Il Professionismo Dei Giusti

Il difficile esercizio della democrazia. Una lezione di Sciascia per il nostro tempo.

⇒ di Gian Michele SpartanoTempio Aperto

Leonardo Sciascia fece scandalo con quell’articolo pubblicato giusti 34 anni fa sul Corsera dal titolo I professionisti dell’antimafia. Qualche testa incanutita ricorderà quale bufera di critiche si scatenò sullo scrittore, nel bel mezzo della guerra Stato/mafia, per aver puntato l’indice sul cursus honorum di due “icone” della lotta alla criminalità organizzata, il politico Leoluca Orlando (non nominato) ora come allora sindaco di Palermo ed il giudice Paolo Borsellino, trucidato con la sua scorta 5 anni e mezzo dopo. Nessuno, nell’immancabile commemorazione del centesimo dalla nascita, ha corso il rischio di rivangare quell’episodio, per il comprensibile (ma non giustificato) rischio di provocare una stonatura al coro inneggiante ad uno dei  grandi intellettuali del secolo scorso, che rese la sua letteratura veicolo di un’autentica passione civile.

Sarebbe invece quanto mai salutare il ritorno al senso profondo di quei pensieri. Il bisogno di salubrità la provano coloro che sentono oggi un senso di soffocamento fra gli arcinoti avvoltoi roteanti su palazzo Chigi e chi si tuffa a bomba nel gorgo melenso del democraticamente corretto. Si incunea lì il messaggio ancora attuale del sottile pensatore di Racalmuto: fra il comune nemico da combattere e chi della lotta al “male” ne fa mestiere, strumento di carriera; ma anche attesa di potere, merce di scambio e non interesse collettivo; o semplice motivo di plauso da appuntarsi al personale medagliere. E quel “chi”, nel nostro esempio storico, non era ovviamente l’uomo Borsellino, ma il suo backstage, fra cui il famigerato Consiglio Superiore della Magistratura che a seconda del “vento politico” che tira, segna in ogni tempo le sorti più o meno infauste all’autonomia ed indipendenza del potere giudiziario. Quel “chi” sfiora con una pericolosa facilità tutti noi, ogniqualvolta ci uniamo ai cori che quel genio e sregolatezza dell’ultimo Gaber declamava tipici del conformista: bradipodiario non disdegna i riferimenti musicali, il brano è contenuto nell’album La mia generazione ha perso.

I contenuti dell’articolo di Sciascia ci invitano quindi a mantenere, meglio dire a “ricostruire” una visione rigorosamente “laica” degli eventi che ci scorrono davanti; esercizio complicatissimo per chi detiene un DNA italico, vieppiù se intriso di acido cattolico e/o neopopulistico. Non ci riferiamo ad un pensiero alternativo al religioso; ma ad un approccio ai fatti che abbia in sé la “sacralità” della  coerenza, che altro non è che quella che indichiamo “onestà intellettuale” e che deve accompagnare anche il credente. Facciamo degli esempi di recentissima cronaca.

L’episodio del 6 gennaio a Washington è stato dai più commentato come un atto criminale di una marmaglia di esaltati. Un semplice fatto delinquenziale consumatosi in 5 ore di pomeridiana follia. Ma dovremmo capire che in quelle migliaia di fanatici, si è celebrata l’epifania di un iceberg di America pulsante alla deriva delle crisi di questo inizio secolo; perso quel mito delle mille opportunità che qualificava l’identità e l’unità democratica di tutta la federazione. Il ceto medio, ventre molle USA non più geografico ma umano, si sente del tutto “sorvolato” non solo dai jet coast to coast degli uomini d’affari, ma dal’intero establishment  finanziario e politico. Vedremo se l’Amministrazione Biden troverà un percorso per ricucire questo strappo sociale, che non si traduca in atti di corto respiro (primo step le elezioni di medio termine), puntando sul recupero di un reale gap democratico e non sulle fascinazioni di gruppi elettorali qua e là perduti per strada, in primo luogo quello delle minoranze etniche. In mancanza, non ci si stupisca se i sorvolati del futuro prossimo, in condizioni di povertà culturale ed economica, ricercheranno un disperato appiglio nel prossimo (forse sempre nello stesso) demagogo, che saprà nuovamente parlare al loro stomaco.

Tornando ai nostri destini politici, la premiata schiera dei benpensanti ha puntato l’indice accusatorio di tentato golpe contro il Baden Powell di Rignano sull’Arno in servizio permanente effettivo. Ma se si osserva la sfilata dei protagonisti e l’oscuro stuolo dei retroscena della crisi, si assiste al medesimo show da prima repubblica e tutti tutti i personaggi a vestire lo stesso colore gattopardesco, responsabili, costruttori, trasformisti, starlet e stellati. Ognuno a ricoprire il proprio ruolo, in soccorso di questo o di quel potere, anche eversivo, garanti della pax mafiosa compresi. Al centro le figure dei principali attori, il nostro disinvolto maniaco-caposcout della Leopolda e l’abile professor Giuseppo Aiutateci, non sono altro che le intercambiabili pedine di una commedia ove tutto cambia perché nulla muti. Con l’aggravante dell’autentica posta in palio perfettamente sottaciuta: chi e quanto si potrà strappare dall’albero della cuccagna targato Recovery Fund? Infine il protagonista del Quirinale, cui toccherà la missione impossibile di condurre il Paese all’appuntamento elettorale quantomeno in condizioni di normalità sanitaria e con una legge in materia non slabbrata da interessi di bottega.

Cosa ci insegna in sostanza con la sua provocazione Leonardo Sciascia? A smetterla col vezzo tipicamente nostrano di saltare ciechi a pié pari sul carro dei “giusti” del momento; a riflettere prima di buttare la croce mediatica sopra questo o quel colpevole di crimini in realtà collettivi; ad esercitare la democrazia senza sgomitarci dentro con retorica e dogmatismo, ma come se ci si trovasse dentro una mostra di cristalli swarovski, poiché ogni cittadino è l’opera della più fragile e preziosa raccolta che ci è offerta per la gestione della cosa pubblica.

⇒ Foto: comunicacity.net ≈ Prossimo Appuntamento: Mercoledì 3 Marzo

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