Un Intellettuale Non Si Mangia

di Gian Michele Spartano Gian Michele Spartano

Il pensiero consapevole e la risposta di questa società

Un tempo, i mezzi di informazione si avvalevano in modo virtuoso dell’intellettuale. Solitamente l’intervento di uno studioso, un letterato, proponeva all’opinione pubblica i punti fermi di una tematica sociale o culturale complessa di cui era competente, rendendola comprensibile ai più; oppure stimolava una dialettica, se volete in forma polemica ma sempre rispettosa, laddove era dominante una sorta di pensiero unico. Insomma, per chi non lo sa o lo ha rimosso, quella figura svolgeva un ruolo a volte di mediatore altre di interlocutore culturale del potere, per la crescita della società e soprattutto per la formazione di un’opinione, entrambi secondo modalità di tipo democratico.
Ed oggi? L’esempio lo abbiamo avuto nelle scorse settimane, eleviamolo al “caso” di Alessandro Barbero; ora è gradevole parlarne, ora che i riflettori accecanti della furia mass-mediatica si sono volti verso altre possibili fonti di spettacolo e tritura.
Cosa è successo: il nostro simpatico medievalista ha avuto l'”ardire” di esprimersi sfavorevolmente nei confronti della certificazione verde, intanto per l’accesso agli atenei sottoscrivendo (senza averlo promosso) un appello di oltre trecento docenti universitari; ed in generale sottolineandone la strumentalità di tipo politico per indurre i cittadini a fornirsi di un “passi” sanitario per poter esercitare un lavoro, andare ad un ristorante o a teatro, insomma per continuare a promuoversi nella società.
All’incirca nel medesimo periodo, siamo fra la fine di agosto inizio settembre scorso, il nostro prof. aveva condiviso con il collega Tomaso Montanari, Rettore dell’Università per Stranieri di Siena, il pensiero secondo cui l’aver dedicato per legge una giornata nazionale ai caduti delle “Foibe” istriane come contraltare a quella della Memoria della Shoah ed alla festa del 25 aprile, rappresentava né più né meno un’operazione di manipolazione politica della storia.
Terzo “capo di imputazione”, che fa scattare definitivamente la tagliola: nel corso di un’intervista il mite ed appassionato accademico pronuncia testualmente: “…vale la pena chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendano a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. E’ possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi?…”. Ci si limita qui a osservare che la frase veniva formulata in forma interrogativa, propositiva e tutt’altro che assertiva, come si conviene all’intellettuale.
L’uragano!! Credo che il proverbiale aplomb sabaudo non abbia abbandonato il nostro sornione professore: la sua intelligenza ha messo in preventivo che la grande fama ed esposizione mediatica del tutto meritate avrebbero potuto comportare le più scomposte reazioni ad una espressione di libertà che sicuramente non verrà offesa da alcuna ritirata dalle sconsiderate piogge di accuse di eversione neopopulista, di veteromaschilismo becero (quella “differenza strutturale” non va né su né giù, boh!), nonché di veterocomunismo stalinista. Si sussurra che in taluni uffici ai piani alti della RAI si vogliano “ridiscutere” i contratti in corso con Barbero, da tutti riconosciuto come il miglior divulgatore storico in circolazione.
Torino è stata per quasi tutto il Novecento la culla non solo della trasformazione industriale del Paese, il suo maggior laboratorio tecnologico, ma è stata e rimane capitale di eleganza e raffinatezza, dando persino i natali alla grande sartoria; è la fucìna di un’intellettualità fra le più importanti ed attive in Europa e non per niente nasce e resiste ancora qui la sede del Salone Internazionale del Libro. Qui nasce (e speriamo resista) Alessandro Barbero, il quale nel pieno stile della sua città non fa altro che comunicarci e ripeterci fra le righe di quelle dichiarazioni, che in Italia è divenuto urgente non solo e non tanto il Governo dei Migliori, del gran Commis e Salvatore d’Italia, ma la ripresa di un confronto democratico sui temi irrisolti di un’Italia che ad ogni occasione istituzionale e non si ritrova disunita, dilaniata: la formazione e la cultura, il dialogo pubblico sono l’unica terapia efficace.
In questi giorni è di casa nel dibattito mainstream il fenomeno delle piazze spesso alla mercé di violenti organizzatisi fra le curve degli stadi ed i social dell’estrema “neo-fascista”. Fiumi di bla-bla, talk-shows in cui ci si accapiglia per comprendere chi li foraggia, chi li manovra, se li dobbiamo sciogliere, etc. Senza volerci dire quello che in realtà sono: nient’altro che la propaggine più visibile di un malessere border-line e del tutto palpabile delle periferie sociali del Pese, che una precisa classe politica per decenni ha scientemente deciso di non voler più rappresentare. E se quelli li vediamo sulle gradinate di uno stadio a fare il saluto romano o a far danni in piazza, teniamo presente che il vero pericolo, il micidiale cerbero è quello che potrebbe partire dalla nostra casetta confortevole e giungere ad una piazza virtuale per delegittimare, insultare e divorarsi un Barbero qualsiasi che si azzardi a raccontare un non so che non suoni bene alle nostre orecchie rincretinite. Tutto questo non ha nulla a che vedere col (neo)fascismo, ma è il miglior contesto, l’habitat prediletto per un regime se non autoritario quantomeno autoreferenziale, che oggettivamente sta bloccando il paese e non vede né all’interno delle Istituzioni, né nel dibattito civile un presidio menchemeno democratico.
Ognuno di noi, uomo donna o altro e di qualsiasi preferenza politica, mediti in umiltà su come utilizzare l’enorme libertà offerta dal suo mezzo di comunicazione mediatica, rammentando sempre che esiste chi ne sa qualcosa in più o la pensa in modo differente e va rispettato: volerne fare pasto delle sue frustrazioni non fa che alimentare il piccolo “fascista” che dai primi vagiti alberga in noi.

Tempio Aperto ritorna lunedì 28 novembre

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