La Prima Goccia
Bagna Il Viso

di Gianfranco Gonella torinoggi.it.

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Questa volta cercherò di analizzare alcune delle conseguenze che il conflitto in essere sta provocando al nostro paese.

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Ben ritrovati amici bradipolettori, l’articolo che vi propongo questo mese tratterà, purtroppo, ancora della guerra in atto a poca distanza da noi, ma in questo caso cercherò di analizzare alcune delle conseguenze che il conflitto in essere sta provocando al nostro paese.

È indubbio che dipendiamo da altri per il comparto energia, del resto petrolio e gas naturale non ne abbiamo.

Questo fa si che, almeno per il gas, siamo stati obbligati a cercare altri fornitori alternativi alla Russia.

Ci siamo rivolti all’Africa, precisamente a Congo e Angola, per avere nuove forniture così per metterci al riparo di fronte ai tagli che Gazprom ci ha già prospettato.

Fino ad oggi non avevamo preso tanto in considerazione l’alternativa africana perché avevamo sempre messo in dubbio la stabilità politica di questi stati, ma come si dice, abbiamo fatto di necessità virtù.

E così, almeno per il gas dovremmo essere a posto.

Per quanto riguarda il petrolio invece è in atto una speculazione non indifferente da parte dei produttori di greggio che non hanno nessuna intenzione ad aumentare la produzione per poter tenere un prezzo alto.

Prezzo che però non giustifica l’aumento sproporzionato ai distributori che i nostri raffinatori impongono.

Perché qualcuno me lo dovrà spiegare come mai nel 2008 il prezzo al barile era di 147,50$ e la benzina alle pompe costava 1,38 Euro mentre oggi, con la crisi, la guerra e i petrolieri che non aumentano la produzione il costo al barile è di 119,50$, quindi 28$ in meno, mentre alle pompe la benzina costa mediamente 2,074 Euro, cioè 0,244 Euro in più senza considerare che almeno fino ad Agosto paghiamo 30 centesimi in meno per decreto governativo che ha tagliato momentaneamente alcune accise sul carburante.

Poi ci siamo accorti che dall’Ucraina importavamo anche il grano.

Attenzione, grano tenero, quello con cui si fa la farina per il pane.

E qui da noi è lievitato il prezzo della pasta, che si fa con il grano duro che non è quello sequestrato dai russi.

E in ultimo, come se non bastasse, ci si è messo in mezzo anche un lungo periodo di siccità che ha portato al prosciugamento delle sorgenti in quota, complice anche scarse nevicate invernali e riscaldamento globale che di fatto ha consumato i ghiacciai.

Ma questo non è colpa della guerra.

Ma dovrebbe farci riflettere, almeno.

Siamo una nazione che perde più del 70% dell’acqua piovana, utilizzabile in agricoltura o nell’industria; abbiamo una rete di acquedotti che hanno più falle che tubi interi, e non sto parlando del profondo sud, ma guardo in casa nostra a pochi km da Torino, precisamente a Casalborgone dove l’80% dell’acqua distribuita si perde perché, grazie ad una burocrazia senza pari, il progetto per il rifacimento dell’acquedotto è approvato, ma fermo al palo per mancanza di fondi.

Mi viene in mente l’acquedotto che fratel Argese, un missionario laico della Consolata che ho avuto modo di conoscere quando sono stato in Kenya nel 2007, è riuscito a realizzare in una delle regioni più aride di quella terra.

Vi lascio il link di un bel filmato realizzato per spiegare di che cosa si tratta.

E voglio ancora tornare al tema energia rifacendomi alla pubblicità che un leader della distribuzione online sta facendo vedere in questi giorni su tutte le televisioni: una ragazza che sviluppa per la sua compagnia progetti di energia rinnovabile.

Enorme distesa di pannelli solari.

E anche qui mi chiedo: perché togliere terra all’agricoltura per mettere i pannelli, perché non mettere i pannelli sui tetti dei capannoni industriali esistenti e di conseguenza perché costruire nuovi capannoni e non utilizzare quei tanti dismessi perché le ditte che li occupavano non ci sono più?

Anni fa quando esistevano ancora le provincie il colosso dei mobili in scatola di montaggio voleva aprire un nuovo negozio in provincia di Torino a La Loggia, oltre a quello di Collegno.

L’allora presidente della provincia non diede il permesso di edificare su terreno agricolo, ma offrì l’area industriale dismessa dalla Viberti, senza quindi aumentare il cemento esistente, ma tale proposta fu respinta e non se ne fece più niente.

Proteste per il mancato inserimento di poche decine di lavoratori nel nuovo supermercato, ma da allora non ho letto che a La Loggia siano morti di fame, un’alternativa lavorativa chi voleva l’ha comunque trovata.

Qui ad Orbassano, dove abito, è stato invece approvato un progetto per la realizzazione di un nuovo hub della ditta di grande distribuzione si cui sopra, in cambio, si spera, di qualche  nuovo posto di lavoro e di un’opera di compensazione che sarà ricordata negli annali della zootecnia fluviale: la risalita dei pesci nel torrente Sangone, eliminando barriere naturali e non che ne impediscono la regolare nuotata.

