Gianni Motta
Un Ciclista D’Altri Tempi

di Guido Bigotti gazzetta.it

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Motta, un campione sempre all’attacco, passato in sordina, sfortunato e tenace. Un ciclista d’altri tempi

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Il Gianni era com’è adesso, percorso da un fremito di ansia, i pedali che gli frullavano dentro. Era com’è adesso perché se vent’anni sono passati, sono andati oltre, non si sono fermati sul suo viso, sul fisico, sullo spirito. Solo il “nervoso” è rimasto, ma è meno duro. Quando si percorre la propria strada a contrario si può anche sostare e osservare il paesaggio e non ci sono rimpianti. Gianni Motta era uno scollinava sul ciclismo quando il ciclismo invadeva la televisione e c’erano Zilioli, Adorni, Balmamion, Anquetil, Van Loy e Bitossi.

Gimondi, soprattutto Gimondi, perché ciascuno ha un avversario per le sue misure e le sue intenzioni. Pazienza se la gara è finita troppo presto per via di una gamba che non fa il suo dovere. C’è stato il tempo per vincere un Giro d’Italia, quello di Lombardia e tante altre belle classiche e far arrabbiare i francesi.

Gianni era un bonaccione, un fiulèt fino all’ingenuità con la sua storia segnata dai lividi del dopoguerra. A cinque anni aiutava in cascina, dava una mano a pulire le stalle. Alla fine delle elementari ha chiuso il sussidiario perché bisognava darsi da fare. C’era da imparare un mestiere in fretta. Ecco Motta che lavora alla Motta, pasticciere con mamma e papà che ci sono conosciuti nello stabilimento, perché anche per loro fare i contadini non bastava. Il Gianni va a Milano in bici la mattina e torna a Groppello alla sera ed ogni paracarro diventa la scusa per fare una volata con i camion che strombazzano e lo sorpassano quando ormai sono stati chiaramente battuti. Il Gianni pedala sessanta chilometri al giorno, ha quattordici anni e sogna di arrivare e decorare le torte, di diventare operaio specializzato alla Motta.

Invece lui non lo sa ancora che sta diventando un ciclista a sua insaputa con quell’allenamento formidabile e inaspettato di chi porta i soldi a casa dimenticando cosa sia la fatica. Gianni non credeva di andare così forte in bicicletta, gli amici glielo avevano detto iscrivendolo ad una gara e lui ha cominciato a pedalare. Al secondo tentativo ha vinto. Da allora, tutte le domeniche le dedicava a correre con la sua bicicletta.

E pensare che Motta passava le sue domeniche facendo il suonatore agli sposalizi nella sua campagna. Arrivava con la fisarmonica o con l’armonica a bocca come suo padre Enrico e rallegrava la festa. Voleva diventare il più bravo e magari perché no, andare al conservatorio. A veva un bel repertorio, suonava anche Spanish Eyes di Al Martino (canzone in voga in quei tempi), ma per gli sposi bisognava intonare Piemontesina bella e quelle canzoni li!

Da li in poi fu una carriera bellissima ma nel ciclismo, forse un po’ troppo corta per via della gamba zoppa. Era il 1964 al Giro di Svizzera, il Gianni era in forma strepitosa, quell’anno volava. Veniva dalla prima stagione da professionista con sette vittorie in tasca, sembrava che nessuno potesse fermarlo. Ma in Svizzera il destino gli giocò un brutto scherzo. La macchina dei giornalisti italiani gli passò sopra le gambe e un ginocchio fece crac. Sognava il Giro d’Italia, si ritrovò in un letto d’ospedale.

L’anno seguente però Motta si prese la sua rivincita, maglia rosa a Trieste, Il Giro era ormai suo. Ma la gamba, quella gamba incidentata, cominciò a fare le bizze, diventava nera sotto sforzo, gli faceva un male terribile. Passò quattro anni correndo e piangendo, con dietro le cattiverie di chi gli gridava “malato immaginario”, solo perché le analisi non chiarivano nulla. Quando scoprirono che un’arteria si chiudeva sotto sforzo, lo operarono. Era ormai un ex corridore, aveva perso gli anni buoni.

Quindi ora largo ai ricordi. Gianni aveva un odore che lo esaltava. Quando in gara annusava il profumo del fieno tagliato, mischiato al profumo degli abeti, diventava matto, lo assalivano i ricordi più belli. Era capace di andare in fuga, solo per quello. Si sentiva un altro. C’era poi un punto del giro dell’Appenino che quasi aspettava l’odore , sapeva che prima o poi saltato fuori. Ha vinto per ben tre volte quella corsa.

