Il Maestro

di Giuseppe Rissone Giampiero Monaca

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Dedicato a chi ostinatamente crede ancora in una scuola quale presidio democratico e di crescita

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Clac… clac…

La chiave entra nella serratura, compie i suoi cinque giri senza nessuno ostacolo.

Clac… clac…

Ancora un giro per aprire la grossa porta di ferro.

Clac…

Eccolo l’ultimo giro, con il suo maledetto cigolio si apre verso l’esterno…

Alzo lo sguardo senza nessuna convinzione o desiderio particolare.

La guardia nella sua divisa blu, fa i pochi passi che lo separavano dal tavolo della cella in silenzio, sembra che non tocchi terra. Posa il vassoio con il pranzo sul tavolo con un colpo secco, senza proferire parola, quel silenzio è come un pugno allo stomaco. Solita scena, si gira di scatto per uscire, rinfila la grossa chiave nella serratura…

Clac… clac… clac… clac… clac…

Quando chiude sembra che i cinque scatti siano più veloci. Guardo il contenuto del vassoio, minestra, due fette di pane e una mela, lo scosto, non ho fame… Osservo la finestrella in alto, trenta per trenta centimetri, senza sbarre, con un vetro spessissimo che non fa filtrare i rumori, nemmeno quello delle gocce di pioggia che cadono, terribile…

Mi alzo e vado a sedermi sul letto, rimango con le mani tra i capelli, sporchi, sono cinque giorni che sono qui e non mi hanno ancora permesso di farmi una doccia. Provo a sdraiarmi, non ho sonno e non voglio nemmeno pensare…

Fuori il cielo è pieno di nuvole in forte movimento, evitavano di scontrarsi, come se volessero trattenere la pioggia tutta per se. Anche oggi non tocco nulla del pranzo. Ecco il solito terribile rumore della chiave nella serratura, e la guardia che viene a ritirare il vassoio, oggi per fortuna ha evitato commenti sul mio digiuno, ironizzava…

Il menù non è di suo gradimento, vuole che le prepariamo dell’altro, la cucina come sa è sempre a sua disposizione, a qualche richiesta particolare, sta seguendo una dieta dissociata?

Bastardo! Mangiala tu questa schifezza, e poi non è vero che non tocco cibo, al mattino accetto la tazza di caffè latte e le due fette di pane, metto da parte la frutta, e quando mi va, e non a comando, ne mangio grossi bocconi.

Il cibo, chi se ne fotte del cibo, già a chiamarlo cibo è uno sforzo, a pranzo una brodaglia ogni giorno più spessa, alla sera del riso che sembra colla. Ho altre cose da pensare, ad esempio “che cosa ci faccio qui?” In questa cella non più grande di nove metri quadrati. “Per quale motivo sono stato arrestato”. Ho provato a domandarlo, ma la risposta non è arrivata, solo un intollerabile silenzio.

Ero per strada, in piazza Monumentale, stavo per tornare a casa dopo essere stato a trovare un amico in ospedale. Camminavo lentamente, anche se una sottile pioggerellina cadeva e bagnava il mio viso, mi sentii afferrare per le braccia e caricare a forza in una macchina. Non potei dire una parola, ne gridare, un fazzoletto dal forte odore di cloroformio mi fu messo sul viso e persi immediatamente i sensi e sognai…

Camminavano a piedi nudi per le strade polverose di un piccolo villaggio, sciami di bambini si rincorrevano e gridavano senza un preciso perché… Mi fermai vicino ad una fontana dove una donna riempiva numerose brocche, interruppe il suo lavoro e mi permise di bere un lungo sorso d’acqua…

Ringraziai con un cenno della mano e ripresi il mio cammino, il sole era alto e bruciava la pelle, un filo di vento si addentrava per le strade, ma come era arrivato, scompariva… Mi fermai davanti ad una casa dove un vecchio stava seduto su una piccola sedia, fumava tenendo gli occhi chiusi emettendo una strana litania, come un lamento che voleva consegnare al vento in modo tale che volasse via…

Cercai di attirare l’attenzione del vecchio, ma fu inutile, quindi rinunciai e ripresi il mio cammino, girai l’angolo e mi ritrovai in una piccola piazzetta, dove alcune bancarelle vendevano cibo a una coda infinita di donne, che trattavano il prezzo della merce, parole e urla si fondevano in un unico suono che rimbalzava sulle mura delle casette bianche che circondavano la piazza.

