L’Uomo Dei Nostri Sogni Purchessia

Profilo e opera di un eroe dello status quo.

⇒ di Gian Michele Spartano Tempio Aperto

Chi si ritrova a scrivervi non aveva mai capito le difficili sofferte verifiche di matematica dei tempi del liceo. Non capiva che la soluzione poteva consistere in un percorso lineare di disarmante semplicità, annidato nelle stesse pieghe della traccia proposta. E non la scovavo mai, ottuso bipede che non ero altro! 

Buone le possibilità di non trovare il bandolo di quest’altra inedita verifica: “Mario Draghi ed il suo Governo”. Ora che la  compagine è completata dal consueto sottobosco di viceministri e sottosegretari, proviamo comunque a stimolare il vostro interesse. La storia è lunga e quindi desistano qui gli antibradipi del “presto e subito”.

Partiamo da Sergio Mattarella, il quale preannunciava la formazione di un esecutivo che né richiamasse né rispecchiasse una maggioranza di tipo politico. Proposito cruciale. Viene alla memoria quel “Comitato di salute Pubblica” istituito per difendere la Francia rivoluzionaria del 1793 dai nemici stranieri e soprattutto da lotte intestine al Consiglio esecutivo ed all’Assemblea. Con la differenza che qui, in soccorso del salvabile non è chiamata una elite rivoluzionaria, ma El nuestro  SuperMario (più quei 5-6 ministri “tecnici” ai dicasteri-chiave dove più inciderà il suo programma).

Parliamo dell’uomo che un tempo, primi anni ’90, salvò non l’Italia, ma la sua sopravvivenza nell’Europa di Maastricht e della Signora Thatcher. Come? limando il rapporto debito pubblico/Pil mediante la cancellazione delle partecipazioni di Stato nell’industria strategica dell’energia e delle materie prime. L’uomo, a quei tempi Direttore Generale del Tesoro, venne glorificato non sull’altare della Patria, ma a bordo del mitico panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia; i “si dice” sul senso di quell’episodio non si contano; ma quello che sappiamo è che il vento che spirò su quelle regali vele condusse l’Italia verso la più vertiginosa messe di privatizzazioni che si sia mai verificata nella storia del Paese. L’intento, per taluni apprezzabile se non nobile, rilanciare la crescita. Purchessìa.

Le sue stesse parole di allora rendono l’idea: “Un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante“. Ed ancora: “I mercati vedono le privatizzazioni in Italia come la cartina di tornasole (significa che è la prova più inconfondibile, ndr)della dipendenza del nostro governo dai mercati stessi, dal loro buon funzionamento come principale strada per riportare la crescita“. Ad Ercole tremerebbero i polsi, ma al nostro SuperM no!

Parliamo di un periodo, anzi, dei giorni in cui fra Roma e Palermo si consumavano gli atti più tragici della guerra di mafia, mentre saltavano in aria prima Falcone poi Borsellino coi loro angeli custodi. I giorni insomma in cui si ridefinivano gli assetti di potere fra Stato (quanto ne rimaneva) ed Antistato; in cui deflagrava l’ultimo presidio della Politica al barbaro trionfo dell’Antipolitica. Coincidenze al di là di ogni racconto fantapolitico.

Seguirono altre magnificenze, al vertice della Goldman Sachs, alle fusioni fra i giganti del Credito con l’intento di favorire il credito alle (grandi) imprese negli anni alla presidenza della Banca d’Italia. Per poi giungere al vertice della BCE, con la famosa lettera-decalogo imposta al governo Berlusconi IV, nonché al whatever it takes (tutto il necessario) per preservare l’area-Euro con l’acquisto dei titoli degli Stati membri a sostegno dei debiti sovrani. Purchessìa.

Ci aspettiamo con ansia cosa succederà ora in concreto. Ma già El Nuestro si è recentissimamente pronunciato (dicembre 2020) al Gruppo dei 30, il consesso di accademici e finanzieri che si incontrano per discutere in materia di interventi della mano pubblica in economia: “l’aiuto (contro la crisi da pandemia, ndr) indiscriminato comporta il rischio di imporre un onere significativo ai contribuenti. Non tutte le aziende in difficoltà dovrebbero ricevere un sostegno pubblico. Le risorse non dovrebbero essere sprecate per aziende che sono destinate al fallimento o che non ne hanno bisogno”. Ed ancora ” Il settore imprenditoriale che esce da questa crisi non dovrebbe apparire esattamente come prima a causa degli effetti permanenti della crisi. I governi dovrebbero incoraggiare le trasformazioni necessarie o auspicabili e gli aggiustamenti nell’occupazione. Ciò potrebbe richiedere una certa quantità di “distruzione creatrice” poiché alcune aziende chiudono e ne aprono di nuove, e dato che alcuni lavoratori hanno bisogno di spostarsi tra aziende e settori, attraverso un’adeguata assistenza e riqualificazione.” Quindi, lacrime e sangue per tutti, purchessìa. Ah, con un tocco di mirabile cerchiobottismo su green e digital: “Molti paesi sono interessati a utilizzare le loro risposte politiche per accelerare i cambiamenti strategici, come il green o la digitalizzazione. Si tratta di una scelta legittima, ma richiede un attento bilanciamento della volontà di orientare il processo di cambiamento rispetto alla necessità di evitare di imporre vincoli eccessivi alle imprese in difficoltà o un’allocazione troppo ristretta del sostegno a pochi settori o imprese” . Sapevamo di non essere di fronte ad un Enrico Mattei…

La rassegna del medagliere e delle battaglie resta indelebile, disegnata su quei gesti asciutti, essenziali, sul volto quasi inespressivo, come può esserlo quel lucido pragmatismo che non teme sfumature di razionale cinismo. Non è il volto di uno statista, purtroppo, bensì di un perfetto moderno manovratore della plutocrazia, che ha agito su troppe leve e pulsanti a noi anche oscuri e distanti, per poter rivestire un ruolo di salvatore e men che meno di autentico riformatore delle sorti italiche. Per il semplice motivo che in quella Mente l’Italia era ed è un tassello, sia pur importante, ma pur sempre un tassello di una Dimensione Globale pervasiva ed onnivora.

Gli è richiesto invero di assumere decisioni sufficienti a traghettare il Paese in condizioni di galleggiamento nel consesso europeo e di tendere la corda del rilancio economico interno fino ed oltre l’elezione di Presidente della Repubblica e Parlamento. Parliamo di un arco temporale minimo di un anno o poco più, del tutto bastevoli all’opera che il nostro sta già improntando nel silenzio delle stanze di Città della Pieve più che di Palazzo Chigi. Ha accettato la sfida, l’azzardo, confidando più nel prestigio e nelle aderenze internazionali di cui sa di contare che nell’infida realtà che lo attornia. Ma ad un patto: consentire una sorta di lassez faire alle intemperanze dei palazzi romani che tessono la consueta fitta appiccicosa tela elettoralistica in cambio di lavorare con mano libera e ferma su ciò che oggi è emergenza: timone a dritta nella tempesta pandemica, incassare e pianificare quanto più si potrà dei 209 mld del recovery fund. Purchessìa.

⇒ Foto: trafficantevolpino.blogspot.com ≈ Prossimo Appuntamento: mercoledì 31 marzo

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