Personalia

di Giuseppe Rissone Laura Rissone
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Per una volta permettetemi una personalia, un preambolo e quattro storie…
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Scritto diverse storie, buttate, riprese, ributtate, ri-riprese… come vedete ho le idee chiare… tutto quello che mi gira intorno è confuso, tutto è precario, dalla primavera che sembra autunno, dalla fine della pandemia che proprio finita non sembra, e potrei proseguire… Dopo questo – utile o inutile lascio a voi decidere – preambolo, pongo alla vostra attenzione quattro piccole storie personali…
Scrivere: Giuseppe scrivi piccole storie quotidiane che più ne scrivi e più fai danè… naturalmente scherzo – e mi scuso con il prof cantautore per l’impropria citazione – qui nessuno fa danè con quello che scrive, lo si fa solo per passione. Però mi sono fatto una domanda, siamo in un epoca dove si scrivono fiumi di parole, social, siti, blog, libri autoprodotti, ma c’è qualcuno che legge? Se prendo come riferimento bradipodiario, posso dire che un piccolo tenace gruppo di lettori esiste. Per quanto mi riguarda scrivere è terapeutico, una seduta psicoanalitica gratis, provo piacere a mettere insieme frasi, pensieri, suggestioni.
Si scrive comunque troppo e si ascolta poco, questa è almeno la mia sensazione, come detto per me scrivere è un’esigenza, ho scritto sopratutto per me stesso per molti decenni e continuerò a farlo, a prescindere dalla pubblicazione di quello che creo.
Domande: Sarà la primavera – che solo da pochi giorni sembra aver spiegato le sue ali, almeno qui nella città sabauda – ma sento come una sorta di brontolio allo stomaco, una voglia di esternare quello che penso, senza auto-censure o limitazioni di alcun genere.
Si sono arrabbiato, per le guerre – e il plurale non è casuale – per le ingiustizie di qualsiasi tipo, per una società che si basa esclusivamente sull’apparenza, sui numeri, sul denaro. Basta, basta, faccio come l’amica di Candido e mi rifugio in montagna a produrre formaggio di pecora.

Poi mi rendo conto che non ne avrei la forza, allo stesso tempo ho necessità di trovare una risposta al  cosa ci faccio io qui? Cosa ci faccio in una città super inquinata, come posso vivere il tempo che mi rimane senza rimorsi?

Bravo direte voi, ti sei svegliato adesso, hai superato i 60 anni e vuoi proseguire la tua vita fuori da costrizioni? A dirla tutta sino a 15 anni fa, pur vivendo in città, svolgevo un lavoro che mi gratificava, che mi dava massima libertà organizzativa, aveva però un difetto, non solo sottopagato ma pagato quando capitava, quando se ne ricordavano, ricordo ancora oggi un parroco a cui avevo fatto domanda – respinta – d’inserire un ragazzo disabile all’interno dell’estate ragazzi. Ma lei chi è? L’educatore che segue R. Ah, ma il suolo è un lavoro? Ehm sì, almeno dovrebbe… Ma la pagano per quello che fa? Ho risposto un timido sì e devo dire che ricevere simili domande da un parroco di un quartiere periferico dove la presenza di cooperative, associazioni – che svolgevano attività di socializzazione, di contrasto alla devianza, all’emarginazione, alla tossicodipendenza – si contavano a decine, mi fece dire già allora cosa ci faccio io qui? Quello che mi ha dato la spinta per abbandonare un lavoro tanto bello quanto difficile, è stata la sempre maggiore burocratizzazione delle attività, il taglio dei fondi, e così eccomi qui a fare la parte del reduce e del brontolone… E adesso che faccio, ho in mano un florilegio di attività, di passioni, che svolgo non nella modalità preferita, l’ente pensionistico dice che devo lavorare ancora almeno per tre anni e solo allora potrò dedicarmi totalmente alle mie cose, che faccio resisto? Mi tappo naso, occhi e orecchie? Il mio stomaco dice no, mi dice di reagire, di decidere…