Avevo fame, avrei mangiato qualsiasi cosa, ma non avevo denaro con me, nessuna mi avrebbe offerto cibo senza pagarlo… Ad un tratto entrò un carretto trainato da un asino, a guidarlo una bellissima ragazza, con una cascata di capelli color ruggine e una miriade di lentiggini sul viso, ne fui colpito e cercai di avvicinarsi facendomi largo tra la folla. Sul carretto erano disposti vasi e ceste, i vasi contenevano quasi sicuramente olio e nelle ceste c’era del cibo, le mie narici non potevano trarmi in inganno.

La ragazza si fermò e scese da in groppa all’asino, si mise in piedi sul carretto e iniziò a gridare parole incomprensibili, nessuno nella piazza gli prestò attenzione e lei aumentò il tono della voce, ma senza risultato… Quando gli fui vicino, mi accorse che non era solo bella, ma bellissima, non mi era mai capitato di vedere una creatura simile, gli occhi erano color dell’oro, le labbra carnose e rosa chiarissime, portava un lungo vestito bianco, chiuso in vita da una cintura rossa, era scalza…

Quando mi svegliai, mi accorsi di essere in una stanza dove non c’era nulla, non una sedia, non un tavolo, ero in piedi con le spalle appoggiate alla parete, quando cercai di staccarmi, caddi a terra… Solo in quel momento mi accorse di avere dei forti dolori in tutte le parti del corpo, mi avevano bastonato per bene, mi portai una mano alla bocca e mi accorsi che la mia faccia era piena di sangue.

Mi rialzai a fatica e provai a appoggiarmi nuovamente alla parete, la stanza era leggermente illuminata, nel soffitto, nascosti da strisce di plastica trasparente, erano sistemati due piccoli neon, che emettevano una luce fredda… Rimasi per ore, forse per giorni in attesa che qualcosa accadesse, urinai più volte, lo stomaco mi doleva, sentivo una terribile sensazione di vuoto. Aspettavo che qualcuno entrasse dalla porta… Caddi più volte per terra, a gattoni cercavo invano la porta, volevo usare la poca forza rimastami per farmi sentire, per chiedere aiuto… 

Mi capottai, quando la mia schiena toccò il pavimento sentii un forte dolore alla spina dorsale, dovevano avermi riempito di botte anche lì, ma perché? Cercai di inarcare leggermente la schiena, perché il contatto con il pavimento mi procurava un dolore lancinante. Chiusi gli occhi, ma non mi addormentai, alle mie orecchie giunse una voce, non capivo inizialmente che cosa dicesse, ma poi con fatica capii che diceva il mio nome… Da una minuscola scatola posta nella parete di fronte, uscì una voce metallica: “Davide Pastore, sei in stato di detenzione per aver sovvertito alla vita civile dello Stato, verrai condotto nelle prossime ventiquattrore in una cella di massima sicurezza, la sentenza è già stata emessa, impiccagione… solo davanti ad un sincero ravvedimento e periodi di lavoro rieducativo potrai uscire e tornare in libertà, naturalmente sorvegliato per evitare che tu possa ricadere in tentazione…

A quella sentenza emessa in modo così perentorio, svenni e ripresi il sogno lasciato a metà…

Con un filo di voce chiesi alla ragazza del cibo, lei emise un sorriso bellissimo…

Mi mostrò il contenuto del carretto, in enormi ceste frutti di varie dimensioni, brocche di vino, carne affumicata, pane e focacce e altre delizie. Era imbarazzato non sapeva cosa fare, fu la ragazza che mi porse della focaccia ed un grosso pezzo di carne, prese una brocca e la riempì di vino rosso.