Abbattimento delle barriere architettoniche per i nostri amici pinnati.

Tutto molto bello non fosse che il sopracitato torrente in periodi normali non abbia acqua per almeno sei mesi l’anno e che, per chi non ha presente di che cosa si tratti lascio il link di un filmato fatto da un drone nella tratta che va da Orbassano a Beinasco girato in questi giorni di siccità.

Sempre per compensare il tutto il terreno che è stato concesso era agricolo e, in quella zona vi sono capannoni non utilizzati o, sempre nel comune, aree industriali dismesse in attesa di riconversione.

Penso quindi a quanto grano poteva essere seminato in quei terreni e pertanto non importato.

E siamo solo ad Orbassano, chissà quanti terreni simili ci sono in giro per l’Italia.

Anche per questa volta mi fermo qui e lascio a voi le conclusioni o, se vorrete, i commenti.

Il brano scelto per il titolo, risalente al 1971, questa volta non è di un gruppo sconosciuto, ma è dei New Trolls, inciso e suonato da quella che per me è la vera formazione, cioè Vittorio De Scalzi, chitarra-voce e tastiere, Nico Di Palo, chitarra e voce, Giorgio D’Adamo, basso e Gianni Belleno, batteria.

Il brano è lunghissimo, oltre 8 minuti e mezzo e occupa entrambe le facciate del 45 giri.

Assistiamo ad un seguire in crescendo di vari generi musicali dal pop al rock, al soul e al funky e per alcune sonorità naturalmente al prog.

In più c’è da ascoltare la voce di Nico che, non in falsetto, riesce ad arrampicarsi su ottave improponibili. Buon ascolto e alla prossima stagione.


  Il Mito Ostinato ritorna a settembre

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3 Comments

  1. Claudio Savergnini Reply

    Oh che sorpresa mi hai fatto oggi Gianfranco! Sovente in questo spazio ti ringrazio per avermi fatto scoprire gruppi musicali che non conoscevo, ma oggi sono contento di aver riascoltato un brano che conoscevo bene e mi è sempre piaciuto; nonostante ciò non lo sentivo da almeno quarant’anni. Come sia potuto succedere mi ha stupito, ma chissà quanti altri ne avrò “persi” per strada senza rendermene conto; il fatto è che l’universo musicale è sterminato e variegato e spesso per star dietro alle novità più recenti si trascura di tornare su cose che avevamo già introiettate… il brano che hai proposto mi ha fatto fare un tuffo nel passato con conseguente attacco di nostalgia; nostalgia e un pizzico di malinconia mi è venuta anche vedendo il video nel punto dove i guerrieri Samburu scavano un buco nel terreno e si abbeverano con l’acqua che ne sgorga; mi sono tornate alla mente le numerose uscite in montagna che abbiamo fatto da ragazzi; ricordi che partivamo con la borraccia vuota per poter viaggiare più leggeri perchè tanto avremmo poi bevuto l’acqua del ruscello? Noi non dovevamo scavare come i Samburu, ma mi ricordo di aver fatto qualche volta anch’io, come loro, il gesto di sfiorare con le labbra il pelo dell’acqua di un rigagnolo, curvandomi fino a terra per bere. Oggi invece mi fa molta malinconia trovare sui sentieri bottigliette vuote o pacchetti di sigarette abbandonati in mezzo alla natura e non so se mi fiderei ancora ad abbeverarmi da un ruscello. Nel breve testo del brano musicale di oggi c’è un verso che è passato, in mezzo secolo, da invenzione poetica a realtà oggettiva:

    La terra muore ed il mio grano non germoglierà
    Da cento giorni nel mio campo non piove più
    (…)
    Lascia che la pioggia scenda giù
    Tu che lo puoi mandala tu

    Non so se ce lo hai proposto proprio per questo contenuto o se è stata una coincidenza, in ogni caso è una rivelazione di come spesso le invenzioni artistiche contengano delle premonizioni. Facendo un parallelo tra tutte le problematiche che hai elencato (petrolio, gas, grano) e il modo in cui le persone in tutto il mondo le affrontano (perlopiù subendole) mi sono ricordato della canzone di Claudio Lolli “Aspettando Godot”. Il cantautore, ispirandosi all’opera teatrale di Samuel Beckett (di cui ha mantenuto il titolo per la canzone) tratteggia in poche strofe il carattere di una persona che vive una vita intera senza mai prendere una decisione o compiere un’azione che fosse frutto di un suo atto volitivo. A me sembra che persone con una simile indole ce ne siano al mondo tante, troppe, forse la quasi totalità dell’umanità. Se penso all’inquinamento, alla siccità, ai depositi di scorie nucleari edificati in aree alluvionali, ai ghiaccai che si sgretolano e precipitano addosso a ignari alpinisti, se la nostra abitudine è sempre quella di correre ai ripari solo quando la grave emergenza è già in atto, non posso fare a meno di ricordare l’ultimo verso della canzone, laddove Lolli cantava: “Ho cominciato a vivere forte proprio andando incontro alla morte”.
    Probabilmente ciascuno di noi non si riconoscerà nemmeno lontanamente nel personaggio che si descrive in prima persona nella canzone di Lolli e avete ragione ma solo fino a un certo punto. Sappiamo che le proprietà dei singoli atomi sono ben diverse da quelle delle molecole che si producono dalla loro composizione: idrogeno e ossigeno sono aeriformi ma l’acqua è ben altra cosa (e il blocco di acqua congelata che si è staccato dalla Marmolada sappiamo quale tragedia abbia prodotto). Ognuno di noi ha ragione a sentirsi diverso dal personaggio della canzone, ma ogni singolo individuo può essere visto come l’atomo costituente della società umana. La singola persona è sempre innocente e innocua, ma nel momento in cui si collega ad altre simili tramite le relazioni sociali, genera quelle che potremmo chiamare le molecole della società umana; e stiamo vedendo che sono molecole dalle proprietà tossiche, sia per la Terra che per la stessa collettività che ne sta sfruttando le risorse.
    Vi saluto con l’ultimo verso de la “Canzone del maggio” di De Andrè: per quanto voi vi sentiate assolti, siete per sempre coinvolti…
    Buone e spensierate vacanze a tutti!