La piazza: In modalità virtuale – fatico a frequentare eventi con molte persone, anche all’aperto – e con qualche aggiornamento arrivatomi da un amico, ho seguito le manifestazioni del 1 maggio di Torino – festa del lavoro o dei lavoratori, propendo per la seconda – con forti perplessità su come oggi – a dir la verità la cosa va avanti da diversi anni – viene gestita e organizzata questa giornata.
Tutto sa di confezionato, con sempre lo stesso programma, da rispettare, corteo più o meno silenzioso, comizio rituale, e poi tutti a casa. A guardare la piazza, l’idea è di un evento svuotato di qualsiasi significato politico, come dovrebbe essere una manifestazione organizzata dai sindacati. Sindacati che hanno come compito principale non quello di auto-conservarsi ma quello di difendere i diritti dei lavoratori, soprattutto i più deboli. La mia critica ai sindacati confederali – che è differenziata e non univoca verso le tre organizzazioni – non va confusa con quella che la leader di un partito di destra – preferisco non nominarla – ha voluto esprimere sulla giornata dei lavoratori, e in particolare sul Concertone: organizzato da sindacati che non sempre difendono il lavoro ma difendono soprattutto i propri iscritti… difendere il lavoro tout court non è sempre la cosa giusta – vedi Taranto – difendere i propri iscritti, che se non erro sono lavoratori sì.
Guardando e frequentando la realtà torinese è evidente che la critica verso un modo diciamo troppo formale d’intendere il 1 maggio non è in mano a un sparuto gruppuscolo; dal movimento contro il Tav, ai Rider, ai precari di varie categorie, dai sindacati di base e associazioni e gruppi informali, tutti questi purtroppo devono rimanere fuori dalla piazza, solo per motivi di ordine pubblico?  Forse, però ho la sensazione che si preferisca non disturbare lo svolgimento di una manifestazione un pò fredda e ripetitiva.
In tanti si riempiono la bocca dei diritti delle categorie meno tutelate, poi quando esse si palesano con tutta la loro rabbia – vedi i Rider a Torino – essi vengono respinti, ho la sensazione che il metodo sia quello che sta accadendo in molti dibattiti televisivi, s’invitano persone con pensieri e idee alternative – non per forza giuste – al pensiero maggioritario e alla linea della trasmissione per poi zittirli e staccare il collegamento. 
A prescindere dalle organizzazioni, dalle idee o ideologie, è urgente, prioritario mettere mano e non rimanere impassibili alle morti sul lavoro, quel ripetuto e retorico BASTA MORTI SUL LAVORO, non è sufficiente, e ora di prendere in mano la situazione seriamente e fatemelo dire BASTA dire BASTA MORTI SUL LAVORO, uno slogan vuoto, che non cambia di una virgola il problema. 

La Radio: Per chiudere vi racconto una mia breve esperienza. Da oltre due anni ascolto Radio Capodistria tutti i giorni, una scoperta – sarebbe più giusto dire una riscoperta in quanto ascoltavo RC da ragazzo alla sera, 40 anni fa…. – che mi ha sorpreso e coinvolto; ho avuto modo di parlare con alcuni dei conduttori – Barbara Urizzi, Giuseppe Signorelli, Marisa Macchi, Ferruccio Mike Crevatin ed essere intervistato due volte – l’ultima volta giovedì 12 maggio – da Miriam Monaca all’interno del programma Calle degli orti grandi curiosi del fatto che un torinese ascoltasse una radio dalla Slovenia. Così abitando a due passi da dove si svolge l’Euro Festival, ho voluto fare una foto per ringraziare l’emittente per l’alta qualità dei programmi e per l’accoglienza che mi hanno dimostrato in diverse occasioni.

Vi piace la musica di tutti i tempi e tipi, un’informazione varia e articolata, allora RC è la radio giusta. Una radio che pensa localmente e agisce globalmente, in un periodo di appiattimento totale e uniformità, non è poco. Ascoltate RADIO CAPODISTRIA, non ve ne pentirete, consiglio da un bradipo convinto.
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