Giuseppe E La Bicicletta

Sono passati cent’anni dall’inizio della prima guerra mondiale e, com’è ovvio che sia, stampa e televisione stanno dando ampio spazio a celebrazioni, ricostruzioni, fiction, ecc.., una moltitudine di materiali che ci sta riempiendo la testa d’informazioni (va bene) e alimentando vecchie ruggini (meno bene) tra chi sostiene questa o quella teoria su colpe e ragioni che hanno portato allo scoppio della guerra. È la solita vecchia storia, la stessa che ci porta a discutere su tutte le tragedie che hanno travolto l’umanità facendoci schierare, spesso solo ideologicamente, dalla parte di uno dei contendenti.
Io non ci metterò del mio, un sacco di gente è più brava e sicuramente più preparata di me sull’argomento, mi limiterò a raccontare una storia, la storia di mio nonno Giuseppe e dei suoi fratelli, Manlio e Valdo, nati in Friuli, a Udine precisamente, dove combatterono anche quell’assurda guerra.
Giuseppe era mio nonno, all’inizio del conflitto mondiale era molto giovane; nato del 1898, vi prese parte allo sbaraglio all’età di diciotto anni. Era un periodo difficile per la sua famiglia. Suo padre Enrico possedeva una fonderia ad Udine, molto importante in quel tempo, che dava lavoro a diverse persone del capoluogo friulano, la guerra arrivò d’improvviso e gliela portò via. I primi bombardamenti di questa assurda guerra lasciarono solo dei cumuli di macerie e tanta tristezza nel cuore, tanto da portarlo in breve alla morte. I fratelli di mio nonno, Manlio e Valdo, partirono subito volontari, avevano uno spirito patriottico. Non sapevano a cosa andavano incontro, ma poco importava, la distruzione di una vita di sacrifici del loro padre diede loro la spinta per questa scelta. Raggiunta l’età per combattere, anche mio nonno venne chiamato alle armi; di quel periodo so poco o nulla. Giuseppe non raccontò mai nulla, nè a sua moglie Angela e neppure ai suoi figli, Enrico, Maria, Aldo, Anna e Guido. Anche a me non raccontò mai nulla, ricordo che più volte gli chiesi di quel periodo, ma ha sempre glissato le mie domande. Solo ora riesco a capire il perché.
Non so cosa mi sia successo, sarà l’età o la voglia di sapere ancora che grazie a mia zia Maria ho finalmente saputo un po’ di quel periodo. Mio nonno, infatti, negli ultimi anni della sua vita (ci ha lasciato nell’agosto del 1986) ha raccontato a lei vicende di quella terribile epoca.
Gli parlò dei lunghi mesi in trincea. Italiani da una parte, Austriaci all’altra. Ragazzi di vent’anni mandati al fronte senza sapere per chi o per cosa dovessero combattere. In quei lunghi mesi di stallo capitava che tra i due schieramenti si stabilisse una tregua non scritta ed a volte pure delle piccole amicizie. Di notte, qualcuno arrivava a raggiungere la postazione nemica per scambiarsi sigarette o liquori. Questo andava avanti finché il comando non scopriva la cosa e “rimescolava” le truppe. Una notte ti trovavi davanti ad un nuovo nemico e finiva a pugnalate.
Parlò della stupidità e dell’impreparazione dei nostri alti ufficiali. La prima guerra mondiale fece coincidere lo sviluppo di nuove tecnologie militari e l’uso di vecchie strategie. I soldati Italiani venivano fatti avanzare come all’epoca delle guerre del risorgimento, ma di fronte a loro c’erano delle più moderne mitragliatrici. Una carneficina! Capitava che gli Austriaci gridassero «Tornate indietro! Tornate indietro!» e se queste erano le parole del nemico è facile comprendere cosa vedessero i loro occhi.
In un’unica occasione mio nonno raccontò un episodio che lo vide direttamente protagonista.
Lui stava nel corpo dei bersaglieri, il suo compito era quello di trasportare da una postazione all’altra i messaggi di comando con l’utilizzo di una bicicletta. Questo semplice compito forse, non lo so, gli salvò la vita o forse fu solo fortuna, perché, nel portare gli ordini da un capo all’altro del fronte friulano, più di una volta aveva attraversato le linee nemiche. Un giorno il suo (giovane) ufficiale gli ordinò di portare dei documenti importanti al comando che si trovava dall’altra parte della montagna; il percorso era tutto in prima linea, quindi molto rischioso. Giuseppe inforcò la sua bicicletta e si mise in marcia, cercando di evitare le pallottole e le buche formatesi dai tanti bombardamenti nella zona. Il viaggio fu molto tormentato, si dovette fermare più volte, era stanco e la paura si faceva sentire, ma sapeva del compito importante che gli era stato affidato e tutto passò in secondo piano. Arrivato, però, in una radura sentì un forte odore acre nell’aria, era del gas; subito rovistò nel suo zaino, estrasse la maschera antigas e proseguì il viaggio con la sua bicicletta, cercò di correre e raggiungere il prima possibile la meta prefissata. Ad un certo punto, arrivato quasi a destinazione, sentì una forte esplosione che lo stordì, finì in una buca e la sua bicicletta andò in mille pezzi, la maschera che aveva indossato saltò via, sentì un forte ronzio alla testa a causa dell’esplosione, sentì che stava per svenire. In quel momento arrivò un soldato italiano. Mio nonno, infatti, era quasi arrivato a destinazione; si sentì sollevato, consegnò gli ordini ricevuti e svenne.
Per lui la guerra finì per fortuna in quel momento; a me è rimasto il suo ricordo, qualche fotografia e anche delle medaglie al merito. Quella bicicletta lo salvò, finendo in mille pezzi, ma salvando la sua giovane vita in una assurda guerra di trincea.

GUIDO BIGOTTI

Foto: Guido Bigotti

Diario Della Bicicletta ritorna lunedì 3 giugno

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