La Giusta Guida

 Giuseppe Rissone pixaby.com


Alle volte ci dimentichiamo i protagonisti delle nostre giornate, solo i bambini sanno accorgersene…

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Dalla piccola apertura nel muro della mia stanza un fascio di luce mi rassicura, il sole splende, nessuna nuvola, lavorare con la pioggia mi rende nervoso.

Tutte le mattine percorro la solita strada dalle mille curve, svolto a destra nell’ampio corso cittadino, supero la piazza dai grandi palazzi in stile liberty ed infine il carruggio, che mi conduce nel luogo denominato piazza delle Carrozze, dove svolgo il mio lavoro.

Oggi non è un giorno come gli altri; infatti, è l’ultimo, da domani terminerò il mio onorato servizio e sarò messo a riposo, lavoro addio! Già, il mio lavoro… avrei potuto svolgere mille mestieri nella mia vita, tutti sicuramente più faticosi e più rischiosi, forse anche più gratificanti, il mio lo giudicherei ripetitivo, i rischi e le fatiche non sono state la colonna sonora principale dei miei giorni. 

Quale lavoro svolgo?

Accompagno persone sulle quattro ruote di una carrozza, sette giorni su sette, tutto l’anno, tutte le mattine, nella bella stagione anche il pomeriggio. Sono sempre stato puntuale sul luogo di lavoro, non potrebbe essere diversamente; io offro un servizio ai turisti, in passato, i miei antenati svolgevano un servizio pubblico. E’ passato talmente tanto tempo da quando tutto questo è cominciato che non saprei dire esattamente quando…

Soddisfatto del mio lavoro?

Direi di sì, sono sicuro d’aver donato, anche se per pochi minuti, un momento se non di felicità, sicuramente d’evasione, permettendo ai miei ospiti di vivere lo scorrere dei pochi chilometri del percorso, senza scossoni, sognando senza limiti. Sulle panche di legno della mia carrozza saranno certamente nati e finiti amori, cresciute e terminate amicizie…

La mia carrozza trasporta sino a dodici persone, tendine dal blu intenso permettono di ripararsi dal sole, nelle brutte giornate ed in inverno cambia la carrozza, coperta, al posto delle tendine finestrini di vetro, dove i bambini incollano il loro naso, sognando mondi fantastici e irreali.

Tutti i giorni stesso percorso, dalla piazza di una città ad un’altra piazza di un’altra città, divise da un fiume, passando per un carruggio, un corso, un ponte, un viale e ritorno.

I nomi dei vicoli, l’insegna della trattoria, le targhe e i cartelli sono stampati nei miei occhi ed ogni piccolo cambiamento arriva al mio cervello come una stonatura, che sparisce solo con il trascorrere dei giorni. Basterebbe una strada, il carruggio, stretto, ambizioso, di un antichità ben custodita, a farmi tenere tutta la città tra le mani, il passare della mia carrozza vi risuona facendo cantare il lastricato.

Le case non molto alte sembrano quasi toccarsi e baciarsi, lenzuola ammiccanti si asciugano al sole, i portici si susseguono insoliti, con portoni e scale che richiamano in un labirinto in cui ci si perde volentieri.

Il ponte è pressoché deserto il pomeriggio, rari passanti vicino alle spallette; le cose cambiano di mattina, devo destreggiarmi tra motorini, automobili e la concorrenza, sì avete letto bene, mi riferisco agli innumerevoli autobus in servizio.

Prima d’incominciare la giornata, il nervosismo impera, poi d’acchito divento calmo, quasi rassegnato, la colonna sonora delle campane, le grida dei venditori ambulanti nei giorni di mercato, il vocio dei turisti dagli innumerevoli dialetti in procinto di recarsi in spiaggia, anziché innervosirmi, hanno su di me un effetto piacevole.

Lo scricchiolio della carrozza sulla quale la gente sale mi sorprende sempre, mi conferma che l’attesa è finita, si può partire, un altro giro, come una giostra che lentamente prende il via. I passeggeri danno poca importanza alla mia presenza, solo i bambini si avvicinano in modo affettuoso, qualche turista, in particolare straniero, chiede di scattare una fotografia, usandomi come sfondo, finirò nella migliore delle ipotesi in un album da far ammirare ai parenti e amici che vengono da lontano.

Vi ho intrattenuto con tanti discorsi sul mio lavoro, che sbadato che sono, non mi sono presentato…

Chi pensate che io sia?

Il cocchiere?

No, siete proprio fuori strada: io sono il cavallo, che fa credere al cocchiere di guidare la carrozza, in realtà è solo un’illusione: chi percorre la giusta strada, chi permette la giusta guida, sono io, sì, io, un cavallo, che vi ha lentamente accompagnato per le strade della mia città.

Non mi avete mai degnato di uno sguardo, di una carezza, come se fossi un oggetto di cui poter fare meno, già le carrozze si muovono da sole… adesso che sono stato estromesso, per l’esattezza sono stato messo in pensione, vi saluto, prima, però, v’informo che vi ricordo uno ad uno.

Com’è possibile, direte voi, ci davi le spalle, anzi sarebbe meglio dire… beh lasciamo perdere, come potevi quindi vedere i nostri volti?

Dimenticate un particolare, noi cavalli “guardiamo” con le orecchie, tutte le vostre anime sono entrate nella mia testa e questa sera, chiuso nella mia stalla, vi saluterò e vi ricorderò tutti quanti.


 Le Microstorie ritorna mercoledì 23 marzo


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