Al Parco

La linea 70 è bradipa, arriva con calma, salendo la via. Il colore pastello dell’autobus e un insolito cicalino vicino al conducente sono gli unici dettagli diversi da molte altre linee. Scendo dopo una ventina di minuti e imbocco il sentiero. Il rumoreggiare del traffico della città è già un ricordo lontano nel tempo più che nello spazio. È l’atmosfera che è cambiata. Basta un attimo. Alcune betulle mi accolgono con la loro corteccia argentata e marezzata. Al lato opposto rispondono i faggi: verdi brillanti emergono a ciuffi dai loro rami. I invece castagni sembrano piuttosto austeri al confronto. Gli abeti pare non abbiano questo problema. Sempreverdi pronti a giocare con spirito puerile, quasi fosse sempre natale. Il loro aspetto più che spinoso è scherzoso, solleticante. Basta toccarli con delicatezza. Il sentiero sale leggermente. Il cinguettio circostante è quello vero (simbolico oltre che reale), che fa obliare le propaggini insulse dell’odierna comunicazione telematica. Colpi di tweet che tossiscono e vengono troppo spesso replicati per nulla. Una vena di nostalgia viene rotta dalla differenza di stile. La mia immaginazione comincia a veleggiare. Il cammino infatti prosegue sul macadam… i miei pensieri si riassociano e ricordano la vecchia pista da elefanti così me ne sto lì nel mio sorriso come lo sparring partner raccontato-cantato da Paolo Conte. Prendendo il pullman sono andato via, di mia volontà. Tutto il resto è già poesia.

A fare lo sparring partner per grandi boxeur sono stato, finora, piuttosto bravo. Salgo ancora scorciando su di un tratto di terra battuta. Mi soffermo a osservare i paletti, da tenere presente: cognomi e nomi e gradi. Scorre una diversa algida tassonomia, sulle targhe: soldato, caporale, maggiore, capitano, tenente, soldato, soldato, capitano, caporale. Persi nell’oblio vedove, orfani, profughi, invalidi, vittime o sopravvissuti che fortunosamente o con coraggio sono riusciti a tornare dalla guerra. Qui, al parco della rimembranza, sono ricordati tra i non-detti, con spartana, geometrica compostezza.

In regolare sequenza (e debita distanza) di tre o quattro metri l’uno dall’altro, i paletti conficcati nominano i dipartiti della grande guerra. Parimenti inciso sul metallo sta l’arco della loro vita conchiuso tra l’anno di nascita e di morte. Nel 2018 è caduta la ricorrenza della fine della prima guerra mondiale. Le targhe sono sbiadite, consunte, d’un grigio cenere. Alcune hanno dei fiori pinzati tra la targa e il legno, oppure interrati alla base dei paletti. Le eredità delle guerre sono un’ombra familiare, vissuta e narrata dalle generazioni antecedenti a quelle dei miei genitori. Il cammino sfuma in un ipotetico racconto collettivo. Non c’è italiano, vecchio o giovane che non abbia nel proprio albero se non una parentela, un’affinità con questi paletti. I “nuovi” italiani che arrivano da altrove recano con sé le loro eredità, analoghe ma spesso più tragicamente attuali e distanti, mediate da narrazioni parzialissime, difettose se non addirittura denigratorie e violente, adeguate per una buona strumentalizzazione. Un simile rischio lo scorgo in analoghe tassonomie irte di cognomi, nomi e fredde etichette. Non è in fondo questione di appartenenza o tanto meno di pericolante militanza ideologica. Militante e militare sono due termini apparentati e pericolosi.

“Soltanto dopo il primo conflitto mondiale, i miei scritti verranno compresi…” così Nietzsche, che cito a memoria. Suona quasi come profezia sul rapporto tra sé e il mondo, forse una profezia che si è autoavverata. Inconciliabili sono le differenze del pathos che urla nel silenzio della parola scritta, alle bombe sganciate o alle omissioni di soccorso. Books instead of bombs: bisognerebbe recuperare le poesie di Nietzsche, oltre che leggere i suoi testi (anti)filosofici. Bisognerebbe leggere più poesie.

