di ordine in quella confusione e un po’ di disordine nello spazio-tempo, per ripristinare il caos – il vuoto – propedeutico a nuovo o rinnovato canone, e dare respiro alle relazioni sentimentali. Ecco sotto quest’accezione (accettazione + concezione) a ben guardare, la storia di Alice Pan – tremante panico e incertezza, insicura in mezzo a quel marasma incespicante di stelle, incandescenti più che cadenti, non è poi molto diversa da tutte le altre imperfette storie che iniziando con “C’era una volta” si suppongono favolose, colme di meraviglia e probabilmente lo sono – dipende da come le si vuol raccontare, e questa rubrica potrebbe non essere l’esempio di stile più adeguato.

Quel che è più stabile – forse è meglio dire stagile (giacché agile e non abile) – è che la meraviglia è si trova nelle piccole cose, che sono assai complesse nella loro semplicità. In fondo tutte le storie sono imperfette e presenti nonostante raccontino di un passato trascorso. Anche perché l’autore in questione le riscriverebbe daccapo ogni volta dopo aver appena terminato l’ultima versione. O forse perché l’isola, anche quando sembra sola, non è isolata come un cammello nell’oceanico deserto. Essa ci riguarda indefessamente col suo sguardo. Come tutte le favole e i miti richiama tante altre storie a comporre un arcipelago. Basta non fermarsi di fronte allo specchio, come a volerlo affrontare o affondare – non è mica un galeone (galà + leone). Si può varcare la soglia e andare oltre. L’importante è che si abbia sensazione rassicurante di avere il mare sotto i piedi. Il resto lo terrà presente il futuro e come si suol dire chi vivrà, vedrà.

ENEA SOLINAS

Foto: Enea Solinas – Marilena Capellino

Attraverso Lo Specchio ritorna venerdì 19 aprile

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