Il Pranzo di Famiglia

di Giuseppe Rissone pixabay.com

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Intorno ad un tavolo, dove il cibo poco conta, contano gli sguardi, i ricordi che riaffiorano

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Agosto 1977, la famiglia Notarnicola al completo, un’occasione quasi unica, tutti riuniti intorno allo stesso tavolo, smisurato, ovale: figli, nuore, genero, nipoti e naturalmente loro, Nora e Pietro. Quindici teste, quindici schiene e altrettante paia di braccia e di mani, di gambe e d’occhi.

Al centro della gran tavola, incombeva uno scintillante lampadario, le sue gocce di vetro oscillavano, le parole emesse dalle bocche dei commensali, si scontravano nell’aria, colpendone i cristalli.

Pietro, era seduto a capotavola, la sua schiena era illuminata dai raggi del sole, la sua autorità era immensa, traspariva perfino dalla pesantezza del naso che, coprendo parte dei suoi tratti, condannava quietamente l’errore altrui, però perdonandolo.

Teneva tutti in pugno, prestando attenzione a non schiacciare nessuno. In questo, bisognava riconoscere un suo gran merito. Perciò tanta autorità era ben accetta, sia come conquista sia come dono naturale. Intorno a lui, non alitava che approvazione e sollecitudine, con gli occhi ammirati, i convenuti sentivano, tastavano.

Nora, ripeteva con convinzione ciò che diceva il marito. Spesso arrivava a prevenirlo, allora diventava un trionfo.

Nora, sedeva, a schiena rigida. La sua pettinatura non era mai stata tanto liscia, come in quel speciale giorno. Lo sguardo sgombro da qualsiasi perplessità, perfette le scannellature del merletto bianco, rinsaldato sul vestito blu, con la spilla d’oro in mezzo. Sfoderava il più smagliante dei sorrisi, e con un suono che era un sussurro, rallegrato da un filo di voce, declamava un teatrale Buon appetito.

Con un leggero ritardo, uno dall’altro, tutti risposero, pronti ad assaporare il cibo servito.

Andrea, uno dei nipoti, mentre si lavava le mani nella stanza da bagno, perfettamente quadrata, si era messo a far boccacce allo specchio, continuando con le stesse smorfie nella specchiera della credenza del soggiorno. Pietro, riuscì a comunicare con il piccolo nipote, soltanto con lo sguardo, ma il significato era chiarissimo: Stai quieto, per favore. Ad Andrea, gli sembrava di aver rubato il posto a tavola, si sentiva come risucchiato dallo sguardo del nonno, cercava appigli negli altri occhi, ma vedeva solo che teste chine sui piatti.

Pietro, riguardò Andrea e, anche questa volta senza emettere parola, con una strizzata dell’occhio, fece capire che non era successo niente, Andrea colse al volo il messaggio, il sorriso tornò sul suo volto.

Con piccole mosse, perfette, Nora riempiva i piatti, tirando su, da un grilletto bianco, traboccanti dosi di pasta. L’alternato suono del masticamento, risuonava nella testa di Pietro, come una sorta di ninna nanna, riportandolo indietro nel tempo.

Si rivedeva col cappello di carta, sulla scala, intento ad intonacare le pareti della casa. Era bello e allegro, Nora giovane e graziosa. Aveva dovuto spruzzare quel bianco gessoso da lontano, per ottenere un risultato imprevedibile.

Ritrovava con la mente, altri spezzoni della sua vita, quando ancora scapolo, si concedeva qualche cena, in una piccola trattoria, in vicolo delle Saline, vicino a corso Buenos Aires; gestione familiare, piatti semplici, ma porzioni abbondanti. Il cibo, non era l’unico motivo delle sue uscite in trattoria, l’ambiente raccolto e semplice, permetteva di fare quattro chiacchiere con gli avventori, e perché no, anche qualche amicizia. I frequentatori, componevano un gruppo eterogeneo, operai, militari della vicina caserma della Guardia di Finanza, pensionati, qualche villeggiante di passaggio.

Piccoli tavoli, tovaglie a quadretti, gialle e bianche, alternate da  quelle rosse e bianche; la cucina era separata dalla sala da pranzo, da una grossa vetrata smerigliata, che non impediva il passaggio di odori e profumi; le sagome degli addetti, si scomponevano, s’ingrossavano, con movimenti morbidi e precisi. Si ricordò, anche del suo viaggio di nozze, a Torino, e una breve visita ad Aosta.

