Forre

Dopo una pausa forzosa, ma tutto sommato salutare, tornano le avventure pedestri. Tornano e terminano, in attesa di trasformarsi in un’altra rubrica “itinerante”.

La sosta è stata causata non tanto dal microclima locale, quanto da variazioni elettriche dei campi magnetici solari. Questi hanno temporaneamente mandato in tilt le mie capacità di tradurre in testo camminate più o meno rituali. Sosta di ponderazione e distacco, quale invito ad un diverso ascolto e più profondo di sé, delle proprie emozioni, espressioni e parole. Nelle scorse avventure e in qualche attraverso lo specchio la scrittura rutilante e stravagante è stata un riflesso. Troppo vorticoso eccentrismo distrae.

Il temporaneo spaesamento mi ha ricordato certi passaggi lungo sentieri boschivi un termine, una parola-margine: forra. Un bordo che delimita un burrone, un anfratto, una cavità del terreno. Volendo evocare il paesaggio mitico che è comparso come eterico velo che ammanta l’anfratto e disvela alcune paure. Un immaginario che ricalca studi e aneddoti, ma anche sensazione reale avvertita durante il tragitto. Lungo il bordo, il tremore l’aura di voci sopite che precedono il proprio o l’altrui enunciare. Paure della paura e dell’ignoto, ma pure – riguardato da un’altra prospettiva – l’ombra ove giace e gorgoglia una presenza sorgiva.

In questo periodo e clima storico sociopolitico dedito alla banalità del banale che fa più male del male appalesato, un pathos decisamente spiazzante e spaesante. Frequentare e costeggiare tali bordi, è un atto concreto, semplice e ad un tempo metaforico per delineare e dire qualcosa di personale che inevitabilmente ha un riflesso senso politico – e delle conseguenze personali e collettive.

Stare su quel bordo e aver fiducia del passaggio pur nel transitorio disorientamento è un gesto per ritrovare il passo, per ribadirlo e mutarlo. Al di là di cristallizzazioni e dei testi, le immagini cangianti e metamorfiche rimangono storie intrecciate, spesso sfilacciate. Sentire scorrere il tempo e cogliere differenze tra esse, ma ad un tempo la continuità che le attraversa nelle discontinuità individuali e scoiali, orienta tra differenze di opinione e scelte che documentano, testimoniano, ma giammai imbrigliano i moti dell’animo. Sarebbe come pretendere di voler elevare muri in mezzo al mare per difendere territori nazionali da fenomeni incontrollabili e non semplificabili in schemi duali. Che assurdità!

Al netto degli esiti nazionali gli equilibri al parlamento europeo non siano cambiati più di tanto. I discorsi e i gesti, sono peggiorati o rimangano stagnanti. Le cronache riportano e sottolineano le voci preponderanti e il valzer dei commenti. Cercando meglio si trovano esempi di storie ed episodi assai meno visibili, eppur degne di nota, che fuori dai riflettori e dal presenzialismo di pochi fanno dei malitesi e delle crisi un’opportunità di riflessioni e cambi di rotta. Se non a livello istituzionale a livello collettivo o comunitario. Parlare di Europa in questo periodo è fuorviante. Così come commentare le sparate di esponenti di governo “risolvono problemi” come Mr. Brown a suon di “certezze”. Un mite poco mite come Bobbio ci ricorda quanto sia meglio porre dubbi e interrogarsi. Anche se personalmente ritengo si possa indebolire anche a suon di dubbi.

Un romanzo di recente pubblicazione racconta le fondamenta e la necessità dei presupposti della resistenza celati in quel che a detta di gran parte degli storici è stata un manifesto d’ispirazione del “sogno europeo”. Se evoco e cammino tra le forre con qualche allusione alle moire e ai riverberi del panico è per sostenere un sentire europeo (e occidentale) mediterraneo e non anglo-americano. Simpaticamente e idealmente affratellato alla condizione periferica e meno abbiente del continente europeo. Va da sé che con gli ideali e la retorica si cambia ben poco. Non bastano, così come non bastano tentativi individuali. È più facile stando lontani o ignorando la portata delle crisi e delle tensioni di quei confini. Tuttavia… la riflessione per analogie a questo conduce: separare e distinguere, per cogliere similitudini e nuove possibilità in qualcosa che è invece locale e spesso un sentire comune.