C’è un nesso oscuro che mi ha condotto oggi al parco della rimembranza. Il bisogno è di distendermi, sviare e trasformare in modo non-violento alcune emozioni e pensieri forti che mi attanagliano e sommergono in certi momenti.

Come fossi un abete che può considerarsi testimone di parole sfuggenti, betulle a cui solo la rima con libellule può suggerire un senso rituale. Stato d’animo poetante, vagamente melanconico.

Su una piazzola incrocio due ragazze in compagnia di 5 o 6 cani (labrador mi pare). Due di essi si avvicinano abbaiando e dopo aver fiutato che sono solo un randagio che non fa differenza tra presunte razze e bastardi, riprendono a gironzolare tenute d’occhio dalle dogsitter. Più che cane poliziotto, sono un bandito, ma non ho nessuno alle calcagna tranne l’inverno. Il macadam si è trasformato in una serie progressiva di gradini riempiti con sassi. Ciottoli incastonati nella terra. La pista prosegue poco oltre, in una dolce sequenza di tornanti ascendenti. Sotto i piedi ora ho una ghiaia fine. Ascolto il rumore sottile dei passi. Il respiro non riesco nemmeno a sentirlo è un tutt’uno coll’animo rutilante. Il profumo del futuro mi sospinge insieme al ricordo dei panici botti dell’ultimo solstizio dicembrino.

L’aria è tiepida: La soglia dell’equinozio è a malapena varcata. Dell’acqua ristagna in una vasca, segnalata da un cartello. È un’opera atta a favorire la biodiversità. Esempi di specie animali presenti: il tritone alpestre, il rospo comune, la rana agile. Quale geniale artificio: costruire ex novo un ambiente adeguato alla riproduzione di questi anfibi. Una trovata da dissimulati darwinisti ecologici. Leggo il cartello informativo: progetto curato dai volontari dell’associazione “natura invisibile”. Ma tu pensa… Che interessante! Lodevole iniziativa! Una commistione di apparente basso impatto tra natura e cultura, appena fuori dalla confusione urbana. Scatto una foto come promemoria, poi svolto e proseguo la mia camminata.

Fr-agilità: inuzzolito e incoraggiato da parole incocciate (quasi) per caso nel mio cammino, riportate meno frettolosamente sulla carta, dall’inesausta penna. Uno dei miei problemi – ammesso e non concesso che sia un problema – è l’istinto a chiamare le cose con il nome con cui esse desiderano evidentemente essere chiamate. Perché – ancorché ammutolite, se osservate con attenzione ci si accorge che hanno voce. O almeno un altro dei miei problemi – ammesso e non concesso che sia un problema – è di sentire queste voci rammemorate scrivendole. L’associare parole, ricordi, cose concrete e tentare, di rendere un effetto esteticamente gradevole, è il sintomo di una malattia che mi attanaglia da qualche millennio a questa parte. Il flusso da rivolo si trasforma in torrente e poi in fiume. Dev’essere colpa dell’atmosfera circostante, del disgelo progressivo, non c’è altra spiegazione! Posso benissimo tacere, ma anche a sforzandomi non riuscirei a smettere di scrivere.

Procedo su per la scalinata e mi ritrovo in fronte la retorica allegoria, la dea alata, faro su chissà quali scogliere immaginarie. Nike – la Vittoria. Ma de che, aho?! ’bboni… Il monito degli ispettori di leva e la voce di Sordi che chiede di poter chiudere la finestra riecheggia più della parole del poeta soldato D’Annunzio. Uno che, in anticipo sui tempi lo è stato (il viral-marketing e i testimonial, lo storyteller sono derivazioni del nuovo millennio). Firma o-scenica, ancor più che presenza. “Tutto ciò che ho è quel che ho dato”, disse. E beh: tipica generosità di un avventuroso esploratore, condensatore di licenziosità poetiche d’ogni sorta. Autore di un corrusco romanzo d’ampio respiro letterario (il piacere), temuto per la sua influenza sull’immaginario persino dal totalizzante regime fascista. Altri tempi: oggi il nero si chiama giallo-verdognolo.

