Corrente Elettrica

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Un particolare tecnico delle luci ha illuminato i suoi attori preferiti, noi…
Questo racconto scritto diversi anni fa, frutto della mia fantasia, per la parte tecnica mi sono avvalso dell’aiuto di Giuseppe Chiara dell’Enel di Genova e del signor Cavaniero dell’Aem di Torino, che ringrazio a diversi anni di distanza per la loro cortese collaborazione, senza di loro questo racconto non avrebbe visto la luce.
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Corrente elettrica: fili, cavi, contatori; quanti ne saranno passati tra le mani di Fausto, in oltre quarant’anni di servizio. Il gergo usato tra colleghi: bassa, media e alta tensione; guardafili e tirafili. I primi tecnici specializzati addetti alla verifica della “terra”, i secondi alla messa in opera di una linea nuova. Ancora, giuntisti, installatori, posa contatori; tutti quei nomi affollavano la testa di Fausto, con ricordi limpidi e appaganti.
Gennaio 1924, Fausto, entra per la prima volta, nella palazzina, in piazza Nostra Signora dell’Orto dell’azienda elettrica locale, il nome è scolpito nel marmo, come qualcosa che non può essere cancellato da nessuno. L’itinerario elettrico in Liguria si sviluppava tra i laghi di Giacopiane e l’abbazia di Borzone. Nello spazio di poche decine di chilometri il territorio passava da un ambiente ancora marittimo, caratterizzato da uliveti e noccioli, a una zona di castagni frammista ad aree terrazzate con colture promiscue. Salendo rapidamente di quota, ci si inoltrava in un ambiente già appenninico. L’elettrificazione della Liguria era fortemente legata alle vicende della Società Elettrica Riviera di Ponente e della Compagnia Imprese Elettriche Liguri.
La prima, fondata nel 1905 per opera dell’ingegnere Rinaldo Negri con una consistente partecipazione di capitali stranieri, in particolare svizzeri e tedeschi, si affermò ben presto con la realizzazione di importanti impianti sia idroelettrici sia termoelettrici. Lo sviluppo del settore elettrico era sostenuto non solo dalla domanda per i servizi di illuminazione e di trasporto, ma da una crescente richiesta da parte delle industrie siderurgiche in pieno sviluppo in Liguria. Il primo conflitto mondiale richiese alle società elettriche un maggiore impegno produttivo. La Società Elettrica Riviera di Ponente estese la sua influenza verso la riviera di Levante e la provincia di Alessandria e di Parma con nuovi impianti e nuove alleanze con le società distributrici locali. Con la guerra ci fu, inoltre, un rapido ricambio delle partecipazioni finanziarie con l’uscita degli istituti finanziari stranieri.
Nel 1924 la Compagnia Imprese Elettriche Liguri, incorporò la maggior parte delle imprese elettriche operative in Liguria, tra queste la Società per le forze idrauliche della Liguria con la centrale di Borzonasca, l’Unione Interregionale Produttori di Energia Elettrica e la Elettrica Ligure Piemontese. Tra le società di una certa consistenza che continuarono ad operare in Liguria fino alla nazionalizzazione elettrica vi fu la Società Idroelettrica Riviera di Levante, con la sua centrale Ponte Vizzà.
Tutte le colline del Tigullio, sono state “amiche” di Fausto, controlli, riparazione guasti, a cabine e impianti. E’ stato come un tecnico delle luci in uno spettacolo teatrale, ha assicurato la migliore luce, agli attori sulla scena. Gli anni di lavoro, gli avevano garantito una discreta pensione, la possibilità di consumare energia elettrica, senza limiti, poiché esentato quasi totalmente dal pagamento della bolletta. Televisore, radio, fornelli elettrici, lampadari, scaldabagno, in funzione perennemente, senza controllarne i consumi.
Squadra numero sette, Fausto, Francesco e Antonio, otto ore al giorno, per sentieri di campagna, piccole borgate, costoni di roccia a strapiombo sul mare. Al mattino, il solito rituale del ritiro del furgone, del materiale, delle consegne; in caso di guasti, potevano rimanere lontano dalle loro case, anche per più delle classiche otto ore di servizio. Colleghi, ma anche amici, Fausto, Francesco e Antonio componevano la squadra “Manutentori Chiavari 7”.
Francesco De Lepori, triestino, trapiantato da pochi anni a Chiavari, sempre pronto alla battuta, Antonio Viddas, il “magazziniere” del trio, origini messinesi, ma ligure di nascita, taciturno, unico interesse il calcio, entrambi ventenni. Si poteva dire, un trio sufficientemente affiatato, anche se le divergenze non mancavano, in particolare tra Francesco e Antonio; Fausto interveniva spesso tra i due, fungendo da paciere. Come quella volta a Cogorno, 1931, a meno di dieci chilometri da Chiavari. Per raggiungere la località, i tre salirono sul furgoncino in dotazione; per lavorare sulle linee erano costretti a spostarsi usando carretti di legno, dotati di lunghe scale, parcheggiati nelle varie zone di competenza. Quel giorno il carretto non serviva, era necessario mettere fuori tensione una campata lunga duecento metri, da palo a palo, sistemando successivamente una “corda volante”, vale a dire una linea provvisoria. In quei giorni nella zona, era spirato un forte vento, che aveva fatto cadere alcuni rami sui cavi, interrompendo l’erogazione dell’energia elettrica. Per salire sui due pali di legno, era necessario infilarsi nella scarpa dei ramponi di metallo, Antonio le aveva dimenticati nel furgone, cosa che mandò su tutte le furie Francesco; essendo il mezzo parcheggiato a quasi due chilometri dal luogo dell’intervento.
