Liquida Politica, Salve Istituzioni

Un’estate senza soste per la politica, la crisi di governo agostana ha stravolto i piani del solito tran tran informativo, e non solo. 

L’estate politica italiana non ha osservato soste, tranne per chi, fra un mojito ed un battesimo di acqua-scooter della P.S., ha provocato e subìto la fine del governo Conte1 (da leggere Conte One…)
Ma andiamo con ordine.
L’esecutivo gialloverde (pienamente meritato l’appellativo da casacca rugbistica…) ha resistito 14 mesi ai patetici (del PD) attacchi esterni, ed alle schermaglie poi trasformate in terribili colpi di bazooka fra i due contraenti l’accordo di governo. Intesa che sugellava nel nostro paese l’affermarsi del vento europeo di incolta protesta dal gusto nazional-popolare, sgusciato dalle urne a marzo dell’anno scorso. Tendenza questa, a sentire conoscenti, parenti e chi ci capitò vicino di ombrellone, tutt’altro che sopita; anzi, le leve del potere e l’eco mediatica sempre al passo,  hanno sversato benzina sul fuoco della divisione sociale e dell’attacco ad ogni forma solidaristica di convivenza, in nome di un ordine pubblico da stato di polizia.
Chi avrebbe dovuto ammorbidire queste velleità fascistoidi in Consiglio dei Ministri, non ne ha avuto né la forza di mediazione sufficiente a mezzo del suo Presidente, né tantomeno l’abilità politica, risultate le comparsate di Gagà-Vice Console giallo più degli eleganti defilé di bella inutile eloquenza e di grisaglie, piuttosto che un efficace contributo in senso democratico e parlamentare (da chi addirittura ne detiene la maggioranza relativa).
Flag tax per le partite iva, quota 100, reddito di cittadinanza e decreto sicurezza sono stati i più clamorosi provvedimenti partoriti dal Conte1 e ci rendiamo subito conto da quale parte del contratto Di Maio/Salvini si è attinti a piene mani. Se aggiungiamo l’ultima mazzata sulla mozione a cinque stelle anti-Tav, arriviamo dritti dritti al colpo di calore del Menegatto già Vice Console verde, che deve essersi letto sulla sdraia il bignami mare e sale del piccolo balilla alla pagina del discorso a Montecitorio del ’22, quello sull’Aula sorda e grigia, reclamando in pieno delirio di onnipotenza da sindrome sondaggistica, i “pieni poteri”.
A quel punto, né chi scrive né i quattro pii volontari che qui leggono, ci siamo resi conto dalle mura domestiche e dai lampadari, lievemente ondulare l’Italia. Ma a Palazzo credo di sì.
Forse da quelle parti alberga ancora qualche robusto anticorpo rispetto ai tragici eventi del passato nostrano e alemanno; ed al rischio certo di riporre nelle mani di un elettorato, -mi mortifica ma è quanto credo- intossicato dalla peggior stagione politica dal dopoguerra e deviato dalla più servile informazione che si sia mai vista in un contesto democratico, è prevalsa quella che si vuol definire con una brutta espressione “Ragion di Stato”.
Introdotta da Re Giorgio Napolitano in era bunga bunga, oggi si è riproposta una sorta di prassi “sovra-costituzionale”, in cui il più alto Colle, consenzienti i vertici d’Europa e di Washington, ha radioguidato la crisi di governo nella direzione di una maggioranza di questo parlamento -cui si è dovuto inchinare il Matteo Letamaro- purché sia a limitare il possibile rischio di infausti esiti del voto prima del varo di una decente legge elettorale. Gli sbarramenti posti al Menegatto ai suoi tentativi di rientrare in corsa – il ritiro della mozione di sfiducia, la misteriosa proposta fatta a Gagà rimandata al mittente- la dicono lunga su cosa ferveva per i corridoi quirinaliani e delle sedi giallo e rosse.
Il Palazzo ha ritenuto non più rimandabile quanto non si è riusciti dall’era Grillo-Bersani, (complice sempre lui, il niet di Matteo il Letamaro), ma non “per” una alternanza più sinistrorsa legittimata dalle urne, ma esclusivamente perché esigenze istituzionali, in un’ ottica di indifferibile necessità ed urgenza di tenuta dello Stato, lo richiedevano.
Come in ogni ambito della società dei nostri tempi, anche in politica vengono meno regole e paletti: l’elettore deve sapere pro-futuro, considerata -a torto- defunta la classica appartenenza al centro, alla destra o alla sinistra che, votando questo o quel partito, le combinazioni su maggioranze ed esecutivi possono essere qualsiasi ed il loro contrario, liquide ed inzuppabili. L’effetto indiretto risulta quello di una forzatura sui poteri del Capo della Repubblica, coatto più che onerato nella funzione di garante di quanto resta della nostra democrazia e ossequioso delle volontà euro-atlantiche.
Ed ora via al Conte two; con Gegé, Montalbano’s Brother ed i pistoleros di Matteo il Letamaro, incrociamo le dita.

GIAN MICHELE SPARTANO

Foto: gds.it – reuters

Tempio Aperto ritorna martedì 22 ottobre

One Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.