Dolcezza

L’orco urbano si guardò intorno per capire se la paura che sentiva era sua o la incuteva ad altri. Aveva una brutta nomea, ma forse non era così pauroso come raccontano certe fiabe. Era consapevole che la paura esisteva e occorreva fare aggio sul cuore, per aprire la porta contro cui bussava e non trovare nessuno. A volte occorre guardare la propria immagine riflessa allo specchio. E oltrepassarla…

Se non avessimo timori, debolezze, sconcerti saremmo sempre solidi e stolidi, algidi e immobili. Impiccati e appesantiti da certezze consolidate o da questioni date per scontate. Le prime confermate, le seconde smentite come panni dismessi.

L’orco urbano si sentiva uno straccio, ma si ricordò che era vano. Nel senso di vuoto: un caos. Non primordiale, poiché era urbano e c’erano norme distinte o implicite, regole e convenzioni costruite e sedimentate nel tempo, nei luoghi (palazzi, vie, targhe, etichette). Comportamento, portamento, modus operandi, forma mentis. Però lui più che uno straccio o sregolato, era stravagante (e spesso timido). L’orco urbano annusava l’aria e si adombrava, ma non era cupezza.

Un grande vuoto o caos accoglie e raccoglie. Ma essendo urbano egli era ospite dunque accolto e raccolto.

Ogni evocazione oscura, com’era quel nome orco – orcio, vano, vuoto, nulla – era rappresentazione di qualcosa di irrapresentabile, espressione di qualcosa di altrimenti indicibile. Dunque per andare in giro, in città, tesseva pezzetti di storie sulla trama di un canovaccio ambulante. Refrattario al carro dei vincitori e ai carrozzoni, disdegnava le competizioni e seguiva l’istinto, non di rado soffermandosi a cogliere qualche immagine, qualche nesso o aneddoto. Più spesso libri contenenti storie.

Dunque aveva e stando a quel nome era una maschera, un personaggio – piano, piatto, funzionale alla fiaba che rappresentava certe paure. Ma lui era urbano e conservava in questa sorte e apparente mancanza qualcos’altro: dubbi, domande, richieste: desideri.

Essendo urbano si appellava non a ciò ch’era, ma a ciò che attendeva seguendo istinto, ma più ancora desiderio. Chissà chi mi avrà inventato, trovandomi. Null’altro che un’apparizione apparsa in qualche sogno di Alice Pan.

Girovagando per la città, conduceva errabonde meditazioni. Ciò che era stato era passato, qualcosa continuava e conferiva senso e continuità. Lo incoraggiava ed ancorava, anzi lo radicava.

Ancorché vagante era piantato a terra: un albero che apriva la sua alberatura. Raccogliendo luce, respirava e riossigenava i polmoni viziati da aria stantia e satura. L’isola di Alcatraz si era nel frattempo trasformata in un battello. Gli abitanti del battello – che era la città stessa – conteneva svariati mondi, ricordi, immaginazioni, pensieri, particolari modi d’essere.

Osservò un gruppetto in gita. Ad un tratto uno narrò una storia vecchia come il mondo. Essendo un tipo pignolo, ci tenne a precisare che per “mondo” non intendeva il mondo terreno, ma quello che dalla terra (dalle acque della terra) era sorto, erompendo il viluppo della pantalassa, sprigionando l’energia che portò alla deriva i continenti d’allora separati gli uni dagli altri, eppure in relazione tra essi, come fossero isole di un arcipelago. La terra emersa conservava storie senza destinazioni, mete, obiettivi e finalità, che dicevano qualcosa di relativamente personale a ciascuno degli abitanti della città. Una terra cosparsa di stelle. La volta stellata, visibile soltanto parzialmente nelle diverse latitudini. Quel mondo – cosmo – compariva nelle notti più limpide – quelle senza nubi, in periodo di luna nuova, quando questa è oscurata dall’ombra. Periodica eclisse di luna.

La storia arrivava da una lontana regione e che aveva letto su un libro, tempo addietro. Un rito, che replicando le vicende di un antico mito, era celebrato in uno sperduto villaggio dell’Africa. In determinati periodi di crisi, gli abitanti del villaggio si riunivano attorno ad un comune focolare. Attendevano, si ascoltavano, si osservavano. Per scacciare il malessere che perturbava la comunità veniva distribuito un dolce e a ciascuno spettava una porzione. Sotto la volta stellata, ci si osservava e specchiava nelle espressioni dei volti dei compagni. Colui che rideva di più, mostrando improvvisa felicità veniva scelto estratto dalla sorte – detta caso o fortuna. Non potendo rendersi pienamente conto della sua stessa espressione, resa addolcita dalla porzione. Ridendo, ebbro di quell’effimera sensazione momentanea. Svanito per un istante, notò le espressioni d’intorno mutare come maledicendo quella sorte. Senza colpo ferire costui era accompagnato portato vicino al focolare. Diventava così – per un altro istante il doppio del focolare. Tra i due fuochi si animava un respiro, un soffio vitale. Quindi la comunità del villaggio testimoniando l’evento – che sopravviveva nella memoria collettiva al di à dei ricordi personali – concludeva il rito, ringraziandolo e allontanandolo, lasciandolo libero di vagare.