Antonio si scusò, ma Francesco, non ne voleva sapere.
Sei il solito idiota, io non vengo di certo ad aiutarti. disse adirato Francesco.
Ho sbagliato, ma due chilometri ad andare, due a tornare, da solo, non le faccio! disse Antonio
Fausto, fiutò che la discussione poteva degenerare.
Andiamo tutti e tre, così alterneremo il trasporto dei ramponi, in modo tale che uno dei tre a turno possa riposare… suggerì Fausto.
I due colleghi, accettarono, ma continuarono a guardarsi in cagnesco per tutta la giornata, solo dopo alcuni giorni, davanti ad un caffè bollente, i due si riappacificarono. 
Fausto, col passare degli anni, fu promosso al “Servizio Sicurezza”, pertanto era suo compito effettuare periodiche visite agli impianti, tra gli altri la centrale idroelettrica di Giacopiane. Terminata la verifica insieme al collega Mario – rapallese, più anziano di dieci anni, dispensatore di barzellette – Fausto saliva sul furgone fischiettando allegramente, si accendeva l’ennesima sigaretta. Una mattina notò che uno dei guardiani della centrale, scendeva con il carrello, per il cambio turno, tenendo sulle gambe un piccolo coniglio. Il guardiano, appena giunto alla fine del percorso, trovò il collega in attesa per il cambio, egli gli sferrò un pugno, senza fermarsi salì sul carrello e partì.
Fausto, rimase a guardare quella scena senza intervenire, ma soprattutto senza capire.
Solo alcuni mesi dopo, con le gambe sotto il tavolo di una trattoria, dell’entroterra chiavarese, capì l’accaduto; spesso consumavano il pranzo portandosi da casa il baracchino e riscaldandolo all’aperto su piccole bombole a gas, ma quando il freddo e la stanchezza superavano il limite, non c’era cosa migliore che consumare un pasto caldo in una delle numerose osterie e trattorie della zona. Fausto, venne a sapere, dal racconto di alcuni colleghi, che i guardiani della centrale, avevano messo in piedi un piccolo allevamento di conigli, per riempire le lunghe monotone ore di servizio. Il guardiano del cambio turno, vedendo il collega scendere con un coniglio tra le gambe, pensò che lo volesse rubare.
Invece il coniglio, si era procurato una piccola ferita sulla schiena, ed il guardiano lo stava portando in paese dal veterinario; i due si riappacificarono solo dopo alcune settimane, davanti ad un piatto di coniglio con le olive…
Per Fausto arrivarono i primi capelli bianchi, tanta voglia di continuare il suo lavoro, all’aria aperta. Spesso però le date anagrafiche, sono pronte, a emettere sentenze, sentenze che burocrati più o meno tali devono eseguire…
Quando ha un po’ di tempo, il capo servizio desidera parlargli. disse il centralinista
Va bene, grazie. Che cosa vorrà mai? Pensò Fausto, mentre si avviava verso il l’ufficio del poco amato capo servizio. Bussò leggermente.
Avanti. disse una voce dall’interno dell’ufficio
Buongiorno, desiderava parlarmi? domandò Fausto, appena la punta di una sua scarpa toccò la soglia della grande stanza
Si accomodi, un attimo e sono subito da lei. aggiunse il capo servizio, continuando a leggere una lettera
Fausto, appena sì fu seduto, incominciò, con lo sguardo, a vagare per l’ufficio, che conosceva abbastanza bene: il solito orologio a pendolo affisso al muro, alcuni quadri del regolamento degli impianti, due armadietti pieni di libri, pratiche e corrispondenza. Al centro la scrivania, con sopra solo un portamatite e un posacenere, il capo servizio era dolcemente seduto nell’enorme poltrona di pelle nera.
Verrò subito al dunque, perché il tempo è prezioso e non bisogna sprecarlo. disse bruscamente il capo servizio, tradendo con un forte accento, il suo legame con quella terra 
Lei deve cambiare incarico, non può più effettuare servizio esterno o peggio ancora in cima a pali e tralicci! Mi vedo costretto a trasferirla all’officina interna.
Per Fausto fu un colpo durissimo; mentre stava per dire qualcosa, il capo servizio fece un cenno con la mano:
La prego, capisco che le dispiaccia, ma sa anche, che sono io il responsabile del buon andamento degli impianti e della sicurezza del personale e non voglio avere grane con gli uffici superiori. Continuò il capo servizio, con lo sguardo rivolto più alla scrivania che non al volto di Fausto
Farò come lei desidera. rispose Fausto, cortese ma pieno di collera
Avrebbe voluto dirgliene quattro, uscì reprimendosi, accese una sigaretta aspirando boccate di fumo amaro. Passò gli ultimi anni nell’officina interna dell’azienda, che nel frattempo aveva trasferito la propria sede a pochi passi dalla sua abitazione, nel quartiere di Ri. Dieci anni meno intensi, meno “liberi”, ma contrassegnati da un ottimo rapporto con i colleghi, giovanissimi, che Fausto trattava come un maestro premuroso verso i suoi allievi.
Arrivò anche il giorno di attaccare il berretto al chiodo. Erano maturati i suoi sessantacinque anni ed era arrivato il momento della pensione; soddisfatto di aver dato quanto meglio poteva a favore prima, poi negli ultimi anni alla neonata Enel. Aveva da alcuni anni incominciato a desiderare quel giorno per potersi riposare, quel giorno arrivò con tutto il suo carico di amarezza e malinconia…
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