Il Campione Di Ghiaccio

L’anno in cui mi innamorai del Bologna di Klas

⇒ di Joshua Evangelista Marcatura A Uomo

Non so perché, ma ho una sorta di devozione maniacale verso l’anno 1998. Ho una pessima memoria, eppure mi ricordo esattamente tutto quello che è successo nell’arco di quell’anno nella società e nella mia vita. E so anche il perché di questa strana coincidenza.

Il 1998 è stato l’anno in cui mi sono innamorato del calcio. Non avevo un gran fisico (cicciottello) né particolari doti tecnico-atletico (lento, piede storto). Per questo motivo i miei eroi non erano quelli che la mettevano dentro (Batistuta, Inzaghi, Bierhoff, Ronaldo) o quelli dalla fantasia sopraffina alla Baggio, Del Piero o Zidane. Mi piacevano quelli che ci mettevano il cuore, i gregari che la insaccavano al Novantesimo dopo aver corso avanti e indietro fino a perdere i polmoni, quelli apparentemente timidi che però prendevano in mano la squadra nel momento del bisogno. Gente normale che tuttavia contro i fuoriclasse davano il meglio di loro, facendo innamorare i tifosi per la loro dedizione. Anche quando alla fine perdono.

Penso al soldatino Di Livio, al mastino Davids o al rigorista Di Biagio, in lacrime vicino a un incredulo Barthez quando il suo tiro dal dischetto si stampò sulla traversa decretando la vittoria della Francia contro l’Italia ai quarti di finale del Mondiale. Ecco, Di Biagio rende l’idea: aveva dato l’anima in quel torneo, si era preso la peggiore delle responsabilità, aveva sbagliato.

Tutto questo preambolo per dire che nel 1998 si formò una squadra che mi fece letteralmente impazzire: il Bologna di Mazzone. C’era di tutto: un cecchino in sovrappeso come Kolyvanov, un contropiedista falsario di passaporti (Eriberto, poi Luciano), un campione indiscusso apparentemente sulla valle del tramonto (Signori), una torre lenta ma straordinaria nel far salire la squadra (Andersson). Condotti dai veterani Paramatti, Marocchi e Fontolan, i Felsinei partirono dall’Intertoto estivo per arrivare fino alle semifinale di Coppa Uefa, dove si schiantarono davanti al Marsiglia.

Di quella squadra eroicamente perdente, il faro era Klas Ingesson. Polmoni che allora sembravano indistruttibili, Klas era interdittore, regista, difensore aggiunto, goleador su calci d’angolo, uomo assist. Faceva tutto e lo faceva bene. Non era veloce, non era iper-tecnico, ma i bolognesi sapevano che con lui in campo la squadra avrebbe dato il 100%. Aveva gli occhi chiarissimi, era calvo e altissimo: sembrava un gigante di ghiaccio, freddo ma utile a sciogliere i fuochi avversari.

Appese le scarpe al chiodo, il gigante eroico mostrò le sue fragilità. Aveva un mieloma, Ingesson. Ossa fragili come grissini e un male terribile scoperto nel 2008. Finì ad allenare, lui sul campo è sempre stato allenatore, in patria, nell’Elfsborg. Anni dopo, quando mi trasferii nella sua città, Goteborg, capii il contesto di generosità, serietà e dedizione in cui si era formato l’uomo Ingesson.

Ancora amatissimo nelle città dove ha giocato – Bari, Bologna, Lecce – così come ricordato con nostalgia da tutti i tifosi svedesi. Sul suo male scrisse anche un libro e pur sapendo che dal mieloma non c’era guarigione, lui non aveva smesso di lottare. Prima di andarsene, ormai stanco e sulla sedia a rotelle, aveva rilasciato un’intervista a Repubblica e al giornalista aveva detto: “Lo scriva, un vichingo non muore mai senza lottare”.

⇒ Foto: goal.com ≈ Prossimo Appuntamento: Giovedì 3 dicembre

2 Comments

  1. Sempreviola Reply

    Quelli che escono dal campo con. La maglietta sudata, anche se non Campioni hanno sempre la stima e il rispetto dei tifosi.

  2. Guido Reply

    Proprio una bella storia Joshua. Anche io come te ho sempre ammirato i giocatori che vivevano alle spalle di altri ben piu’ famosi o grandi goleador. Giocatori che vivendo nell’ombra della squadra hanno sempre dato tutto, l’anima per il bene della propria squadra. Io sono sicuramente piu’ vecchio di te ☺️. Nei miei anni (anni ’70 e ’80) ho ammirato anchi’io giocatori che magari a tanti sono stati semplici nomi di una formazione, tra i tanti mi viene in mente Klaus Bachlechner, giocatore di Verona, Novara, Inter, Bologna… Ruolo stopper e difensore centrale. Uomo schivo ma sul campo un vero campione e professionista di calcio. Un calcio che purtroppo vedo sempre meno ai giorni nostri.

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