Hasta La Victoria Siempre

Cuba: una meta agognata, un popolo mai sottomesso alle grandi potenze, un viaggio del 2015 raccontato in 6 appuntamenti.

Cuba è stata per molto tempo una meta agognata; mi ha sempre incuriosito poter visitare un paese, piccolo, dove un popolo non si è mai sottomesso al volere delle grandi potenze anche se sottoposto ad un embargo che avrebbe messo in ginocchio i più. È riuscito a creare una sua piccola economia che, se pur non basata su materie prime, ha saputo valorizzare quanto di meglio aveva: i cervelli. Cuba riesce ad esportare medici e ingegneri grazie al suo alto indice di scolarizzazione, che permette una invidiabile preparazione.

Quando mi si è presentata l’occasione per poterci andare non me la sono lasciata sfuggire, considerando anche il fatto che con le nuove aperture che l’amministrazione Obama stava concedendo a Raul Castro, correvo il rischio di andare in un paese che non era più quello che volevo vedere. Una premessa è d’obbligo: per questo viaggio non mi sono mosso autonomamente, ma ho cercato a catalogo un pacchetto con un tour operator che mi permettesse di visitare in maniera il più approfondita possibile l’isola.

Una volta trovato il programma che più mi soddisfaceva, grazie ad amici titolari di agenzia viaggi, ho prenotato il tour: quindici giorni che comprendevano il visitare la Cuba storica cioè i percorsi della Revolucion, poi la Cuba dalla natura incontaminata, delle piantagioni di caffè, della canna da zucchero e del tabacco, per poi concludere con qualche giorno da dedicare al mare e alle sue meravigliose spiagge.

Sfruttando le festività pasquali partiamo, l’appuntamento è proprio per la domenica di Pasqua, 5 aprile, all’aeroporto di Milano Malpensa alle ore 8, tre ore prima dell’imbarco. Questo netto anticipo è dovuto al fatto che, dovendo sorvolare anche una parte dello spazio aereo statunitense, questa amministrazione richiede controlli accurati sui viaggiatori e i loro bagagli. Comunque arriviamo, effettuiamo il nostro check in e girovaghiamo per l’aerostazione.

Ore 11:30, puntuali, inizia realmente la nostra avventura oltreoceano; arrivo previsto dopo 10 ore circa, alle 16:35 (ora locale) all’Avana, con 6 ore di differenza per il fuso orario. Quando viene annunciato il volo ci rechiamo al gate e, una volta arrivati, posso davvero dire che il mio viaggio verso l’isola caraibica è veramente iniziato. Quanto sopra scritto lo posso affermare perché mi troverò insieme ad una “variegata” moltitudine di persone. Insieme a donne cubane di diversa età che ritornano a casa, piene di bagaglio, alcune con bambini, tutte che si separano dai loro compagni italiani, ci sono turisti come me e mia moglie che non nascondono la gioia, l’entusiasmo per questa avventura.

Ma ci sono anche quelli che non volevo assolutamente vedere, cioè i turisti in cerca dell’avventura facile, di quelli che tornano perché convinti di poter soddisfare con poco impegno le loro voglie morbose. Questi ultimi fanno gruppo a se, sembra che si conoscano tutti e, fra di loro, ad alta voce per farsi “belli”, descrivono le loro avventure, non so fino a che punto vere. Comunque, vere o non vere, l’impressione è desolante. Ci imbarchiamo, prendiamo posto, ci aspettano 10 ore di volo.

Tralascio i particolari della traversata, dei tre film proiettati per far passare il tempo e della crisi urinaria che prende il 90% dei passeggeri appena si spegne la spia che invita a tenere allacciate le cinture di sicurezza. Cerco di concentrarmi sugli aspetti più interessanti del viaggio. Con puntualità svizzera atterriamo a L’Habana: per noi che arriviamo all’inverno l’impatto è con l’estate, saltando la primavera, la temperatura supera i 30 gradi. Sbrigate le formalità aeroportuali troviamo il nostro contatto che ci accompagnerà all’albergo. Usciamo dall’aerostazione e, insieme ad altri cinque compagni di viaggio trovati lì, andiamo a prendere il pullman.

La prima impressione, oltre al caldo estivo, è quella di un traffico disordinato, piuttosto che caotico, tipico delle grandi città. Ma, appena saliti sul pullman e percorse poche centinaia di metri, ci si accorge di essere davvero a Cuba. Ci sono le auto, le famose auto americane degli anni ’50, enormi, rumorose, colorate, ben tenute e rattoppate, e, insieme a questi “bisonti”, ecco che spuntano delle “formichine”, cioè delle Fiat 126.

Il tragitto verso l’hotel è tutto un “hoo, guarda, accipicchia quanto è bella quella”, sempre riferito alle auto, e poi i vari mezzi di trasporto pubblico, vecchi camion adattati a autobus, per finire col guardare le case, alcune molto ben tenute, ma tante quasi fatiscenti, come le auto. E finalmente, in periferia e in riva al mare, arriviamo all’albergo. Un edificio moderno e molto grande. Ci viene consegnata una busta con il nominativo e i riferimenti della nostra guida, che incontreremo l’indomani mattina e siamo abbandonati, nel senso che l’accompagnatore se ne va, noi dobbiamo fare la registrazione per avere le stanze e lì, alla reception, ci sono centinaia di persone, divise in vari gruppi, con i loro accompagnatori, che ci passano regolarmente davanti. Trovata, a caso, la giusta coda, riusciamo finalmente, a registrarci e otteniamo le chiavi delle nostre stanze.

La nostra è al settimo piano, ampia, con grandi finestre che danno sulla baia: non male. C’è anche un televisore che trasmette canali satellitari: per l’Italia c’è RAI International, canale per l’estero con programmi presi dalle nostre tre reti nazionali, praticamente un “il meglio (?) di”, con aggiunta di vari TG. Comunque, visto che è presto, anche grazie al fuso orario, e che il centro città è piuttosto distante, andiamo a fare una passeggiata sul lungo mare. L’hotel è proprio in riva al mare quindi non c’è da camminare molto.

La spiaggia è di sassi, molto sporca e poco affollata; ci sono rifiuti portati dal mare dappertutto, ma quello che ci incuriosisce è che tra le rocce spuntano diversi vasi di terracotta, rotti, ma anche interi e, proprio per questo, inquietanti. Sono davvero tanti e osservandoli meglio, mi ricordano delle urne cinerarie. Addirittura all’interno di alcune sembra che ci sia ancora della cenere. Ci prefissiamo di chiedere spiegazioni domani alla nostra guida, facciamo un rapido giro intorno all’hotel, troviamo un ferro di cavallo, magari ci farà da portafortuna, e rientriamo per andare a cenare. Ci avevano detto che, a riguardo del cibo, avremmo potuto trovare difficoltà perché scarso e di bassa qualità; ebbene tale profezia non poteva essere più sbagliata perché ci siamo trovati davanti un buffet abbondante e soprattutto, di qualità. È tardi, il fuso orario comincia a farsi sentire, saliamo in camera per andare a dormire. Da domani inizierà il nostro tour. (1. Continua)

GIANFRANCO GONELLA

Foto: Gianfranco Gonella

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