Un viaggio di nozze fatto in treno; appena il diretto si fu fermato sul secondo binario della stazione rivierasca, ad una ad una le porte si aprirono e incominciarono a scendere e a salire i viaggiatori con i loro bagagli. Pietro e Nora si erano seduti frontalmente, vicino al finestrino, per godersi tra il susseguirsi di gallerie, ampie viste sull’enorme distesa del mare.

Pietr ricordava perfettamente tutte le località, dove il treno sostò: Rapallo, Santa Margherita Ligure, Camogli, Bogliasco, Recco, Nervi, sino a Genova Brignole e Porta Principe, dove la vista del mare rimaneva solo un miraggio nelle menti dei giovani sposi, poi Novi Ligure, Alessandria, Asti. Per Nora, era la prima visita in una grande città; fuori dalla stazione di Porta Nuova, ebbero un attimo di smarrimento, poi fermarono un taxi, dall’improbabile colore verde nero. Lunghe passeggiate mano nella mano nella città Sabauda, una visita al Museo Egizio, alla Mole Antonelliana e al Parco del Valentino. Affacciati sulle sponde del Po, sognavano e progettavano la loro vita, lenta e intensa come le acque del fiume. Soggiornarono a Torino, tre giorni, da una vecchia zia di Pietro, poi il viaggio proseguì per la Valle d’Aosta.

Nora, silenziosissima, in punta di piedi, serviva un enorme arrosto, adagiato al centro di un gigantesco vassoio, la portata ricordava un tronco d’albero, le foglie bianche, arancioni e verdi, erano composte dalla varietà delle verdure.

La voce di Franco, il primogenito, si alzava sopra di tutte, scostò il piatto, per meglio chiarire il suo pensiero, si raschiò la gola: Da ragazzo? Scuola. Poi ad aiutare un elettricista, poi ancora, scuola serale. E da tredici anni in su lavoro e sempre lavoro, senza orari, senza soste, senza differenza tra giorni feriali o festivi. Finché adesso, agiato, sissignori, non mi sogno di negarlo, agiato lassù in Germania…

Parole, risate, rumore di bicchieri, posate che cadevano, poi un frammento di quiete, come un coro zittito all’improvviso dal suo direttore. La tregua di parole, fra l’arrosto e l’insalata, durò poco.

Simone, il nipote tedesco, faticava come un ciclista in salita, rifuggiva e giocava con le dita con i suoi lunghi e lisci capelli. Naso all’insù e denti smaglianti, con una finestrella nella parte superiore della dentatura. Quella “finestra” lo imbruttiva, cacciava spesso la punta della lingua, compiaciuto e vergognoso.

Livia, la sorella minore, era di una bellezza non comune, capelli biondo scuri, liscissimi, occhi verdi smeraldo, cortese, lottava con le poche parole di italiano che conosceva, sorridendo.

Sempre, lo sguardo di Pietro, creava o ricreava le cose. Le cose e il mondo. Perché il suo viso, quella freccia di luce, ingaggiava un’avventura, diventando richiamo o invito. Senza dubbio, ciò che lui vedeva lontano stava sul punto di accadere, o accadrà un giorno. Scrutava la piccola Lisa, che si soffiava il naso; colta dallo sguardo del nonno, appariva serena; ma con un cenno di sfida.

Lisa scostava di botto il piatto e teneva tutte e due le mani sulla tovaglia. Non osava più toccare il cibo, essere stata colta dal nonno, la imbarazzava.

La mamma la guardava e la appoggiava. Lisa, seppur piccola, aveva un che di maturo, già traspariva in lei la donna quasi incorruttibile che sarà col passare del tempo. Parlava poco; ma era sempre ascoltata. Anche adesso che esortava, con lo sguardo, il nonno: Sarebbe ora che smettessi di guardarmi così.

Pietro, riprendendosi, tirò fuori dalla tasca una caramella, la piccina, nel seguire il luccichio della stagnola spiegazzata mentre cadeva sulla tovaglia, ritrovava la propria età.

Ti sei sporcata di sugo il vestitino. sussurrò Nora, alzandosi.

Marco, l’unico chiavarese dei figli: Brava mamma, anche in cucina. Proprio brava.

Nora, si sentiva lusingata, stava fermissima. Alzava l’alluce del piede sinistro, lo rialzava, se non proprio la scarpa, la calza si rompeva. 

Potresti anche insegnare ai bambini, oppure fare la sarta a giornata. Cucire ti piace; i ricami ti vengono bene. Alla peggio, perché non fare la donna di servizio? Il lavoro fa sempre onore, anche papà lo dice sempre. Nora, si rivolse con durezza e sincerità alla nuora Carla, moglie di Marco.

