Un Luogo Tutt’Altro
Che Noioso

di Guido Bertolusso pixabay.com

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Non potete dare al popolo il paradiso e poi imprigionarvelo dentro (Nikita Sergeevic Cruscev)

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In ebraico la parola eden significa “piacere, delizia” ed era collocato alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, quindi in Oriente; Girolamo nella sua “Vulgata” lo traduce come “paradisus voluptatis”, ossia giardino delle delizie attingendo dalla lingua persiana dove con paradiso si indica un comune  giardino dell’epoca il “pairidaeza”.

Per gli antichi Sumeri “edenu” designava la steppa desertica e forse poteva indicare un isola o un’oasi nel deserto nell’attuale Bahrein nel golfo Persico da dove migrarono poi verso le terre più fertili della Mesopotamia, in questo loro paradiso non esistevano malattie e morte; lì viveva la dea Ninhursag che crea altre dee utilizzando parti del corpo di un  maschio tra le quali NinTi letteralmente “dea costola”, antesignana della ebraica Eva che però dea non era e non divenne nemmeno santa, tanto è vero che l’esclamazione “puttana Eva” non è considerata bestemmia, ma solo epiteto volgare!

Le tavolette cuneiformi sumere, che riportano la loro scrittura, ci raccontano già di una trinità di dei creatori dell’universo e di ogni manifestazione e fenomeno naturale, una triade che presiedeva a una schiera di altri seicento dei minori o semidei; la condizione delle donne Sumere era molto parificata a quella dell’uomo al punto che della trinità principale una era femminile, potevano possedere proprietà e intraprendere attività commerciali, purtroppo solo quelle di alto rango, ma meglio che niente, potevano essere Sommi sacerdoti del culto, avere una rendita, gestire il proprio palazzo-tempio e detenere il sigillo personale per firmare atti economici e giuridici.

Veneravano Inanna la “Signora del Cielo” dea della fecondità, della bellezza e dell’amore erotico religioso, ierodulo e transessuale, piuttosto che quello coniugale.

Ci riprovò secoli più tardi l’imperatore romano Eliogabalo (auto definitosi dio-sole), ma con scarsi risultati che lo portarono alla morte a soli diciotto anni a causa dei suoi eccessi e del perbenismo di cui era  infuso il Senato e l’esercito di Roma.

I Sumeri avevano cento ordinamenti religiosi “rivelati” incisi su tavolette di coccio già molto prima dei dodici comandamenti ebraici scolpiti su tavole di pietra.

L’antichità è piena zeppa di paradisi terrestri: Gilgamesh cerca l’ultimo uomo sopravvissuto al diluvio perché questi conosce la pianta dell’immortalità che cresceva nel paradiso sprofondato in mare, si immerge, ne recupera un ramo dal fondo ma, riemergendo, un serpente gli divora la fronda (ecco che appaiono il serpente e il diluvio che si riproporranno in altre religioni), nei libri sacri dell’India dal paradiso terrestre posto sul monte Meru, dal quale sgorgano sempre quattro fiumi, si intravede il paradiso celeste “Uttara-Kuru” patria di Buddha, gli antichi Egizi avevano gli “Orti delle Esperidi” dove crescevano i pomi d’oro di Era che tanto danno diedero ai Troiani, per i Cinesi era il “Kunlun” anch’esso ricco di alberi e di fiumi, nell’Odissea Omero narra delle isole dei Feaci e di Ogiggia, l’isola dela ninfa Calipso (e si capisce perché Ulisse ci si fermò sette anni pur soffrendo di nostalgia per Itaca…) come di luoghi della felicità e dell’immortalità, per Platone era Atlantide, per Teopompo  era Merope, per i Celti un isola britannica con altri “pomi d’oro”, gli Arabi credono nell’isola beata di VacVac narrata nei viaggi di Sindbad il marinaio e nelle Mille e una Notte, persino Dante cita il paradiso terrestre, in cima al purgatorio, dove incontra la sua Beatrice: e chi altre se no!

I nostri padri e dottori della chiesa, da Paolo di Tarso in poi, non hanno inventato nulla, non hanno fatto altro che appropriarsi di miti e leggende arcaiche inerenti il paradiso, l’eden, il purgatorio e l’inferno per  propinarcele come dogmi a loro uso e consumo…

Le uniche novità saranno l’infausta l’invenzione del peccato originale, del senso di colpa e della contrapposizione tra sacro e profano, tra puro e impuro, ma per questo dovremo aspettare Agostino d’Ippona.