  2. Gian Reply

    Cari amici, per chiudere la stagione, vi lascio il mio ultimo commento a quanto avete/ho scritto.
    La canzone scelta questa volta per il titolo è stata la spinta per l’articolo stesso: confesso che per l’argomento trattato ci avevo pensato già dopo che avevo inviato l’articolo del mese scorso.
    La siccità che continuava, la speculazione sul prezzo dell’energia, la guerra del grano li avrei ritrovati un mese dopo e sarebbero stati comunque sempre attuali.
    Infatti…
    Permettetemi allora solo una precisazione.
    Quando ho scritto a proposito delle nostre tante mancanze sul tema idrico non ho voluto ulteriormente mettere il dito nella piaga e lo faccio ora.
    Siamo consapevoli delle tante falle che i nostri acquedotti hanno, siamo consapevoli che sprechiamo troppo un bene così prezioso, consumiamo una quantità spropositata di acqua minerale invece di usufruire della cosiddetta “acqua del sindaco”, l’acqua cioè che esce dai nostri rubinetti, ma poca attenzione mettiamo in quanto facciamo.
    Le nostre industrie consumano una quantità di acqua incredibile se la rapportiamo al prodotto che poi viene restituito.
    Ad esempio non pensiamo a quanta acqua si consuma per produrre ciò che mangiamo, dall’irrigazione delle campagne, all’acqua per gli animali da macello, all’acqua per la pulizia dei locali e delle attrezzature e via discorrendo.
    Ecco perché scrivo che non abbiamo una cultura dell’acqua.
    Se solo riuscissimo ad immagazzinare un po’ di quella piovana da utilizzare almeno a livello industriale.
    Invece preferiamo sprecarla, continuiamo a cementificare e così facendo le falde sotterranee hanno meno contributo dal cielo.
    E se non nevica, o nevica poco, utilizziamo l’acqua per spararla con i cannoni che la trasformano in una neve effimera destinata a durare lo spazio di una sciata.
    E l’agricoltura non è esente da colpe.
    Abbiamo scelto di seminare i nostri campi a mais e a trasformare i nostri frutteti indigeni in piantagioni di Kiwi e mirtilli.
    Mais, kiwi e mirtilli tanto per dire, sono coltivazioni che hanno bisogno di continua irrigazione: tutta l’acqua che ricevono l’assorbono completamente rendendo la terra secca.
    Prima avevamo tante risaie e il riso si ha bisogno dell’acqua per svilupparsi, ma l’acqua che viene impiegata è tutta restituita alla terra, così come le piante da frutto con tronco e lunghe radici si adattano meglio anche a periodi più o meno lunghi di scarsità piovana.
    Ora assistiamo alla “guerra” delle risaie fra i coltivatori del novarese e quelli del varesotto/milanese perché i primi trattengono tutta l’acqua di cui hanno bisogno chiudendo le cataratte che facevano defluire questo bene prezioso più a valle, poiché anche a loro l’acqua di cui necessitano è scarsa grazie ai loro colleghi che più a monte l’hanno usata per il mais.
    Il cane che si morde la coda.
    E intanto continua a non piovere e, dove lo fa, spesso combina disastri.
    Un genio come Trump, notizia di oggi, ci regala una delle sue perle di saggezza: se per il riscaldamento globale l’acqua degli oceani si solleverà vorrà dire che avremo più case vista mare.
    E ricordo una certa stampa nostrana, coadiuvata da forze politiche di dubbia intelligenza morale, che aveva definito i nostri ragazzi, molto più sensibili di noi, che dimostravano contro i potenti e chiedevano fatti e non solo parole (bla, bla, bla), una generazione di “gretini”, adesso mi chiedo, dopo il disastro della Marmolada a chi si rivolgono per dare la colpa.
    E con questo chiudo veramente dandovi l’appuntamento, se avrete ancora voglia di leggermi, alla prossima stagione.

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