Per giorni e giorni vagava senza meta, senza potersi orientare, incapace di distinguere il vero dal falso, il reale dall’illusorio o irreale. In preda soltanto dei suoi sogni o preda piuttosto dei suoi incubi, obnubilati ed incoscienti.

Dopo un certo arco di tempo, il fortunato si ritrovò quasi improvvisamente nel villaggio da cui era partito, deperito, dimagrito, asciutto dopo tanto vagare. Non aveva fatto altro che raccogliere spunti, immagini, idee, e storie. Sfilacciamenti che sembravano riguardare ogni istante. Si era perso nei fuochi, nelle albe e nei tramonti di ogni sole prima sorto poi inabissato all’orizzonte. Sui sentieri delle terre emerse, come sulle acque dei fiumi e dei mari, lo trasportavano le onde di emozioni e sensazioni. Aveva osservato la volta celeste nelle notti chiare come in quelle nuvolose e sempre aveva seguito il corso degli astri, che cadevano al termine di ogni notte.

Infine, si era ritrovato nello stesso posto dove era avvenuta la ripartizione.

Fu così che s’era trasformato pure lui, e il villaggio era mutato. Quando vi ritornò non sapeva più chi era e cosa cercava. Gli altri si ricordavano di lui. Allora egli cominciò a raccontare le storie che aveva raccolto, e pur sfilacciate e sfibrate, non di rado frammiste a qualcuna che s’era inventato di sana pianta, perché aveva patito impressioni e illusioni prive di sano riposo, costretto a sognare a batticuore, ma soltanto ad occhi aperti.

Accolto ed ospite di queste disavventure di cui era stato ignaro coprotagonista e coautore, si acquietò infine e si dissetò ad una pozza di un’oasi. Ricordò allora le acque (sempre plurali, contaminate di sali minerali ivi disciolti) così importanti e traslucenti da costituire i tre quarti della materia vitale di cui era composto. Rammemorò allora che ogni essere vivo era giunto dalle acque prima di stabilirsi sulla terra, resasi meno incandescente col passare del tempo. Ricordò viepiù che le acque erano un dono arrivato da lontano, macigni le avevano trasposte come muli carichi di soma, avvolti di densi strati di ghiaccio. Questi avevano viaggiato attraverso lo spazio siderale, più rari e fulminei nel loro apparire dei pianeti, ma assai meno stabili e regolari delle stelle fisse, legate tra loro da sottili fili di invisibile ferro. In quegli interludi siderali, in quei vuoti che si aprivano e spezzavano il moto regolato e normato, si ingenerava un tempo differente, un tempo fuori dal tempo. Benché durassero pochi istanti, erano apri ad un’eternità.

Quando il villaggio ritrovò l’esule fortunato, lo riconobbe. La crisi era terminata, e nuovamente era iniziata la Storia. O per meglio dire, una nuova età del mondo aveva cominciato la sua vita. Ma quello non era in fondo che un modo di dire, altisonante e ieratico, adeguato alla voce di attori capaci di reggere le sorte della scena con la loro unica presenza. Meno fortunati dunque, di quel che si potrebbe dire a prima vista. In senso più profano, ma in verità non meno sacro, una nuova stagione.

Un sottile sorriso del cuore restituì la dolcezza ricevuta in dono, come segno di rinnovata benevolenza, nella sua gaia, terrena eufemia, il dolce stempera l’amaro, e talvolta lo rende ancor più amaro. Il salato stempera il dolce lo rende ancor più dolce e prezioso.

Dopo milioni di anni, ancora oggi le comete attraversano il cielo con preziosa rarità. Le loro scie ardono per qualche tempo. Il sole, con maggior grazia, fonde la crosta del ghiaccio che li avvinghia e illumina questa impermanenza che sublima, tagliando il buio circostante con una lama di luce scintillante. Infine le comete si ritirano nuovamente nell’oscurità, seguendo le orbite ellittiche del loro moto, lasciando il vago eppur indelebile ricordo di fenomeni, dalla periodicità anomala e dilatata nel tempo. Rare, fragili, subliminali e vitali sensazioni, e dunque tanto più preziose.

L’orco urbano si destò. S’era rimasto assorto, immerso nell’ascolto. Accolse e raccolse qualcosa che gli apparteneva, come parte della sua storia, affine a quella di molti altri. Eppure, digiuno, disperso e vuoto, ancorché unico non era l’unico. Questo lo rendeva urbano, non asceta solitario e sfuggente, bensì sfaccettato, cangiante e variopinto.

Attenuare con parole, gesti e intervalli densi di silenzi le feroci crudeltà preistoriche era un velo che mascherava con dovizioso artificio le più recondite e abissali sensazioni. Specularmente, enfatizzare l’espressività di tale mascheramento produceva effetti uguali e contrari, involontariamente dannosi nell’autore come nel destinatario. Parimenti, attenuare e banalizzare i momenti, gli episodi di cui essere grati, dando troppo per scontato, era un mascheramento in tutto e per tutto simile, e analogo era l’effetto. Non per questo scomparivano, anzi rimanevano custodite e sopravvivevano, come in fragili piccole braci che soggiacevano a ceneri calorose ancor più preziose. Superficie sconnesse e irreali di parole che implicitamente le rivelavano.

Attraverso lo specchio con le sue metamorfosi tornerà nel prossimo futuro.

ENEA SOLINAS

Foto e immagini: Enea Solinas

Attraverso Lo Specchio ritorna venerdì 14 giugno

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