Pil Come Prodotto Di Infelicità Lorda

Uno spunto di pensiero voglio trarlo da un libro di Leonardo Becchetti dal titolo “Il mercato siamo noi”, che tratta molti temi di attualità stringente sul nostro sistema di vita; “l’ago nel pagliaio”, che voglio isolare oggi, lo trovo in alcune righe di questo libro dove l’autore accenna al paradosso di Easterlin. Questo paradosso, a ben vedere, indaga un quesito che dovrebbe essere il centro permanente di ogni attività di pensiero di chi vive nella nostra epoca, a meno che qualcuno ritenga esservi qualcosa di più importante della ricerca della felicità.

Il paradosso nasce da uno studio scientifico che utilizza diversi indicatori sociali per dimostrare un fatto sorprendente: l’aumento del PIL di una comunità, che tanto eccita politici ed economisti, è in totale controtendenza con la crescita della felicità della stessa comunità. Si può dire che con l’aumento del PIL, indicatore di ricchezza, la sola felicità che si impenna è appunto quella degli economisti e dei politici. Ma allargando la vista, oltre la ristretta cerchia dei suddetti esperti, il paesaggio cambia e la linea della felicità nel grafico è discendente.

Temo, peraltro, e senza l’ausilio di grafici, che dove imperversa la miseria, e il PIL neanche sanno cos’è, la felicità non goda di buona salute neppure lì; e questa fascia dell’umanità al nostro paradosso non crede poi tanto. Difficile dargli torto. Ma allora dov’è la felicità?

Fra l’altro a pensarci bene è già difficile capirsi su quello che significa essere felici, figurarsi esserlo. Tra popoli latini e anglosassoni, anche quando condividiamo il benessere, non siamo d’accordo nemmeno sul significato della parola felicità. La lingua inglese indica la felicità con il termine “happiness” che ha la radice in “happen”, cioè accadere e dà un peso rilevante alla sorte. La nostra parola felicità invece deriva dalla radice latina “felicitas”, connesso a fecunditas, nel senso di fioritura della propria vita grazie a impegno e virtù personali.

Almeno, se non sappiamo cosa sia la felicità, ora sappiamo quali condizioni o la negano o non la favoriscono in alcun modo. La felicità non ce la dà la miseria, non ce la dà la ricchezza; tuttavia chi è infelice nella miseria spera di raggiungere la felicità nella liberazione dalla miseria, chi è infelice nel benessere economico non vede una condizione alla quale tendere, perché rinunciare al suo status lo esporrebbe ad una condizione di cui si potrebbe pentire amaramente. Per lui è come possedere una fortuna maledetta che lo corrode dentro, ma senza la quale non saprebbe sopravvivere. Discorso infinito questo che però qui devo interrompere per la “felicità” di chi legge.

Tra tutte le teorie che ho scomodato concludo però con l’ultima, la più importante e forse decisiva sul tema della felicità: la felicità è inversamente proporzionale al tempo che dedichiamo a interrogarci su di lei, e quindi questo post non gioca a suo favore.

UMBERTO SCOPA

Foto: www.vogliadisalute.it – www.claudiobelotti.it

L’Ago Nel Pagliaio ritorna a settembre

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