Sapete perché andava sempre così bene al Giro di Romandia o alla Tre Valli Varesine? Facile, era come rivedere i suoi posti, sentiva quell’aria speciale. Conta anche questo se fai il ciclista. Finita la carriera ciclistica il Gianni continuò ad uscire i  bici, per riempirsi di profumi. Diceva che certe cose di campagna se le voleva tenere dentro. Ognuno di noi dovrebbe conservare dentro un po’ di tradizione e un po’ di vecchio. Il fieno, gli abeti erano la sua forza, Premeno – comune del Verbano Cusio Ossola – la sua forza, le vacanze estive con i nonni. Allenato a polenta e acqua Sangemini tiepida.

A Premeno ci sono anche i ricordi da garzone, con la gerla in spalla a portare pane, salumi e ortaggi nelle ville dei signori. Di ritorno si buttava a capofitto giù per i tornanti fino al lago Maggiore per battere la corriera in fondo allo stradone. Una vita a inventarsi delle sfide impossibili, contro i camion, le corriere… E Gimondi!

Ha stimato Anquentil e Van Loy, ha amato Dancelli perché era un coraggioso e si inventava quelle fughe di duecento chilometri. Bitossi era un altro grande, Gimondi no. Erano sempre stati contro anche quando avevano corso nella stessa squadra. Una lotta impari, in nome di quel nome più blasonato del suo.

Ma c’è dell’altro, nel mondiale del 1973 a Barcellona, quello vinto da Gimondi, il Gianni dovette rimanere a casa nonostante un mese prima, avesse battuto Merckx a Monte Campione. Un giorno ad una tavola rotonda a Milano, Gimondi ha dichiarato di aver preteso lui la mia esclusione. Anche se ormai era tardi, capì tante cose… Ma quel Motta non era quasi più un corridore, aveva aperto la sua azienda di maglieria e presto sarebbe passato alle bici, usate dalla prima squadra USA al Giro d’Italia. Le sue erano belle vittorie, tutte vere.

In un fermo immagine del 1972, al Giro, tappa di Fermo, Motta arriva a braccia levate, dietro di lui si vedono Bitossi, Basso e Merckx. “Una bella volata”. Sembra una favola, lo stupore di un bambino, che non ha smesso mai di esser felice o forse soltanto di essere bambino, vai Gianni, vai!


Diario Della Bicicletta ritorna martedì 15 marzo


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7 Comments

  1. Giorgio Reply

    Molto giusto, un ottimo linguaggio. Scrittura da giornalista sportivo di rango con quell’ingrediente poetico che è valore aggiunto

  2. Luigi Reply

    Alla fine degli anni ’60 la TV non riempiva la testa e le giornate dei bambini, praticamente non esisteva, il Giro si seguiva solamente attraverso le pagine della “ROSA”, le stesse pagine, che in discesa, gli eroi del ciclismo si infilavano sotto la maglia per proteggersi dal freddo.
    Ma celebrare i virtuosi del pedale era anche tracciare d’estate sulla sabbia di una spiaggia piste tortuose ben battute e indurite con acqua di mare, con curve paraboliche altissime, sottopassaggi insidiosi, salite e discese vertiginose.
    Dal secchiello spuntavano quelle palline di plastica mezze colorate e mezze trasparenti, all’interno un tondino di carta con la figurina di un ciclista.
    La rivalità era sempre la stessa ci si divideva Motta, Dancelli e Marino Basso per il color camoscio della Molteni contro Gimondi, Zandegù e Altig in maglia azzurra della Salvarani.
    Il nostro giro iniziava lì e durava tutta l’estate con tappe sempre diverse perché ogni giorno verso sera il bagnino avrebbe spianato le nostre montagne.

    Come sempre bravo Guido, fai rivivere il profumo di quei giorni.

  3. Paolo Santangelo Reply

    Non conoscevo granché di Gianni Motta ma la sua storia ciclistica e di vita meritava di essere raccontata e tramandata. Grazie Guido

  4. Susanna Tamplenizza Reply

    Mi era sfuggito questo tuo bellissimo articolo che mi ha riportato alle discussioni tra mio nonno, mio padre e mio fratello nelle domeniche di primavera. Grazie Guido perché fai rivivere la memoria individuale, ma anche perchè ricostruisci la storia dalla esse maiuscola con poesia.

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