A Chiavari, ci sono molte donne che si rovinano gli occhi a cacciare punti, uno dopo l’altro, e si fiaccano la schiena, non vorrei aggiungermi alla lista. rispose, con venatura polemica la nuora.

Il discorso precipitò di colpo; Nora, si sentì sbattuta e poi avvinghiata da qualcosa che veniva da lontano: una benda, una fascia umida di malessere. Non la riguardava; forse apparteneva alla sua vita precedente. Infine si scioglieva, si raccapezzava, e, riemergendo, disse: Oh, capisco non puoi darmi ragione per via di quel pasticcio del corredo, come dicono? Vincolato? E tu lascialo a loro. Lascia tutto.

Seduta ferma al suo posto, Nora si premeva di tanto in tanto il fazzoletto fra il naso e gli occhi. Dovette alzarsi, si sentiva trasformata in una piccola statua d’acqua e sale. Uscì dalla porta del soggiorno. Nell’attesa di vederla riapparire, i commensali, erano convinti di sentirla correre, o sbattere un uscio, o aprire una finestra. Nulla.

Fu la possente voce della loro unica figlia, Caterina, a rompere il silenzio: Tornerai in Italia, o no? rivolgendosi al fratello Franco.

Non ci penso nemmeno. rispose convinto e sereno Franco.

Nora rientrò dicendo: Scusate ho un leggero mal di testa.

Prese la mano di Pietro. Teneva gli occhi bassi, turbata, perché in modo oscuro, quel discorso era come una piccola minaccia. Pietro, la tranquillizzò, lei lo ascoltava; e vedeva diventare più spoglio che mai il loro soggiorno, la loro casa intera. Nora, incrociò le gambe, quel po’ di seta che foderava la gonna, farfugliava.

Pietro, batté le dita sul tavolo; si sollevava sulla vita, come accusandosi d’essere stato troppo a lungo in silenzio. Si passò l’indice sul sopracciglio. Di nuovo i suoi occhi, luccicarono. Nora tremava, la punta del ginocchio faceva stridere l’orlo della gonna. Le pupille, di Pietro e Nora, fissavano il piatto, fecero scintille nel medesimo istante.

I capelli della donna, scuri, lisci, erano rialzati dietro e appuntati sopra il capo con un bell’intreccio che fermava le bande laterali, appena rigonfie. Al disopra della vita, prima dell’attaccatura dei fianchi, la cintura stretta raccoglieva, un poco ammucchiandole, le pieghe della gonna.

Pietro, si appoggiava sulla gamba destra, mezzo passo avanti il piede sinistro, inclinandosi con elegante naturalezza dalla parte di Nora. Camicia azzurra, dai risvolti larghi e niente cravatta. Per una volta tanto, aveva lo sguardo vagabondo, e, nel sorriso, pacato, abituale cortesia. Pietro, se la avvicinava senz’ombra d’ostentazione: oh, non con l’aria di difendere, bensì con quel tanto d’affettuosità ammissibile anche di fronte a tanta gente. Eppure, appena sfiorandola, quanta forza le comunicava, amore.

Balzarono all’unisono in piedi. Pietro era quasi astemio; per un brindisi, un goccio non poteva rifiutarlo. Vino bianco, brillante, i bicchieri tintinnarono. Tutti quanti erano rimasti in piedi. Alcuni continuarono a reggere il bicchiere nella destra, altri avevano le braccia lungo la persona vicina. Così seri, e al tempo stesso felici; come se fossero sicuri, oltre che delle proprie ragioni, di una personale leggenda che li sorpassava, che li rendeva uguali a se stessi per sempre.

I bicchieri posati sul tavolo, erano vuoti, ma nessuno se n’avvedeva, Pietro le rese nuovamente pieni, ma solamente poche mani si stesero per riavvicinare alla bocca i calici di nettare bianco.

Pietro, aveva una veduta aerea, come seduto sulla punta di un campanile, planando e riplanando non incontrava che i suoi capelli di paglia consumata.

Un pericolo stava acquattato alle loro spalle.

Un pericolo che tuttavia le animava, che li rendeva più giovani di quello che realmente erano; nonostante le camicie di tinte differenti, insieme facevano un gruppo bene accordato nel colore, accordato anche con gli alberi e con le zolle rimosse dei vicini orti, con le abbronzature delle mani spiccanti sul bianco della tovaglia di lino, raggiunta volubilmente da raggi di sole che fra i varchi delle case trovavano la strada.

E brillavano gli occhi di tutti loro, ardenti nella stessa maniera.


  Le Microstorie ritorna mercoledì 4 maggio


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