Il Forno Del Pane

di Giuseppe Rissone pixabay.com

Una storia dalla seconda guerra mondiale, frutto della fantasia ma non troppo…

Durante la seconda guerra mondiale, Sergio Notarnicola, si era trasferito con la sua famiglia nella frazione Paggi del comune di Carasco, popoloso paese a pochi chilometri da Chiavari.

Paggi, una terrazza a mezza costa tra gli ulivi, dove le acque del torrente Entella, la valle popolata ed in movimento e le prime linee della Val Fontanabuona, appaiono nitide sullo sfondo, in una sola immagine, come una sintesi, dolce e suggestiva.

Un giorno mentre era ancora nella casa di Chiavari, la sirena lanciò il suo lacerante avvertimento. Non perse tempo, si precipitò giù per le scale, con i due figli più piccoli in braccio, seguito dai tre più grandi e da Nora, per raggiungere un rifugio ricavato sotto la chiesa di Rì. Il continuo pericolo fece prendere la decisione di sfollare a Paggi, un collega aveva più volte offerto ospitalità nella sua grande casa.

Nel paese, le informazioni sull’andamento della guerra, arrivavano dai contadini, si sapeva che i partigiani, erano appostati, leggermente più a monte, nel Comune di Cichero, nascosti in un casone, dove d’estate dormivano le mucche, in pascolo sul monte Ramaceto.

Facevano la guardia, sdraiati sull’erba, fidandosi che in caso di pericolo un buon contadino, chiamato “Scheggia”, venisse ad avvertirli. Si nutrivano di castagne secche oppure con la variante del castagnaccio; poche coperte inviate dal Comitato Liberazione Nazionale di Chiavari permisero di non farli morire di freddo.

Verso la fine dell’inverno del 1944, i partigiani vennero informati, che c’erano una cinquantina di fucili, abbandonati in una caserma di Chiavari. Scesero di notte in assoluto silenzio, in una lunga fila, evitando tutte le strade frequentate da possibili pattuglie di tedeschi o fascisti. Camminavano in mezzo agli uliveti, udivano i rombi degli apparecchi da ricognizione.

Arrivarono nella città ancora addormentata, la caserma si trovava nei pressi di via Trento, non molto lontana dalla Cattedrale. Entrarono, si caricarono due o tre fucili a testa e ripartirono…

Sergio, pochi giorni prima della Liberazione fu coinvolto in un curioso episodio… Mentre attraversava la strada principale di Carasco, per ritornare nella casa del collega, fu fermato da una donna che proveniva dalla direzione opposta.

“Presto! Ho un tedesco nel forno.”

“Come? Non capisco! Intendete dire un soldato tedesco?” rispose stupito Sergio.

“Non so se sia un soldato. Si è nascosto nel forno del pane e non vuole uscire” rispose sempre più agitata la donna.

Sergio, si fece condurre sul posto. Entrò nella casa, la donna gli indicò il forno.

“È lì dentro!”

Sergio, guardò nel forno, non senza timore; una voce lamentosa e in uno stentato italiano parlò.

“Io disarmato, io civile, io tedesco ma ebreo…”

“Esci di lì” gridò Sergio.

Uscì un ragazzo, poco più che ventenne, alto, vestito di una camicia azzurra e di un paio di pantaloni verdi strappati, coi piedi nudi e i capelli lunghi, color castani.

Tremava violentemente.

“Io sono amico, scappato da soldati, perché volevano fucilarmi, hanno scoperto che sono ebreo… Portami con te” aggiunse il ragazzo, che aveva leggermente smesso di tremare.

“Come ti chiami?” chiese Sergio.

“Simon, Simon Weiler di Stoccarda…” rispose sempre più tranquillo il ragazzo.

“Portami con te!” ripeté Simon.

Sergio, lo guardò negli occhi, e dal suo sguardo capì, che era stato scelto, non poteva tirarsi indietro. Si diresse verso casa, con a fianco Simon, che non aveva più emesso parola. Nora, preparò una zuppa calda, intanto Sergio, mise insieme degli abiti puliti e anche un paio di scarpe.

Ripartì subito dopo, tenerlo in casa avrebbe voluto dire mettere a repentaglio la sua famiglia e quello del suo amico, la cosa migliore era portarlo a Chiavari…

Nella piazza del paese vide un calesse, dal quale ne scese un ufficiale fascista. Sergio, rimase ad osservare la scena, appena l’ufficiale si fu allontanato, si avvicinò alla carrozzella.

“Salve! Pietro”, Sergio conosceva bene il vetturino, che si manteneva facendo la spola tra Chiavari e i primi paesi dell’entroterra.

“Puoi portarmi a Chiavari? Devo accompagnare un cugino di mia moglie per certi documenti…”

“Certo, salite, tanto sarei dovuto tornare giù, meglio in compagnia” rispose Pietro cortesemente.

Durante il tragitto, Sergio, mantenne il filo della conversazione, evitando di far parlare Simon.

Il cavallo procedeva al passo; impiegarono più del previsto, perché lungo la strada, Pietro, doveva spesso fermarsi a caricare piccoli pacchi, piccole ceste.

Arrivati in piazza Cavour, Sergio ordinò a Pietro di fermarsi, chiese quanto doveva per il passaggio, ma Pietro rifiutò, accettando una sigaretta.

Sergio, prese sottobraccio Simon, attraversò corso Dante, dirigendosi verso il mare, la sua meta era il porto. Si fermò a parlare con alcuni pescatori, dopo un iniziale rifiuto, accettarono d’aiutare il ragazzo.

Chiavari, fu liberata dai nazi-fascisti il 25 Aprile 1945, dalla brigata Cairo; Sergio seppe da un vecchio pescatore, che Simon partì con una colonna di soldati americani diretti verso Genova, non aveva dimenticato Sergio, infatti, il pescatore diversi mesi poco consegnò una piccola medaglietta d’oro da parte del ragazzo, con impressa l’immagine di un cavallo…

Gli alleati, portarono nella cittadina molti viveri, e in particolare il latte, tanto latte in scatola.

Nel mese di Giugno, Sergio e la sua famiglia, fecero ritorno a Chiavari, nella loro casa di via Piacenza, tutto era rimasto intatto, solo un fitto strato di polvere e terra aveva ricoperto tutto, quasi a voler preservare ricordi e sapori per il loro ritorno.


Le Microstorie ritorna mercoledì 24 novembre


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