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di Gian Michele Spartano wikipedia

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Ode alla Repubblica commemorata

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Abbiamo festeggiato il 76mo anniversario della Repubblica Italiana. Ve ne siete accorti? Cioè.. certo, sappiamo che il 2 giugno è festa e si sta a casa da scuola e dal lavoro, si va al mare tranne Savina che è una lavoratrice autonoma a 1000€; ma siamo coscienti del suo contenuto e soprattutto, qual’è il significato che diamo oggi alla ricorrenza?
Esistono forti dubbi che l’argomento a qualcuno importi qualcosa, così ci scriviamo lo stesso!
In parole semplici, “Repubblica” deriva dal latino ‘res publica’, che oltre 2000 anni fa, tempi non sospetti, un certo Signor Cicerone così la definiva: “La res publica è cosa del popolo; ed il popolo non è un qualsiasi aggregato di gente, ma un insieme di persone associatosi intorno alla condivisione del diritto e per la tutela del proprio interesse”.
Capito, cari silenti e sonnecchiosi Bradipi? Marco Tullio ci ammonisce che la nostra res publica, quella nata intanto dai moti partigiani e poi con il lauto sostegno di “Alleati” che in premio ci han “colonizzato” politicamente, comunque “è cosa del popolo”, quella casa comune antitetica a chi opera contro il bene collettivo e nell’esclusivo tornaconto antistatuale.
Inoltre, una Repubblica non è tale nel suo pieno significato se non si associa al concetto di “sovranità”: il 2 giugno 1946 abbiamo scelto di passare dalla sovranità dei Sigg.ri Savoia a quella dei cittadini italiani.

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Un principio questo, che è sostanzialmente venuto meno a causa dell’adesione alle istituzioni europee e -ricordiamolo bene- senza un pronunciamento popolare.
È giunta quindi a noi una “sovranità” doppiamente zoppa: in senso politico come si è detto prima, in senso giurisdizionale poi con la primazia delle norme primarie CE e UE sulla nostra Costituzione.
Altro che cosa del popolo!
Il popolo dovrebbe essere secondo il teorico esule dell’antica Roma,  non un insieme indistinto di persone, bensì una società fondata sul diritto condiviso per la stessa tutela dei singoli. Quindi, senza dover scomodare i princìpi delle rivoluzioni del settecento e dei soviet, già lungo i fori di Atene e della Roma pre-imperiale si era delineato il germe del moderno “Stato di diritto”: il popolo, costituito in una determinata identità nazionale, si riconosce in un corpus di regole atte al mantenimento del governo “democratico” (sempre di popolo parliamo), finalizzato al benessere dei consociati. Fanno da sfondo ineludibile i caratteri della laicità, libertà, solidarietà e di pari opportunità e condizioni fra i cittadini.
Siamo andati in piazza, almeno mentalmente mentre si faceva ‘cic ciac’ nel bagnasciuga, per quale Repubblica? Perché chi vi scrive non riesce proprio a vederla quella del 2 giugno di 76 anni fa. Siamo però diventati tanto bravi ad intonare l’inno di Mameli ed i Bella Ciao! per rimuovere dalle zucche che grosse parti del “De re publica” sono finite al rogo culturale appiccato dai nostri salvatori della patria, da Costantino ad Eisenhower e noi, popolo di pecore cicale e geni invisibili, ci accontentiamo del nostro cantuccio di schiavitù. Basta l’impiego da 1300 euri se va di lusso, un cappellino yankee e dichiarare alla TV che la parata del 2 giugno ci consola dai nostri mali e ci fa sentire tutti davvero più protetti…
Uno Stato uscito dalla dittatura ci aveva in quel modo pulito e netto proposto di abrogare la monarchia e oggi ci propone di elidere pezzi di leggi penali incomprensibili ai più e dall’effetto devastante; proprio nell’appuntamento del 12 giugno sta il salto nel vuoto fra le parole della civiltà di Cicerone a quella di oggi.
Non è edificante dirlo, ma ci si augura davvero venga disertato, per rifiutare “questa” Repubblica delle banane e poi studiamo; a dirla gramscianamente studiamo, “perché avremo il bisogno di tutta la nostra intelligenza”.


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