Mobilità E Società

La mobilità è un ingrediente fondamentale dell’essere parte di una società… Uscire di casa e anche solamente accorgersi della presenza di altre persone… l’uso di social allontana dagli altri.

Non sempre ci pensiamo, ma la mobilità è un ingrediente fondamentale dell’essere parte di una società. Anche in questa società, in cui internet e le comunicazioni online sono così pervasive. Uscire di casa e anche solamente accorgersi della presenza di altre persone è un bisogno primario dell’essere umano, nonché il primo passo per farsi degli amici, trovare un lavoro, integrarsi.

Forse questo viene sopraffatto dal tempo passato sui social; negli ultimi mesi ho dovuto lasciare l’uso della mia bicicletta in un angolo e usando i mezzi pubblici o camminando per strada vedo purtroppo tante persone distanti anni luce, con smartphone alla mano, camminare senza vedere cosa capita nel posto vicino o per strada non accorgersi delle persone che ci passano accanto o anche seduti su una semplice panchina ma distratti ognuno dal proprio cellulare.

Lo ammetto, anch’io spesso sono sintonizzato con loro, ma appena me ne accorgo, caccio il mio telefono in tasca e osservo la gente, i loro visi o in ogni caso, ciò che passa intorno a me e scopro un mondo! Al giorno d’oggi vivere in una condizione di svantaggio può anche voler dire non essere in grado di spostarsi dove, come e quando si vuole. E la bici gioca un ruolo fondamentale in questo. Ma anche qui non dobbiamo dare nulla per scontato. Spesso si usa l’esempio del pedalare per indicare un’azione facile e alla portata di tutti. Ma pedalare è facile solo se lo si è appreso da bambini, e non tutti hanno avuto questa possibilità.
Le città europee stanno accogliendo in questi anni un numero crescente di persone provenienti da società in cui quasi niente di ciò che diamo per scontato è presente, dal punto di vista materiale come da quello culturale. Neanche imparare ad andare in bici. Persone che, per necessità, arrivano da paesi lontani e si trovano, anche qui in Europa, in condizione di svantaggio. Soprattutto se sono donne. E ancora di più se non hanno la possibilità di muoversi liberamente, magari perché non hanno i soldi per il trasporto pubblico, o lavorano secondo zone ed orari non serviti. E non sanno andare in bici.
E allora servono volontari che insegnino ad andare in bici a queste donne rifugiate che non hanno avuto la possibilità di imparare a farlo da bambine. Il Guardian ha recentemente presentato sulle sue pagine, una Ong di Berlino che dal 2015 ha iniziato ad offrire corsi sull’uso della bici alle donne rifugiate della città. La domanda di corsi è andata molto al di là delle loro aspettative.
In questi anni Bikeygees ha insegnato a pedalare a più di 800 donne fra i 14 e i 64 anni. Ad ogni corso partecipano circa 30 donne, che imparano a pedalare in uno spiazzo all’aperto su cui sono state installate delle repliche dei cartelli stradali tedeschi. Grazie ad alcune donazioni, spesso i volontari sono in grado anche di fornire a queste donne bici, caschi, attrezzi per la riparazione e antifurto. Le frasi di alcune donne intervistate dal Guardian fanno capire benissimo l’importanza dell’iniziativa, senza bisogno di ulteriori commenti da parte nostra:
Emily, 21 anni, dal Afghanistan: “il corso mi ha fatto sentire libera e autosufficiente. Sentirsi in controllo della bici e concentrarsi solo sulle due ruote è stata un’esperienza bellissima. Mi sono sentita come un uccello nel cielo.
Morvarid, 20 anni, dell’Afghanistan: “alcuni uomini nel campo per rifugiati continuano a dire che le donne dovrebbero cucinare e pulire. È stato bellissimo vedere questa organizzazione tutta al femminile riuscire a creare un senso di fiducia, così che anche quegli uomini hanno cominciato a permettere alle loro mogli e figlie di venire. [queste donne] hanno grandi idee, vogliono uscire, lavorare fuori di casa, affermare le loro idee, non le idee dei loro mariti, fratelli o padri. Anche io vengo da una famiglia afgana, so quanto è difficile. Ogni volta che vedo una donna che pedala ringrazio Dio”.
Rahima, 22 anni: “Nella mia esperienza, nei campi per rifugiati, ho visto tanti uomini che si compravano cose belle, che uscivano tutto il giorno, e poi non permettevano alle donne di uscire. Mio padre e mia madre, quando eravamo in Iran e in Afghanistan, non mi permettevano di andare in bici, ma qui ho questa opportunità e voglio coglierla”.

Anche in Italia da qualche anno che l’Istituto Cadorna di Milano organizzi un vero e proprio corso di bicicletta per donne adulte di tutte le nazioni. Si chiama “Mamme in bici” ed è un corso teorico e pratico tenuto da operatrici specializzate dell’Università Bicocca, in cui viene insegnato a donne adulte ad andare in bicicletta. Le partecipanti impareranno prima l’equilibrio e la pedalata, per poi passare all’educazione stradale. In primavera saranno effettuate le prime uscite in strada. Al momento le prove avvengono all’interno dei corridoi della scuola milanese, simbolo di multiculturalità e base di numerosi progetti di inclusività.

All’interno dei suoi locali e grazie a Mamme a scuola onlus, in collaborazione con CycloPride Italia, queste donne a cui è sempre stata negata una cosa per noi ovvia, possono riappropriarsi di parte della loro libertà.

«Mamme in Bici è un piccolo seme di riscatto, ed è possibile grazie alla disponibilità di persone, associazioni, istituzioni e aziende che credono nei fatti e nella capacità di mettere insieme talenti e competenze Si tratta di un progetto molto importante per molte giovani donne sradicate dai loro contesti culturali e dalle proprie reti di sostegno sociale, che si trovano spesso a dover affrontare da sole la loro quotidianità e la gestione di famiglie numerose in un paese sconosciuto. Una cosa per la quale la bicicletta, ancora una volta, è il toccasana».

Viva la bici e viva l’indipendenza aggiungo io.

GUIDO BIGOTTI

Foto: Giuseppe Rissone – rivistabc.com

Diario Della Bicicletta ritorna venerdì 14 febbraio

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