Bevvi è mangiai di gran gusto, con la ragazza che mi osservava regalandomi ampi sorrisi. Gli porsi la mano per ringraziarla, non avevo altro da donare se non la mia gratitudine, la ragazza ricambiò la stretta di mano senza proferire parola. Rimasi un attimo senza decidermi sul da farsi, poi mi allontanai…

Avevo fatto pochi metri quando decisi di girarmi nella direzione della ragazza, era salita sul carro, era china e stava armeggiando, si girò di scatto, in mano aveva un grosso arco, prese una freccia, tese la corda e mirò… Mirava proprio verso di me, ne ero sicuro, quella freccia era indirizzata verso di me…

“Sovvertito l’ordine civile dello Stato”… quelle parole mi risuonarono nella testa per delle ore, sinceramente erano incomprensibili, pensai e ripensai, che cosa potevo aver fatto per aver sovvertito l’ordine civile dello Stato?

Attentati? No!

Atti di violenza? No!

Furti? No!

Sabotaggi? No!

Erano una lunga serie di no!

Passarono ancora delle ore, improvvisamente la sala fu illuminata a giorno, non riuscivo a tenere gli occhi aperti, mi sentii sollevare e trascinare, non feci nessuna resistenza, non ne avevo le forze.

Mi misero un cappuccio in testa e fui ammanettato, due robuste braccia mi tenevano a fatica in piedi, il mio non era camminare era il muoversi delle gambe a forza…

Sentii il rumore di una porta di ferro aprirsi, mi fecero sedere e mi tolsero le manette e il cappuccio. Davanti mi trovai tre uomini in divisa blu, fecero all’unisono dietrofront e chiusero alle spalle la grossa porta di ferro della cella.

Sono in prigione, ma perché, volevo urlare, protestare, ma le forze erano pari a zero. Mi accorsi solo in quel momento che lungo una delle quattro pareti era sistemato un piccolo lettino, privo di lenzuola e coperte, ma solo una rete metallica con un materasso sottilissimo, mi sdraiai e nonostante lì angoscia e la paura che avevano preso il sopravvento, mi addormentai…

La freccia era stata scoccata, roteava su se stessa, mirando verso il mio cuore, volevo scappare, ma ero come rapito dalla freccia che si avvicinava sempre di più…

Un metro…

Mezzo metro…

Trenta centimetri…

Dieci centimetri…

Cinque centimetri dal mio cuore…

Sentii un forte colpo al fianco sinistro, fui sbalzato a terra e con lo sguardo vidi la freccia andarsi a conficcare in una porta di legno, mi rialzai velocemente, per vedere chi fosse stato a salvarmi la vita, ma non vidi nessuno. Intanto la ragazza era rimontata in groppa all’asino, dopo pochi istanti sparì alla mia vista.

Un incubo, o qualcosa di simile mi svegliò all’improvviso, non sapevo per quante ore avevo dormito, non sapevo nemmeno da quante ore o giorni ero rinchiuso in quel posto, mi avevano portato via il vecchio orologio da taschino, mi avevano portato via tutti gli effetti personali, la camicia era sporca di sangue, i jeans erano sporchi e leggermente strappati all’altezza del ginocchio sinistro, alle scarpe avevano tolto le stringhe…

Che cosa ci facevo in quel posto, io tranquillo insegnante di scuola elementare…

Scuola… adesso ricordo… i bambini, i colleghi, e poi piano piano, ordini che toglievano materie di studio, regolamenti da far imparare a memoria ai bambini, fine delle gite, fine dei laboratori, e noi inizialmente a protestare, poi giorno dopo giorno, i colleghi sparivano senza un perché, i bambini sempre meno presenti alle lezioni…

E io, Davide Pastore, trentotto anni, insegnante elementare, che cosa avevo fatto davanti a questi fatti, avevo cercato, chiesto, continuato ad insegnare ai bambini tutto quello che era necessario, la geografia, la storia, la matematica e i loro doveri ma anche i loro diritti, la libertà, la curiosità, la critica e poi, ecco che cosa è successo, anch’io sono sparito!


Le Microstorie ritornano mercoledì 23 febbraio


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