Sogni

di Enea Solinas Enea Solinas


Da un bradipodiarista del futuro, a una cronaca, si spera ancora contagiosa


È un periodo che sto dormendo e sognando molto. Perdo la cognizione del tempo molto facilmente. Fatalmente, non ricordo talvolta più cosa son cosa faccio, ma mi ricordo di non essere Mozart. In campo musicale aveva una levità che mi piacerebbe avesse questa rubrica. Allora dico: perché no? Non lasciar scorrer a ruota libera i sogni?
Spengo lo smartphone che mi invade di news automatiche, manco fosse un M16 dell’esercito dello zio Sam. Un report di oggi mi avvisa che le iniziative stanno procedendo bene, cioè lentamente e senza scopo di lucro. Tutte iniziative fondate su un’arte antica delle relazioni.
Bradipodiario è diventato una pseudoassociazione. Alcuni fanno resistenza a voler diventare associazione, sono restii. Si è data uno sguardo intorno e si è accorta che accanto alle moltissime novità introdotte dalle abitudini della pandemia ci sono alcuni fenomeni antichi che riprendono vigore. La gente ha più voglia di passati del tempo insieme senza scopo di lucro. Un tempo liberato, un tempo rubato alla rat race.
È una specie di associazione informale che ospita e si fa ospite, in più luoghi e sedi. Ed è lenta ma itinerante.
I giovanissimi adolescenti e preadolescenti s’incantano ad ascoltare non solo musica ma i racconti del focolare bradipo, una sorte di ti ricordi com’era un tempo? Un’iniziativa volta ad aumentare la curiosità per il passato, per la memoria collettiva, fondata su incontri intergenerazionali.
Le fantasticherie del web si accompagnavano in altre iniziative nella costruzione di un pensiero lento che si prendesse tutto il tempo per essere raccontato, fissando le frasi sulla carta così da poter impaginare a mano un giornale la cui lentezza di produzione modificava in modo erratico il procedere dell’elaborazione del pensiero. Perché si trattava di costruire un oggetto concreto e non fare astratta filosofia. O meglio fare astratta filosofia costruendo l’oggetto concreto. In modo tale che un processo influenzasse l’altro vicendevolmente.
Anche la posta bradipa pur a stento continuava ad essere praticata, un ritorno ala scrittura di lettere su carta quale servizio di eterna presenza a distanza di tempo di qualcosa la cui immagine mutava nel corso del tempo, essendo temporanea.
Poi c’erano gli incontri organizzati tra mondi culturalmente considerati distanti, come persone di paesi sconosciuti che si avvalevano della volontà di volersi riconoscere e aggregare per costruire un semplice momento condiviso di cui serbare una traccia nel presente.
Il sito aveva ripreso ad essere letto ed anche ascoltato da persone che si erano perdute perché invase dagli effetti nefasti del virus.
La gente in certe ore della giornata aveva ricominciato a parlarsi dandosi tutto il tempo della conversazione di ricapitolare gli eventi che li avevano portati ad incontrarsi quasi come premessa ad una vera e propria dichiarazione e presentazione di sé.
E ogni giorno puerilmente si ricominciava da interrotto il giorno precedente, riassumendo sempre diversamente gli antefatti, e accogliendo con gioia inusitata i nuovi arrivi che gettavano scompiglio entrando nel giro di presentazioni a concatenazione di flashback.
Molte persone si erano stufate di apparire in video anche solo per sentirsi telefonicamente ed era tornato di moda un linguaggio di segni conosciuto solo dagli internauti di piccole reti invisibili.
Gli estranei erano comunque benvenuti anche se i loro discorsi continuavano a balbettare e più erano prolissi più balbettavano, e questo li rendeva simpatici. Anche se erano dei fastidiosi rompiballe, che in fondo, ripetevano sempre la stessa storia.
In questa vicissitudine di sogni bradipodiario fungeva da piccola sosta, per nulla scontata perché esigeva grande ozio e capacità di adattamento all’uguale che è paritetico e per questo nella sua diversità veniva considerato uguale. Come su la cultura fosse un fatto sentimentale che intesseva relazioni tra le persone e non disparità di saperi o poteri.
Una piccola utopia concreta che trovava ospitalità come un virus differente, in vari luoghi, restando sempre attente agli estremi incomparabilmente relativi. I più veloci con i più lenti e più anziani con i più giovani, i più svegli con i più addormentati, tutti sognatori.
Un pianeta di sognatori è forse un pianeta di realisti che si occupano senza preoccuparsi di quel che accade.
In questo periodo dormo molto, perché mi sento molto provato dalla realtà. E non sto a dire perché. Vorrei poter vivere in modo schivo, sulle mie, evitando abitudini istintive brutali, incolte, o imitazioni di modelli indotti dalla pubblicità – anche da quella che si è tentati di fare a se stessi. Vorrei farmi cogliere ed esser colto, e praticare un’arte contadina che non sia artificio, ma contempli anche l’artificiosità dell’attesa, del prenderla così come viene, senza attendersi nulla in spasmodiche attese.
Perché di spasmi ne ho avuti troppi, e vorrei dormire ancora. E soprattutto sognare. Mi sento grato nel poter sognare così e di poterne scrivere su questo sito, dove in passato mi sono occupato del fantastico, dell’improvvisa riflessione occasionale, o delle tracce lasciate e ritrovate in oggetti diversi ma con le medesime caratteristiche. Come metamorfosi che l’innovazione non ha reso nuove, ma solo un po’ cambiate.
Anche ad occhi aperti, con lo sguardo dell’immaginazione, puntato su quello che non c’è, o non c’è ancora, ma è in via di formazione. Una comunità fondata su questi principi, solidale, e sobria, attenta al prossimo. Ri-orientativa per chi si è smarrito o per chi vuole smarrirsi ed è consumato da troppe certezze. Tutto questo in una società che assegni a persone competenti i lavori a cui sono addetti e talvolta contraddetti, da fatto che il loro lavoro non è un mestiere, è un’arte di vivere. Non una tecnica di sopravvivenza autoassolutoria.
Compiere un gesto, un singolo minimo, anche metaforico come quello del sognare, gesto è un sacrificio.
Va compiuto con estrema cura.
E allora mi vedo in uno specchio confuso sovrapposizione di ombre, e di ricordi, e di tempi a venire. Senza alcun re a decidere, ma ciascuno responsabile dea propria sorte, proprio in virtù della comunicanza relativa all’interno di un principio comunitario, all’interno del quale riconoscersi parte differente da ciascun altro.
Sono un sognatore incallito e in un periodo di protratto malessere e isolamento mi auguro che questa cronaca possa avere qualche effetto contagioso, generativo, partecipativo. Un pretesto per utopia irreale, ma concreta.


Cronache Del Dopo Virus ritorna mercoledì 15 dicembre


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