Elogio Del Bollito

di Joshua Evangelista valsana.it 


Ancelotti e quella noiosa abitudine della vittoria


Una bella parte della squadra di Bradipodiario vive tra Piemonte e Lombardia e quindi, immagino, ha confidenza con il bollito misto. Io, lo ammetto, da piccolo non ero un grande fan di questi pezzi sbiaditi di carne lessa avanzati da altri pasti che le nonne ci presentavano nel piatto insieme a tristi verdurine. In maniera figurata, come ci dice il dizionario Hoepli, anche le persone possono essere bollite. “Persona che ha ormai esaurito tutte le sue risorse personali, di ordine fisico, mentale o intellettuale” (Hoepli, 2008).

Questo aggettivo viene spesso usato nel mondo del giornalismo sportivo italiano per marchiare quegli atleti le cui performance non sono più soddisfacenti o quegli allenatori che dopo carriere avvincenti vivono stagioni di oblìo.

Nell’estate scorsa due erano i bolliti preferiti dalla stampa nostrana: José Mourinho e Carlo Ancelotti, rispettivamente 26 e 20 trofei vinti con alcune delle squadre più forti del mondo ma evidentemente sulla via del tramonto. Mourinho è finito alla Roma, con la quale ha vinto da catenacciaro la prima edizione della Conference League, durante la quale era riuscito anche nell’impresa di perdere 6-1 con i norvegesi del Bodo.

Ancelotti quest’anno ha vinto tutto quello che c’era da vincere con il Real Madrid, dove era finito quasi per caso dopo che tanti altri allenatori avevano rifiutato la panchina delle merengue.

Dieci giorni fa ero nel vicentino, ospite di un amico turco trapiantato in Italia. Mentre guardavamo in tv Carletto alzare la Champions e dopo aver pianto abbracciando il figlio, ho pensato a quando, ventidue anni fa, Ancelotti era diventato allenatore della “mia” Juventus. Un amore mai sbocciato, né con la tifoseria né con la società, entrambe legate a quel Marcello Lippi che le aveva portate sul tetto d’Europa.

Due volte secondi in campionato e Ancelotti si prese dalla stampa il nomignolo dell’”eterno secondo”. La triade bianconera (Moggi, Bettega, Giraudo) gli diede il benservito e ad allenare le zebre tornò Lippi. Poi il resto è storia: Ancelotti ha vinto tutto con uno dei Milan più belli di sempre, prima di replicare al Real Madrid, al Chelsea, al Bayern Monaco e al Paris Saint Germain (dove nel 2020 lo hanno eletto allenatore del secolo).

Poi va a Napoli e le cose non funzionano; De Laurentis lo esonera perché dice che non è più in grado di gestire la squadra. Finisce all’Everton, che di certo non ha l’ambizione delle altre compagini allenate prima. Fa un paio di stagioni anonime a livello di gioco e risultati, ma riesce comunque a farsi apprezzare per corretteza e gentilezza. Troppo poco: il tecnico di Reggiolo è diventato obsoleto. Nessun tiki-taka, nessun possesso palla estenuante, Ancelotti è un calcio vecchio, antiquato.

Perez, presidente del Real Madrid, lo ha preso in vista di un anno di transizione: finita la belle époque di Cristiano Ronaldo e Sergio Ramos, c’è da concludere il ciclo dei calciatori “bolliti” Modric e Benzema e far crescere qualche giovane. Insomma, serve un aziendalista come Carletto, che non ha mai sbattuto una porta, nemmeno quando è stato trattato malamente, e che non si offende più di tanto se viene accompagnato fuori quando non serve più.

“E’ solo un fortunato”, ha detto di lui Antonio Cassano, gran calciatore mancato e neo-commentatore da social.
Può darsi. Intanto, con tranquillità il bollito Ancelotti è: l’unico allenatore nella storia del calcio ad aver vinto il titolo nei cinque principali campionati europei; il solo ad aver vinto la Champions League per quattro volte (due col Milan e due col Real Madrid); l’unico ad averne disputato cinque finali.

Quest’ultimo dato è molto interessante, perché tra le cinque finali c’è quella famosissima di Istanbul 2005 alla guida del Milan: da 3-0 a 3-3 contro il Liverpool e infine ko ai rigori. Mi ha molto colpito una frase di Paolo Maldini, forse il più grande difensore italiano di tutti i tempi: “Sono il più grande perdente della storia”. Perché più volte vai vicino al traguardo, più volte vinci e più le sconfitte diventano cocenti. Secondo me questa frase vale anche per Ancelotti e per qualche passaggio a vuoto che inevitabilmente anche lui ha avuto.

Ma Carlo riesce a rendere tutto così semplice, banale, che un commentatore qualunque può permettersi di dire che si tratta di fortuna.

Del resto, quando gli hanno chiesto cosa vuol dire vincere una Champions League, lui non ha risposto con grandi massime filosofiche come avrebbe fatto Guardiola o con frasi ad effetto come quelle dell’acutissimo Klopp: “Per me la Champions League è… ehm… una bella sensazione”.


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One Comment

  1. Enea Solinas Reply

    Tifo poco, e tendenzialmente parteggio per i perdenti… forse è una mia impressione, ma quando i vincenti sanno perdere, lasciar andare e relativizzare fortune o sfortune, essere umili e non sgomitano per farsi notare diventano persino simpatici.
    Temo siano casi rari.

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