Ombrelli

L’ombrello ti ripara dalla pioggia, ti ripara dal sole. L’ombrello è un oggetto che protegge. Complice un maggio molto piovoso, drappelli di giovani migranti si schierano come un plotone davanti alle stazioni ferroviarie, pronti a vendere ombrelli di varia foggia.

Non si conosce né il periodo né il luogo in cui l’ombrello fu inventato. Si pensa possa derivare dall’estremo Oriente, e forse anche dall’antico Egitto. In Cina era associato al culto dell’Imperatore, come oggetto sacro; nell’Egitto dei faraoni era consentito usarlo solo ai nobili; in Giappone proteggeva i samurai ed è ora un vero e proprio simbolo nazionale. Nella Grecia classica era utilizzato prevalentemente dalle donne nell’ambito del culto di Dionisio mentre nell’Impero Romano era usato come accessorio di abbigliamento vezzoso e seducente dalle donne più ricche. Infine entrò anche nell’iconografia pontificia come oggetto di pertinenza del papa. L’ombrello è comunque un oggetto antichissimo, che ha avuto durante i secoli varie funzioni, ma non quella per cui è utilizzato oggi. Fino al Settecento l’ombrello è rimasto un oggetto in uso solo fra i nobili e le classi abbienti ed era portato da un servo come distintivo onorifico. Per ripararsi dalla pioggia si usavano mantelli e cappucci e solo nell’Ottocento si è iniziato a diffondere l’uso dell’ombrello come parapioggia.

E’ se volete saperne di più, v’invito a visitare un museo dell’ombrello nato nel 1939, ideato da Igino Ambrosini, figlio e fratello di ombrellai, esso si trova a Gignese, in provincia di Novara. Collocato inizialmente nelle scuole elementari del paese, nel 1976 il museo si trasferì nell’attuale edificio costruito grazie alla collaborazione del Comune e dell’Associazione “Amici del Museo”. L’edificio, se si osserva dall’alto delle gradinate della chiesa parrocchiale di San Maurizio ha la pianta a forma di tre ombrelli aperti affiancati. L’attuale allestimento, dovuto all’architetto Bazzoni, risale alla seconda metà degli anni ’80, ma già un nuovo progetto del Comune in collaborazione con la Regione Piemonte, l’Ecomuseo Cusio Mottarone e l’Associazione degli ombrellai sta per essere attuato. Il museo è visitato da circa 10.000 visitatori annuali. Ho voluto presentarvi questo luogo, dandovi così un’idea, spero originale, per le vostre uscite estive.

Il senso di protezione invade le mie giornate, vorrei essere protetto in vari ambiti, ma non sempre è così.

La tecnologia imperante e spesso invadente, regola i nostri impegni quotidiani, anche in procedimenti semplici, procedure che siamo obbligati a svolgere con personal computer, smartphone, tablet, utilizzando siti, applicazioni.

E’ normale che alle volte qualcosa non funzioni, è meno normale che non ci siano alternative, non c’è Call Center e/o Servizio Clienti che tenga, nessuno è in grado di aiutarti, e rimami fermo come ai tempi della pietra.

Ho vissuto in prima persona una situazione sgradevole, dove un mal funzionamento tecnologico non mi ha permesso di svolgere una semplice operazione, che da secoli l’umanità svolge, senza il bisogno di applicazioni di nessun tipo.

Recentemente ho sentito pronunciare questa frase: la tecnologia ucciderà l’umanità. Chi ha proferito queste parole intendeva dire che un eccesso nell’utilizzo di applicazioni tecnologiche non aiuta, anzi crea non pochi problemi, se esse non funzionano, si ha il collasso, è se il collasso accade su un aereo, la strage è servita. Credo che in questa esternazione ci sia del vero, e non solo per una possibile futura e non auspicabile fine dell’umanità.

Essa va presa in considerazione anche per gli aspetti quotidiani, dove il contatto, l’incontro, lo scambio tra persone, è escluso dall’utilizzo di una tastiera.

Ecco in questi momenti vorrei avere con me un ombrello speciale, protettivo, che mi eviti di dover schiacciare dei tasti, che mi aiuti a incontrare l’altro, sentirne l’odore, la voce, la sua storia.  Un ombrello dove portare amici, luoghi cari, sapori, ricordi, storie, amori, in poche parole un ombrellone, di quelli giganti da spiaggia, un luogo non chiuso, aperto a chiunque voglia entrare e percorrere un tratto di strada insieme.

E come cantavano nel lontano 1974, Cochi e Renato, nella canzone E la vita la vita…

e la vita l’è bella, l’è bella
basta avere l’ombrella, l’ombrella
ti ripara la testa,
sembra un giorno di festa.
E, la vita la vita
e la vita l’è strana, l’è strana
basta una persona, persona
che si monta la testa,
è finita la festa.

GIUSEPPE RISSONE

Foto: Giuseppe Rissone

Piccole Storie Quotidiane ritorna lunedì 7 luglio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.