Liberazione

Tra rabbia, ansia, sconforto, depressione e noia, un diario delle ultime quattro settimane da persistente s(S)tato confusionale.

⇒ di Giuseppe RissonePiccole Storie Quotidiane


Ieri era il 25 aprile, la Festa di Liberazione dal nazifascismo, giornata che dovrebbe – sottolineo dovrebbe – accomunare tutti e non essere elemento di divisione, perché quando ci si libera da una dittatura la festa è di tutti. Ieri ho riavuto la riprova che non è così, in un contesto di tifo sportivo, sono stati usati termini come difesa della patria dall’invasore, difesa del nostro Dio – non sapevo dell’esistenza di un Dio nazionale – blocco navale per risolvere il problema, che parla allo straniero con il verbo dovrai, questo è l’esempio che non ci siamo ancora liberati del tutto da certe idee nazionaliste e di negazione della libertà altrui, salvo difendere la propria, ma il concetto di libertà non funziona a compartimenti stagni, se è libertà è libertà per tutti, in caso contrario si chiama egoismo.

Da oltre un anno stiamo cercando di liberarci da un’altra dittatura, ben diversa – e per cortesia non diciamo che siamo in guerra – e nonostante limitazioni, divieti, colori che cambiano dal giorno alla notte, il vaccino, siamo ancora qui a contare centinaia di morti al giorno. Qualcosa in tutto questo non funziona, mettendo da parte per un istante gli errori governativi e della macchina preposta a combattere il virus, è lampante che siamo noi a non aver ancora capito quali devono essere i nostri comportamenti.
Per quanto mi riguarda questo lungo, lunghissimo tempo sospeso, ha caricato sulla mia persona depressione e noia, detto questo nulla rispetto a chi il virus ha dovuto combatterlo fisicamente. Possiamo fare qualcosa oppure dobbiamo solo saper attendere che prima o poi tutto questo finisca? È come finirà non è dato saperlo, quello che sappiamo che abbiamo perso migliaia di persone, senza contare milioni di bambini e ragazzi privati della scuola, altrettanti che hanno visto le proprie attività e occupazioni sciogliersi giorno dopo giorno – anche se è evidente che alcune categorie, le solite, hanno fatto le furbette, piangendo e facendosi strumentalizzare da forze di estrema destra – le macerie sono visibili, anche se in molti fanno finta di non vederle.
Era necessario fermarsi per evitare il numero dei contagi e di conseguenza dei morti, ma ci siamo veramente fermati oppure abbiamo fatto finta perché il profitto vale più della salute? Forse, se ci fossimo fermati per un periodo più o meno lungo oggi la situazione sarebbe diversa, tutto questo apri e chiudi non ha fatto altro che rinviare la parola fine, la liberazione dal virus. Il vaccino ci aiuterà a raggiungere l’obiettivo, ma pensare che tanto adesso c’è il vaccino quindi faccio quello che voglio, è controproducente all’ennesima potenza.
Un famoso virologo ha messo in guardia dalle riaperture che ripartono oggi, augurandosi di aver torto, ed essere felicissimo di dire ho sbagliato, peccato, che sinora non abbia mai sbagliato le sue previsioni, che non sono dettate dall’interrogare una palla magica, ma dallo stare buona parte della giornata in una corsia di ospedale.
Sperare da parte di chi ha responsabilità non serve, serve programmare, avere delle visioni concrete per l’immediato futuro, serve – anche a rischio di diventare impopolari – dire no, e attendere tempi migliori, ma basta un piccolo urlo da parte di chi vorrebbe tornare alla normalità – e chi non lo auspica – che le concessioni arrivano a pioggia.
Trovo gravissimo che dopo un anno, non siamo stati in grado di trovare soluzioni efficaci per quanto riguarda i trasporti, per le attività culturali, per le scuole, per mettere in sicurezza le residenze per gli anziani, ma solo provvedimenti tampone, e visto che il calendario ci dice che si avvicina la stagione calda, apriamo e speriamo che vada tutto bene. Come non sottolineare le difficoltà a curarsi da altre patologie che non sono riferite al virus.