Avventure pedestri tornerà con un altro titolo e varianti nel contenuto.

Ne approfitto per sollecitare un invito all’immaginazione, al ricordo e racconto che possano essere evocati a partire da elementi terreni, concreti, ad un tempo materici e metaforici come le sottostimate forre. Ciascuno col proprio passo e la propria sensibilità, senza banalizzazioni new age può avventurarsi e (ri)scoprire raccogliendo spunti e stimoli dalla scuola di narrazione educativa organizzata dal Gruppo Abele che si terrà alla Certosa 1515 presso Avigliana, in Val Susa, dal 25 al 28 luglio. La cornice tematica è caratterizzata dal paradigma ecologico. Uno sguardo che non evade dalla collettività, ma a partire da un’attenzione rivolta su di sé contempla legami visibili ed invisibili e ricerca un’ecologia del pensiero, dell’agire, e della parola – che non neghi ma sia consapevole dello sguardo umano e soggettivo. E scorga non tanto la visione edenica, irenica e oleografica della Natura, privata di dramma, conflitto e mistero (sintomo di omologazioni e mode disastro new age come del politically correct. Personalmente mi auguro che si riveli un toccasana di fertili riflessioni, giacché è altrettanto vero che all’estremo opposto un debordare distratto di scorrettezze, allusioni e disattenzioni in nome del “politically uncorrect” (contro paternalismi e ipocrisie della beneficenza) finisce col fare danni senza accorgersene apposta.

Aggiungo che la visione ecologica e politica che sta ritrovando linfa anche nel dibattito pubblico (il motto “cambiamo il sistema non il clima è molto sociale e culturale ed europeo, altro che Al Gore!) instaura con questa iniziativa una certa affinità etica, prima che ideologica. Certo occorre schierarsi, ma… d’altronde l’etica non la si può pretendere e men che meno imporre. Oltre che impossibile – avendo ciascuno il proprio passo, non sarebbe etico. Altro che 11 settembre e rinascita del vecchio continente. Non siamo tutti americani: per quanto mi riguarda siamo tutti greci!

Per contrasto – e per non fare di tutti gli USA un fascio – vi consiglio di rileggere il bel romanzo (anti)odisseico Cosmopolis di Don De Lillo. Un non-viaggio metropolitano nella grande mela, scossa da disordini socioeconomici di varia e amena rissosità. Lo sguardo è circoscritto all’abitacolo della limousine del protagonista, un rampante broker. Le lentezze e i rumori del traffico attutiti fan da sfondo e riflesso alle vicende (affetti, ricordi, commenti, allarmi, bisogni, incontri, amori, rischi, complicità) incarnati e vissuti nello spazio ristretto di una giornata newyorchese, a contatto assai più diretto con il flusso della borsa di Tokyo anziché con quanto accade dentro e fuori dalla vettura. Tra i dialoghi secchi e piuttosto algidi (ripresi paro paro nel film di Cronenberg) compare un’altra parola, un altro termine – a suo modo un’unità di misura – che ha per retroterra tutto un altro mondo e immaginario e una diversa e vertiginosa, ma irreale visione del mondo: gli zeptasecondi, pari a 1 x 10-21 secondi. L’esistenza di questa parola non cambierà la vita a nessuno che voglia dichiararsi bradipo e condivida i presupposti di questo sito. Fintantoché resistiamo e restiamo umani…

Pur ignorando quanti zeptasecondi trascorrerete a casa, in ufficio, in viaggio, in sosta, in Italia o all’estero, in solitudine o in compagnia, vi auguro una lieta e ariosa estate.

ENEA SOLINAS

Foto: Enea Solinas

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