Due domande non scontate

Sono tra le domande più comuni e quotidiane. Come ogni domanda potrebbero risultare indiscrete. Ma come altrove ricordato «le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte lo sono».

Talvolta le risposte, così difficili da esprimere a parole, in qualche modo si manifestano senza queste. Parliamo di due domande comuni e quotidiane e dunque spesso, nelle circostanze condizionate dalle convenzioni e dall’etichetta –comportamenti frutto di educazione, cultura, codici collettivi ed esperienze personali e collettive, più o meno condivisi or riconoscibili. Ma non sono due comande scontate. Tutt’altro.

Sono anche a ben vedere due domande differenti nella loro grammatica interna e rinviano a due sguardi distinti che possono esser considerati compresenti.

Ohibò, direte voi? Ma che c’entra tutto questa elucubrazione iniziale con le avventure pedestri? C’entra perché a volte bisogna indugiare e riflettere, esercitando la nostra facoltà di pensare e ripensare. Soffermandoci. Non sono tanto le risposte (le mete della camminata), ma il modo di porci le domande (riflessivamente o reciprocamente). A noi stessi e al prossimo.

Entrambe le domande sono incluse nella metafora del cammino e del camminare tanto cara a questa rubrica. Dunque più che il percorso o la meta, oggi sostiamo, poiché anche la riflessione fa aperte del cammino.

Ovviamente l’avventura pedestre si astrae dal particolare, e tende al generale. Ma questo non la rende meno concreta. Sta a ciascuno di noi scegliere di accogliere o non accogliere quest’invito alla riflessione. Una sosta realmente meditativa e filosofica – così è nell’intenzione – non narrativa o contemplativa.

Entrambe le domande dunque rinviano all’attenzione su di sé e sulle contingenze o circostanze che attraversiamo o ci attraversano. in particolare sule nostre relazioni – perché sono domande comuni, forse le più comuni espressioni di gesti relazionali.

Le esporrò nel modo più informale, come riferendole ad un ipotetico interlocutore, uscendo dall’alveo particolare di una qualche etichetta formale, dovuta o presunta.

 

Eccole:

come stai?

come va?

Avete mai sentito o rivolto queste due domande a qualcuno? (questa è una domanda retorica).

Una passione il pensare che fa riflettere. Forse potrebbe anche essere considerare una mania. Ma non credo di essere l’unico a nutrire e a nutrirmi di questa pensosità. Credo anzi che là dove non si eccede o la si traduca in modo improprio ed è svolta con attenzione, possa far bene. Per cercare di capire cosa è per ciascuno proprio o improprio bisogna esplicitare una premessa che ci rende (im)parziali di fronte alla generalità: molto dipende, infatti, da come stiamo.

Ecco dunque che la prima domanda viene volta al plurale, quasi a ribadire che la riflessione è condivisa (almeno virtualmente) nonn solo tra me e me ma anche da più bradipo-lettori.

Proseguo, passo passo.

Come stiamo è dato dal nostro stato d‘animo, dalla situazione in cui ci troviamo, e tante volte da quelle che abbiamo vissuto o da quelle che ci attendiamo (dal passato e dalla memoria, così come dall’attesa, dalle proprie istanze e dal desiderio). Insomma: dalle intermittenze del cuore.

A volte l’esistenza – per quanto cerchiamo di essere responsabili e/o predittivi – ci consegna esperienze imprevedibili,  dolorose o drammatiche. Senza voler polarizzare questo dramma in qualcosa di positivo o negativo, potrei dire: intense. Magari faticose o irrazionali perché non comunicabili o inspiegabili. Eppure accadono e le sentiamo, hanno in sé un gran pathos. Spinoza direbbe che sono passioni negative le quali  vanno accolte e attraversate. Un po’ per caso e un po’ per desiderio di libertà e riconoscimento (anche reciproco, all’interno di una dimensione relazionale e in qualche modo alchemica).

Ecco appunto in che modo? Perché il “qualche modo” rinvia a un linguaggio di tipo metaforico, alla scelta di una qualche immagine o espressione che conduca e trasporti coli che sta. Ogni volta – ma non sempre modo chiaro e netto questi modi rinviano alla nostra soggettività, al nostro modo di essere e voler essere, di presentarci ed esprimere se stesso. Intuendo che c’è sempre un sottile velo di mistero che separa l’io dal sé… e che qualsiasi metafora è una rappresentazione, che può trovare legittima espressione, ma è sempre relativa alle situazioni e alle relazioni col mondo, con l’altro (gli altri individui) e per l’appunto con le intermittenze del cuore. Dunque allo scorrere del tempo.

Probabilmente bisognerebbe ora chiamare in causa Kierkegaard.

Quale che siano, tali metafore le possiamo anche riconnettere all’insieme delle idee inerenti al camminare: la strada, la via, i passi, le soste, il ritmo, le condizioni dei nostri piedi e delle nostre gambe, le nostre calzature, il paesaggio circostante, le sue risorse, i suoi enigmi o i suoi rischi, gli altri compagni di viaggio, quelli occasionali, quelli amici, quelli meno amici, quelli fidati, quelli meno fidati. I colleghi d’ufficio, ma anche, in qualche modo, tutti i bradipo-lettori.

Se il “come stiamo?” da un punto di vista grammaticale rimanda all’esserci, all’unità di tempo e luogo e all’istante con le sue emozioni e sollecitazioni, il “come andiamo?” (anch’esso riletto al plurale) rinvia al divenire, allo scorrere, alla temporalità. Alla velocità o alla lentezza, relativa, soggettiva e relazionale.

Certo ci sono dialoghi e possibilità d’intesa. Intraprendenza e indugio hanno pari dignità. Chi va piano va sano e va lontano, ma a volte bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo. Occorre coraggio. Che certamente ha che fare non tanto con la logica, ma con il cuore e le sue intermittenze, più che con le sue ragioni (che la ragione non può conoscere). Considerando inevitabili contraddizioni, fragilità ed imperfezioni umane.

Andando molto indietro nella storia della filosofia potrei recuperare e tentare di abbracciare entrambe le domande riferendomi alla prima come una domanda vicina al pensiero di Parmenide, e alla seconda come ad una domanda  parente stretta del pensiero di Eraclito.

Questo giusto per rinvigorire quella passione per la ricerca e la sapienza chiamata filosofia, che spesso è derubricata o circoscritta a certi ambiti, e non per difetto di questa materia che al contrario ambisce ad interessarsi di ogni ambito dell’umana comune sorte. E non solo mediante parole.

Ohibò! Ho come l’impressione che questa camminata di pensieri possa continuare a dare molto da pensare. Se ciascuno si vuol concentrare sulle proprie camminate, sulle tracce (tanto per  citare il titolo di una precedente rubrica che ha generato le avventure pedestri) e pure sulle prospettive o sui nuovi possibili inizi.

Vi auguro dunque di meditare un poco, per poi di prendere il vostro cammino. Alla prossima!

 

Pubblicato sul blog il 5 febbraio 2018

Foto: Enea Solinas

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