Difficoltà che ho vissuto sulla mia pelle e più precisamente su quella di mia moglie, sintetizzando posso dirvi che per poter svolgere le terapie in regime di Servizio Sanitario Nazionale avrebbe dovuto recarsi a Vercelli, abitiamo a Torino, i centri privati convenzionati con il SSN si sono rifiutati di prenotare salvo farlo a pagamento, a pagamento i costi sono altissimi. Stufo di veder trattata mia moglie come un pacco postale, ho presentato reclamo all’Ufficio Relazioni con il Pubblico della mia città, ho avuto modo di parlare con un’operatrice disponibile che mi ha ascoltato e preso in carico le mie lamentele, sono in attesa di risposta…
Come ho evidenziato all’inizio di questo sfogo, ho la quasi certezza che parte della responsabilità è nostra, non abbiamo ancora capito quale deve essere il nostro comportamento, e questo non è dettato da pensieri o da previsioni, è dettato da quello che io e la mia consorte viviamo e definiamo ora d’aria, ogni giorno appena terminato il lavoro da casa, schizziamo fuori per una passeggiata nel quartiere o per svolgere commissioni, e annottiamo nei nostri occhi e con preoccupazione, come in diverse situazioni i comportamenti rischiosi per essi e per gli altri abbondino in ogni angolo della nostra zona.
Vogliamo parlare dei bar che effettuano asporto dove decine di persone sena mascherine sono intente a bere e a fumare, dei supermercati con regole diverse aperti all’eccesso con turni massacranti per chi ci lavora e nessun rispetto per le regole di distanziamento, di alcuni esercizi commerciali che hanno creato dei veri e propri dehors abusivi dove ci ritrova per assurde merende e non solo, delle decine di persone girare senza mascherine perché oramai la fine è vicina, per converso si ferma un ragazzo che da solo tira palloni ad un canestro, s’impedisce di tenere aperti negozi come barbieri e parrucchiere, sembra che esistano luoghi dove il virus non entra o chiede il permesso per entrare e altri dove circola senza limitazioni, lascio a voi lettori redigere le due liste.
I passi che uno dopo l’altro ci portano per le strade del quartiere sono non solo forieri di aspetti negativi, scopriamo vie che non abbiamo mai percorso, case di bella fattura, piante e fiori che abbelliscono cortili e spazi esterni. Cose che in diversi anni non abbiamo mai notato, così piante di mimosa, praticelli con tulipani sono apparse al nostro sguardo dandoci, anche se per pochi istanti, sensazioni piacevoli. Sicuramente quelle piante, quei fiori, ci sono sempre stati, prima del virus non abbiamo mai vissuto particolarmente il nostro quartiere, adesso costretti a farlo abbiamo scoperto anche le sue stranezze e piccole e nascoste bellezze.
Così per trascorrere del tempo gradevolmente abbiamo provato a trasportare la bellezza dei fiori e delle piante anche nella nostra casa, sempre state presenti ma non nella quantità odierna, ogni tanto arriva una nuova ospite: gerani, garofani, margherite.

Il loro numero raggiunge le quaranta unità, ci siamo anche cimentati in travasi e semina di girasoli, senza preoccuparci troppo dei risultati, l’importante è svolgere un’attività manuale, affondare le mani nella terra, ripulire di foglie secche, e sufficiente anche solo veder crescere un filo d’erba o un fiorellino per sentirci gratificati.
Dopo tutte queste mie rimostranze, rabbie, incomprensioni, intendo condividere con voi un momento gradevole e in questi tempi inconsueto, dopo un anno esatto ho avuto modo di rivedere una coppia di amici, qualcosa che dovrebbe far parte della normalità quotidiana e che è diventata un’eccezionalità.
La liberazione da questo infame periodo è ancora lontano, e pessimisticamente non ci insegnerà nulla, non daremo meno peso al profitto, non progetteremo maggiormente il nostro pianeta, non daremo più importanza ai rapporti sociali, sono catastrofico? Non vedo nessuna luce in fondo al tunnel, ma un Tir che ci viene incontro e ci sta per investire, siamo ancora in grado di fermarlo? Vorrei dire di sì ma non sento nessun rumore di freni.

⇒ Foto: Giuseppe Rissone≈ Prossimo Appuntamento: Lunedì 24 maggio

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