Comunque Adamo ed Eva furono collocati lì, nell’Eden, perché se ne prendessero cura, ma non dovevano lavorare, come sappiamo solo Eva era preposta a dar da mangiare agli animali e, conoscendo il linguaggio di ognuno loro, almeno poteva chiacchierare del più e del meno e non solo con quella bestia di suo marito, ma insomma non c’erano svaghi con cui occupare il tempo;

solo divieti: proibizione assoluta di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male (per la serie: l’ignoranza del popolo fa sempre comodo al potere!) che, dopo la disobbedienza, si estese anche a quelli dell’albero della vita che davano l’immortalità: ”l’uomo è diventato come noi per quanto riguarda la conoscenza, che almeno sia afflitto dalla morte!”.

E solo già comandamenti da rispettare: sei per cominciare, gli altri sarebbero venuti in seguito: non adorare idoli, non bestemmiare, non commettere assassinio, incesto, furto e saccheggio, (ma se erano solo in due!?!), in ultimo, ma si dice che fu solo temporaneo e abolito al tempo di Noè, quello di mangiare solo i prodotti spontanei del campo e di non cibarsi di animali (i così detti precetti noachidici di cui l’ultimo prescriveva di non mangiare carne di animali vivi!!!), ma ciò nonostante ai due piaceva la carne e per far rispettare ai primi umani il precetto contro la macellazione ci pensavano gli angeli a servire carni e vino ai due fortunelli, suscitando l’invidia nei servitori; sicuramente raccoglievano solo frutta e verdura quindi di caccia e di grigliate neanche a parlarne: ma una dieta vegana a base di frutti e ortaggi che nascevano spontaneamente era destinata solo agli animali che non erano ancora feroci e, anzi, avevano paura della prima coppia perché protetta dai rispettivi angeli custodi.

Si certo c’erano  l’albero della vita e quello  della conoscenza  del bene e del male che formava un’enorme siepe intorno al primo e solo chi riusciva ad aprirsi un varco nel secondo poteva raggiungere il primo, il quale era così sterminato che un uomo doveva camminare per cinquecento anni per percorrere una distanza pari al suo diametro, Adamo non aveva inventato ancora il “pi greco” e quindi non conoscendo la circonferenza ci ha trasmesso solo la misura del suo diametro!

Comunque le passeggiate erano assicurate e anche il fresco perché la sua chioma copriva la  metà del paradiso terrestre e dalla sua base scaturivano i quattro grandi fiumi che irrigano tutta la terra.

Al terzo giorno della creazione fu inventato il regno vegetale, ma solo su preghiera di Adamo, che aveva appetito, Dio si ingegnò a irrorare le piante dal cielo affinché germogliassero e dessero frutti, perché come tutti sanno, il creatore ama le preghiere dei suoi devoti e mai li lascerebbe morire di fame e di stenti…

Fu solo nel 1933 che lo scrittore ucraino Ulas Samchuk coniò il neologismo “holodomor” per indicare “l’infliggere la morte attraverso la fame”, quando Stalin nel 1929 decise la collettivizzazione delle fertili terre agricole ucraine e tra il 1932-’33 la deportazione e lo sterminio dai due ai cinque   milioni  di fratelli “kulaki” ucraini vittime  della “purga”, prima si moriva solo di stenti, ma la Storia ci insegna che interi popoli anche se rigorosamente religiosi e devoti verso un loro dio qualsivoglia si estinsero più per fame che per altro.

Per alcuni testi ebraici l’albero della conoscenza del bene e del male era il fico, per altri la vite o il grano, a partire dal Medioevo per i cristiani divenne il melo perché in latino “malum” può riferirsi sia al frutto del melo sia al “male” ed essendo stata identificata come attributo di Venere, dea dell’amore nella sua accezione erotica, che le arti figurative precedenti rappresentavano come scambio di effusioni tra due giovani, i commentatori cattolici  bigotti identificarono la mela come simbolo del peccato.

Più sensuale l’interpretazione del Talmud di Babilonia dove il frutto è identificato con il cedro, sacro agli Ebrei che, per la festività di Sukkot, preparano il Lullav bevanda indispensabile alla celebrazione e sulla cui scorza il Maestro disse: ”vedi come sono belli i segni dei denti di Eva?”.