I diversi versi di Montale e Ungaretti, e poi ancora a seguire, nel secondo dopoguerra, Pasolini e Zanzotto mi distolgono e fanno rinsavire dal momentaneo ottundimento. Talvolta, per qualche inganno verosimile, ma non così sincero, vuoi vedere che nel cuore si appanna e al tempo stesso si rincresce anche l’amor proprio? “E allora senti un po’… visto che parli così… mi te disi proprio un bel nient! Hai capito?! Faccia de merda!” L’insulto sprezzante verso la morte certa dell’eroico in extremis Vittorio Gassmann esplode di fronte all’ufficiale austroungarico. Salvando i compagni commilitoni condanna il dichiaratamente vigliacco Sordi alla medesima sorte. “La guerra non è altro che un lungo ozio, senza un minuto di riposo” diceva lo stesso Gassmann in un altro punto del film. Difficile ad essere sentita e praticata, la non-violenza si prende cura del dolore, in più quieta solitudine. Rilegge, riascolta e rammemora. Monicelli da bravo comunista, non poteva rendere la pariglia sia a D’Annunzio che agli spietati prepotenti vittoriosi armati di mitraglia. La storia la scrivono – solitamente – i vincitori, ma la verità non sta mai da una parte sola. Ritenere la guerra – o qualunque violenza o causa fine a se stessa – un sacrificio è il vero scempio.

Mi apparto su una panchina e prendo qualche appunto su questa camminata. Ciò che state leggendo è la rifinitura di quelle note. Sto scomodo, sento il fiato freddo dell’ombra sul collo. Un’istantanea e sana inquietudine mi smuove. Vado al sole, in cerca più di calore che di visibilità. Le nuvole dissipano la loro forma evaporandosi in un cielo via via più terso. Allora chiudo gli occhi e lascio che le immagini scorrano sulle palpebre, abbandonandosi alla corrente.

C’è stato un tempo in cui la Vittoria non era ancora l’idea dominante e determinante della società civile. C’è stato un tempo in cui la dea che supervisionava alla polis era armata di egida, e giavellotto. Si poneva con attenzione e conflitto, persuasione e vicinanza, dando respiro a menti imprigionate dall’angoscia di un vivere oberato di pressioni e contingenze e malanimo, senza punto di riferimento alcuno. Tali forze giungevano da quei polmoni da cui era nata – poiché in tempi arcaici phrénes erano i polmoni, non le tempie. Ella scuciva e ritesseva le impertinenze e le pertinenze. Generata dal padre che l’aveva partorita dopo aver divorato la rispettabile e temibile madre e sorella, venuta al mondo grazie al colpo di martello del sotterrano dio-fabbro. C’è stato un tempo in cui la sollecitazione era enigmatica e richiedeva profonda interpretazione, un tempo nel quale occorreva per il bene comune, trasformare le mura di pietra in mura di legno. C’è stato un tempo in cui le navi difesero la città e provvidero a guadagnare terreno e recuperare forze e speranza, meglio del muovere degli eserciti sul campo di battaglia. C’è stato un tempo in cui mentre i cavalli del maggiore tra gli dei titani s’imbizzarrivano nel fortunale, una dea bianca soccorreva i naufraghi per ricondurli al porto. C’è stato un tempo in cui s’intuivano viaggi più propizi all’apparire del vento di fine inverno, che sospingeva più al largo, senza tumulti.

L’animo ora è ancor meno filosofico e politico, e già narra nella trasognata azzurrità in cui s’imbarca. Nuove, ritessute e rammendate vele pronte a raccogliere le voci di altrui storie sulle medesime plance arrotondate?

C’è stato un tempo in cui le analogie tra il solcare le onde del mare e l’arare la terra erano limpide, come lo è lo splendore del cosmo nei cieli di antiche notti egizie. Esse non lasceranno altra traccia se non “qualcosa di scritto” a brulichio, come le mute Argonautiche di Petrolio?

Sempre sconosciuta era l’oscura fine, ogni presunzione e tracotanza incontrava la sua nemesi e raccontando ne rivelava la sapiente riconoscenza. Vana è la gloria, ma colma è la memoria, nutrita con eufemia, essa serba solo ciò che è necessario serbare. Sempre presente nel clima cangiante è il vero fine. Apro gli occhi e un verso del poeta ermetico mi soccorre: qui la meta del viaggio è partire.

ENEA SOLINAS

Foto: Enea Solinas

Avventure Pedestri torna mercoledì 1 maggio

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