La Guerra Degli Ottoni

Torneranno a squillare le trombe, quelle gioiose delle bande di paese? Oppure dovremo attendere quelle severe del giudizio?

di Umberto Scopa Piccolo Inventario Sentimentale Degli Oggetti

Un giorno squilleranno le trombe. Saranno quelle gioiose delle bande di paese? Torneranno a convocare in piazza allegre adunanze che non si chiameranno più assembramenti? Caso mai ce ne fossimo dimenticati. Oppure dovremo attendere quelle severe del giudizio? Non ci saranno flauti dolci ad accompagnare il giudizio finale che ci aspetta, non dubitate. Insomma, parliamo di trombe, se vi va.

Nella foto vedete appunto una tromba che ben conosco, ma forse si tratta per essere precisi di un filicorno, e comunque sempre appartenente alla chiassosa e nutrita famiglia degli ottoni. In ogni modo si rassegnino i tecnici se userò d’ora in avanti la parola tromba senza sottilizzare troppo.

Questo tromba in particolare manifesta evidenti segni di anzianità e ammaccature: dalle notizie che ho raccolto pare esistesse già durante quella guerra che taluni, stanchi di contare, chiamano “l’ultima”.

La tromba, ma non necessariamente quella della foto, la tromba in genere intendo, è uno strumento che nei campi di battagli era fondamentale, ma questo più in tempi lontani a dire il vero, quando le guerre erano anche più romantiche (si fa per dire) e la tromba trasmetteva gli ordini ai soldati. Le guerre recenti invece si svolgono sempre più nei cieli con aerei, missili terrificanti di alta precisione, e le sole trombe annunciate potrebbero essere quelle del giudizio universale. Quando si combatteva sul campo la tromba comunicava ai soldati cosa fare, se attaccare, se ritirarsi. Senza tromba sarebbe stato impossibile impartire comandi a vasti schieramenti tra schioppi di fucili e cannonate. Chi suonava la tromba era il primo riferimento per tutti, ma il poveretto anche il bersaglio perfetto per il nemico, infatti era facilmente individuabile proprio per essere la fonte del suono e indifeso, potendo sparare solo note musicali. Sembrerebbe la perfetta vittima sacrificale, il trombettiere, eppure a me viene in mente un caso famoso nel quale il destino, che si diverte a scombinare le carte, decise proprio il contrario. Tutti conoscono “Little Bighorne”, o se questo nome non basta aggiungo anche i nomi di Custer e Toro seduto, protagonisti della nota battaglia passata alla storia. Tutti ricordano che il battaglione di Custer fu sterminato, ma non è molto noto il fatto che uno si salvò, uno solo, e fu il trombettiere di Custer. Si chiamava Giovanni Martini, era italiano, nativo di Salerno. Deve aver suonato la carica ai soldati di Custer, ma poi non è poi rimasto fino alla fine perché non c’era nessuna ritirata da suonare, se è vero che i morti non si ritirano. Aveva fatto “dietro front”, pare per chiamare rinforzi, ma per me non si deve giustificare, non avevamo bisogno di un morto in più per scrivere quella pagina di storia già assurda e triste così com’è.

Era emigrato dall’Italia negli Stati Uniti e qui ebbe l’idea infelice di arruolarsi, ma quella felice di scegliere come “arma” la tromba. Il destino lo portò in quell’inferno di Little Bighorn, ma sempre il destino si sdebitò generosamente tirandolo fuori come unico sopravvissuto. Riguardo quell’infausto giorno si attribuisce a Toro seduto la nota frase “oggi è una giornata meravigliosa per morire”, ma il nostro trombettiere, meno sensibile a tanta meraviglia, preferì attendere molti altri giorni a venire per il trapasso. Poi venne il suo giorno, come per tutti, quando gli toccò in malasorte di essere investito da un camion a Brooklyn e finì i suoi giorni.

Certo che il destino …

Torno alla mia tromba uscita in qualche modo solo un po’ acciaccata dal periodo bellico, non so se da imboscata, da arruolata, partigiana o cosa, ma sopravvissuta. Tornata la pace fu impiegata nella banda municipale di Portomaggiore, dedicandosi a portare allegria nella vita delle persone, come solo le bande di paese sanno fare. La municipalità nel dopoguerra aveva cura di dotare a sue spese i componenti della banda e gli studenti della sua scuola di musica degli strumenti che non tutti potevano permettersi. E così fu di questa, pagata dalla comunità con i soldi di tutti. Soldi a quel tempo ce ne erano meno che oggi in giro, molti meno, ma rallegrare e addolcire la vita dopo tanta sofferenza con la musica aveva forse un valore più prezioso di quello che oggi siamo in grado di cogliere.      

Dopo la morte del proprietario questa tromba è rimasta in una cantina per decenni. In questo tempo alcune api, che di architettura ne sanno parecchio, l’hanno ritenuta sede perfetta per insediarvi nella campana ….il proprio alveare. Quale stupefacente e imprevedibile abbraccio tra la forma che genera musica e la natura ci sia in questa storia lascio a voi giudicare!

Poi mio suocero entrò in possesso del filicorno che aveva ancora nella campana della tromba l’alveare senza più le api. Solo utilizzando un compressore riuscì a rimuovere l’alveare abusivo che non voleva saperne di essere demolito. Poi la tromba è pervenuta nelle mie mani e io l’ho fatta rimettere in sesto. I pistoni sono laterali e mostrano meccanismi non più adottati da tempo nelle moderne trombe, ma pur sempre di meravigliosa fattura e ingegneria, anche scattanti più di quelli moderni. Quindi con una certa emozione ho rimesso in circolazione nelle sue vene arrugginite le note musicali che la mia modesta attitudine può permettersi di offrire. Non immaginate quanto le voglio bene.

⇒ Foto: Umberto Scopa ≈ Prossimo Appuntamento: venerdì 4 giugno

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