Divertente l’identificazione dell’albero nell’Eden dei rastafariani, etiopici eredi dei cristiani, che nel 1930 identificarono l’imperatore Hailé Selassié come Re dei Re (negus neghesti) discendente da Salomone e dalla regina di Saba, lo elessero a Dio, Luce del mondo e Leone conquistatore della tribù di Giuda; religione  un po’ fuori dalle regole questa, con la pianta della marijuana (l’erba ganja), presente nell’Eden e fiorente sulla tomba di re Salomone come albero della conoscenza, erba meditativa e apportatrice di saggezza e forza e anche di qualcos’altro…


  Apostata Per Vocazione ritorna venerdì 31 giugno


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3 Comments

  1. Claudio Savergnini Reply

    Oggi leggere il tuo articolo mi ha fatto vivere un’esperienza onirica nonostante fossi ben sveglio; non vuole essere un complimento nè tantomeno una critica, ma è la pura descrizione dello stato d’animo in cui mi sono trovato man mano che procedevo nella lettura. Hai presente quelle notti in cui sei agitato (o anche solo per una cattiva digestione) e in sogno ti si presentano, senza soluzione di continuità, immagini e suoni senza una logica, parole inesistenti o altre che nel contesto del sogno hanno una loro valenza semantica e che poi da sveglio ti faranno sorridere per la loro assurdità? Ebbene una cosa molto simile mi è capitata quando sono inciampato sulla parola “pairidaeza”… da lì in poi mi è scattato un caleidoscopio di pensieri, di associazioni libere e di fantasie che mi hanno impedito di recepire il resto del messaggio nel tuo scritto; ti faccio un esempio: scoprire che Eliogabalo si era autoproclamato dio-sole mi ha fatto subito pensare a “Silviogabalo” nomignolo che avremmo potuto affibiare al famoso ottuagenario della nostra politica quando si autodefinì “unto del Signore”… poi, vabbè, Eliogabalo se ne andò giovane (e per mano addirittura delle sue guardie del corpo) mentre a noi non è toccata eguale fortuna, ma lasciamo perdere, preferisco continuare col mio sogno ad occhi aperti! Lullav, Sukkot e “noachidici” mi hanno fatto scivolare da una quasi ninnananna (lullaby in inglese) fino al bancone del farmacista, mentre Ninhursag e Uttara-Kuru mi riportavano ad atmosfere più tolkieniane…
    e se “puttana Eva” non è una bestemmia, allora Inanna, Inannna e fiaschi de vin (da cantare sulle note di: https://www.youtube.com/watch?v=i-jQNv9HPSs )
    Purtroppo tu non sei l’unico ad aver innescato questo mio stato mentale “alterato” ma solo l’ultimo di una nutrita serie… prima di te ci riuscirono spesso tanti professori durante le lezioni scolastiche e quel che è peggio, mi scattava non durante lezioni tediose ma proprio in quelle più interessanti! Parole nuove, concetti inusuali, tutto congiurava a far ribollire la mia fantasia a discapito del mio bagaglio culturale (questa di per sè è già un’iperbole perchè, presa per intero, la mia “cultura” starebbe comodamente stipata in una valigetta ventiquattr’ore… chiamiamolo allora il mio “bagaglio a mano” culturale)
    E poi Teopompo! Che nome fantastico! Non ho voluto cercare su Wikipedia chi fosse costui (non voglio scoprire che magari era un noioso intellettuale) preferisco mantenere l’impressione di simpatia che il suo solo nome mi ha evocato… l’avessi conosciuto trent’anni fa l’avrei dato a mio figlio come secondo nome: Guglielmo Teopompo Bertolino Savergnini (rispettoso della legge ho messo ora anche il secondo cognome) e ci sarebbe stato assai da ridere per i suoi documenti, quando da sempre già il mio unico cognome è storpiato in tutti i modi consentiti dalla grammatica!
    Per quanto riguarda il termine “ierodulo” sono invece dovuto tornare alla realtà per cercarne il significato; la Treccani dice: ” nella Grecia antica, schiavo che compiva i servizî in un tempio, talora anche esercitando (come le ragazze dette ierodule) la sacra prostituzione.”
    Non si finisce mai di imparare! Ne faccio tesoro e non vedo l’ora di incontrare qualcuno da insultare, ma con un minimo di eleganza… l’unico dubbio è: se darò del figlio di ierodula a qualcuno, questi capirà che lo sto insultando? Boh, ti farò sapere. Ah quante cose mi hai ispirato con le tue dissertazioni Guido! Sempre in tema di epiteti volgari penso che non saprò trattenermi dall’usare anche il neologismo: “olodomorto” (però questo è mio, l’ho inventato adesso) che userò quando vorrò dare del morto di fame a qualcuno, ma in modo non troppo palese.
    A conclusione di queste mie farneticazioni voglio dire almeno una cosa seria…
    io non ho idea a chi si rivolgesse Nikita Cruscev quando disse la frase che titola il tuo articolo “Non potete dare al popolo il paradiso e poi imprigionarvelo dentro” ma una cosa è certa: di quello che sembrerebbe suonare come monito o suggerimento, nessuno ha mai tenuto conto; infatti nessun popolo è stato mai rinchiuso in nessun eden, ma tutti possiamo muoverci, liberi, per quell’inferno che non esiste nell’improbabile aldilà, ma è già qui, a portata di mano per ciascuno di noi…. se solo vi si facesse attenzione!

    P.S. al momento di andare in stampa (cioè prima di premere il tasto “invio” del computer) mi sono accorto che il termine “onirica” è anagramma di “ironica” e questo, in qualsiasi modo lo si voglia leggere, è un po’ il senso della mia vita: quando dormo faccio strani sogni, da sveglio invece mi viene da scherzare, fin troppo a volte, anche sulle cose serie!

  2. Gabriele Monacis Reply

    Guido carissimo,
    la statuetta della madre di Catal Hoyuk in Turchia seduta su un trono, rotondeggiante con tutti i suoi attributi in evidenza con due cani accovacciati ai due lati, fa parte di una serie di immagini della Dea Madre raffigurata in pitture rupestri, o scolpite con tratti sempre molto abbondanti. La città più antica ritrovata ad oggi è Catal Hoyuk che non aveva strade, ma case costruite una sull’altra e collegate da scale che di notte evidentemente venivano rimosse per evitare assalti di animali, o nemici. Erano fatte di fango, mattoni e paglia.
    Tutt’altro materiale invece era stato usato per la costruzione dei tre templi di Gobekli Tepe, sempre in Turchia.
    11.500 anni fa una civiltà sconosciuta era stata in grado di progettare ed eseguire con centinaia di persone, una struttura in pietra con riferimenti astronomici a forma elicoidale. Settemila anni prima delle costruzioni delle piramidi. Proprio tra il fiume Tigri ed Eufrate, culla della civiltà. Il cosiddetto diluvio universale potrebbe essere stato causato dallo scioglimento dei ghiacci dell’era glaciale durata migliaia di anni. Dove e come hanno trascorso la loro vita gli uomini e le donne durante quel lungo periodo, visto che in altre parti del globo hanno ritrovato statuette della Dea madre risalenti a 250.000/ 500.00 anni fa? L’arca dell’alleanza diviene quindi una fantastica rappresentazione di un lungo periodo nel quale gli umani si sono adattati a vivere in luoghi protetti in attesa di tempi migliori. I tre templi di Gobekli Tepe che formano un triangolo equilatero e sono di forma ellittica, furono edificati per conservare una conoscenza rimasta congelata per decenni. La conoscenza di quell’età dell’oro citata da Esiodo ( VII sec. A.C. ) e Virgilio ( I sec. A.C. ) era solo mitica, ma sottendeva una consapevolezza che le menti eccelse dell’epoca non potevano ignorare. Grazie Guido per i tuoi articoli pieni di riferimenti frutto di una ricerca precisa ed approfondita che solo menti libere ed attente possono realizzare.
    A Claudio poi un abbraccio forte come la sua capacità di commentare di getto e di lasciarsi trasportare sull’onda onirica, dove scorre la nostra esistenza fatta di sogni, di risvegli improvvisi e di ironica speranza per un mondo migliore. Si, domani. “ Lucean le stelle “ Mentre San Michele ripone la spada nella vagina, sul mausoleo di Adriano, Castel Sant’Angelo.“ All’alba vincerò”. Ma dai !

  3. Luca Menniti Reply

    Ciao Guido, spesso non lascio commenti perché in questo periodo sono molto impegnato e non ho la testa molto libera; però leggo sempre con piacere i tuoi articoli ed i relativi commenti.
    Ultimamente, sul lavoro mi capita spesso di avere a che fare con ieroduli/e figli/figlie a loro volta di ieroduli/e: forse è per questo motivo che il mio cervello non trova l’ispirazione per scrivere commenti. La mia mente non riesce a mettere insieme qualche parola per commentare i tuoi articoli, però, per qualche motivo recondito, Gabriele M., parlando dell’età dell’oro, mi ha fatto venire in mente una frase tratta da LE METAMORFOSI di OVIDIO, in cui il poeta parla di quella mitica età. Ecco la frase: Aurea prima sata est aetas, quae vindice nullo, sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat. poena metusque aberant, nec verba minantia fixo. Perché in alcuni miti c’è un’antica età dell’oro o un tempo primigenio in cui tutto era praticamente perfetto? Eh… questa domanda richiede una risposta molto complessa.

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